Francesco Mangiameli: luci ed ombre di un delitto

Fancesco Mangiameli nasce il 15 Gennaio 1950, studia e si laurea in lettere e filosofia, fino a diventare un professore di lettere agli istituti superiori. Fin dai primi anni 60’ si unisce e milita nel FUAN (Fronte universitario d’azione nazionale), gruppo giovanile del Movimento Sociale Italiano. Ma poco dopo la sua iscrizione decide di unirsi in vari gruppi extra parlamentari come Ordine Nuovo e Fronte Nazionale, diventando poi nel 1975 un punto di riferimento per la Sicilia.

 

Entra in contatto con alcune figure rappresentative di Roma, esponenti come: Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, aderenti ai NAR. Mangiameli si unisce al loro fianco. Col passare tel tempo, alcuni tentativi di reperire armi fallirono per alcune decisioni errate da parte proprio di Mangiameli. Dopo una serie di azioni e decisioni errate, che quindi portarono al fallimento di alcuni obiettivi, come far evadere dal carcere Ucciardone di Palermo  un altro militante di Ordine Nuovo, Pierluigi Concutelli, azione che venne finanziata dai fratelli Fioravanti, ma per colpa di alcuni depistaggi di Mangiameli, l’operazione non fu portata a termine. Così si cominciò a sentire all’interno del movimento una sfiducia nei confronti di Mangiameli, pur essendo l’unica figura di riferimento del gruppo in Sicilia.        

 

Nel luglio 1980 infatti, i fratelli Fioravanti diedero  dei soldi a Mangiameli per rifinanziare l’evasione e per portarla al termine, ma anche questa volta fallirono, così i NAR giunsero alla conclusione che esso era un traditore, dunque, doveva essere punito. 

 

Il 10 settembre 1980, Mangiameli si dirige verso Roma, più precisamente a Porta Pia, senza accorgersi dell’inganno fu condotto nella pineta di Castel Fusano, e li fu ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Per occultare il cadavere viene zavorrato e gettato nel lago di Tor De’ Cenci, il cadavere venne in superficie dopo due giorni. Negli anni successivi alcuni pentiti confessarono che l’intenzione dei NAR era uccidere anche la moglie e la figlia di sette anni. Probabilmente Mangiameli conosceva troppe cose all’interno del movimento.

 

Gli assassini per paura che si venisse a sapere dell’omicidio commesso, e per non perdere l’onore, non si sono mai fatti avanti. Fatto sta che ancora oggi questo attentato rimane irrisolto, ma ciò non toglie di rendere gli onori dovuti, a colui che fu un militante negli anni più duri in cui si potesse fare politica e che è caduto comunque per l’idea.

 

Francesco Presente!

 

Mirtilla

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Contro il mondialismo moderno: Carlo Terraciano

L’antiamericanismo, l’antiatlantismo, l’antimondialismo sono realtà che da sempre caratterizzano il nostro ambiente e sono tutt’oggi la base delle nostre battaglie. In passato sono temi che hanno portato scissioni dal “padre” msi, la cui classe dirigente era una fervente sostenitrice della linea atlantista, portando alla creazione ad una miriade di movimenti ( Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Fronte Nazionale..ecc)  con visioni e destini differenti. Il movimento sociale è definito “padre” di tutti questi nomi perché in un modo o nell’altro è da lì che ognuno ha iniziato, giovani che lamentavano inascoltati alla classe dirigente di non combattere per l’idea, ma bensì di cercare la proposta più convincente e che dia maggior risvolto elettorale, esattamente quando un figlio nel pieno della sua giovinezza si ribella al padre e questi non ha la capacità di comprendere la sua progenie e va avanti per la sua strada.
Tra i tanti ribelli che hanno caratterizzato il nostro mondo ve ne è uno che ha il pieno diritto di essere riconosciuto come tale per il suo pensiero anticonformista: Carlo Terracciano.

Carlo Terracciano nasce il 10 ottobre 1948, da giovane si avvicina al Fronte della Gioventù con l’amico Marco Tarchi. Dopo aver sperimentato il carcere a causa di un’inchiesta che verrà archiviata dallo stato stesso nata per la solidarietà che aveva dimostrato ad alcuni detenuti degli anni di piombo, verso la fine degli anni ’70 si avvicina al movimento intellettuale della “Nuova Destra”. La suddetta linea di pensiero nasce in Francia all’inizio degli anni 70, per poi essere importata alla fine dello stesso decennio da Stenio Solinas il quale fonderà la rivista Elementi dove riunirà tutta la classe intellettuale stanca del nostalgismo caratterizzante il movimento sociale italiano e volenterosa di svecchiare le idee di questo. Caratteristica principale del movimento è il rifiuto allo sciovinismo e al nazionalismo con un avvicinamento al federalismo europeo, il paganesimo in contrapposizione al cattolicesimo reazionario della destra ed ovviamente l’antiatlantismo contro l’idea filostatunitense vincolante nell’msi. Per le loro idee le risposte alle tematiche del movimento saranno trovate anche negli ambienti della sinistra radicale e difatti Marco Tarchi, dirigente dell’MSI, amico di Carlo e collaboratore di Elementi, sarà il primo ad utilizzare il termine “Destra Radicale”. La rivista chiuderà nel 1979 dopo appena un anno di pubblicazione, e in questo periodo Terracciano si avvicinerà al Fronte Europeo di Liberazione e ad Edizioni Barbarossa di Freda, per poi allontanarsi da lui negli anni ’90 con la fondazione del Fronte Nazionale. Nel frattempo intorno alla metà degli anni ‘80 collabora con la rivista Orion di stampo nazional-comunista e dove per l’ennesima volta riuscirà a rompere gli schemi arrivando a recensire una rivista omosessuale francese riuscendo a farsi disprezzare dal vecchio mondo della “destra”. Per coronare la sua carriera da divulgatore di nuove idee politiche si unisce alla redazione di Eurasia: in questa rivista spiega come il confine dell’europa non siano i monti Urali ma bensì l’atlantico superato il quale vi è il tramonto del sole che con se porta la civiltà, la storia, lo spirito ed ogni bellezza mai creata in questo mondo, parole sprezzanti che però riserva solo al mostro stelle e strisce, risparmiando gli abitanti latini del nuovo mondo. Da grande importanza all’Islam ed alla Russia ritenendoli punti di contatto culturali, sociali e storici tra i due continenti, difatti è per l’apertura diplomatica della Comunità Europea nei confronti della Turchia, una visione antitetica rispetto a quella liberal-atlantista che considera la religione mediorientale nemica dei valori occidentali.

Il miglior modo per spiegare la visione di questa alleanza spirituale lo scrive stesso Terracciano in questo suo celebre componimento, in cui indica gli Stati Uniti come primo nemico di ogni popolo del mondo:

Dio maledica l’America, bestemmia vivente al nome d’ogni Dio

Jahvè maledica l’America, che usa il suo nome per sottomettere il mondo

Allah maledica l’America, che rende schiavi ed uccide i suoi figli

Brahman maledica l’America e il decimo Avatara di Vihsnu riporti l’Ordine sulla Terra

Amaterasu-o-Kami maledica l’America, che disintegrò i suoi figli in un fungo di fuoco

Manitù maledica l’America, che attuò il genocidio del suo popolo libero

Viracocha maledica l’America, che tiene schiavo il suo popolo

Horus maledica l’America, che ha fatto a pezzi il corpo dell’Egitto

Ahura-Mazda maledica l’America, che versò il sangue dei suoi figli sul Fuoco Sacro

Odino maledica l’America, che ha disonorato l’onore d’ogni guerriero

Zeus maledica l’America, nemica d’Europa nel Bello e nel Buono

Il Grande Cielo maledica l’America, che ha sporcato il mondo sopra e sotto di Lui

Ogni Bodhisattva maledica l’America, regno d’ogni menzogna, nemica d’ogni Verità

Gea maledica l’America, che sfigura e distrugge la Madre Terra

Ogni Dio, conosciuto e sconosciuto maledica l’America,regno del materialismo.

Ogni essere vivente maledica l’America, che prepara l’annientamento del mondo.

Satana maledica l’America, che ha usurpato persino il suo nome.

Uomo maledici l’America, la Bestia Immonda nemica dell’Uomo.

La rivista Eurasia chiuderà proprio a causa della perdita di Carlo avvenuta la notte tra il 3 e il 4 settembre 2005, oggi lo vogliamo ricordare per l’intransigenza e l’onestà del suo pensiero e per averci dato l’esempio che il costo della coerenza può essere salato a livelli inimmaginabili ma che è nostro dovere nei confronti dei nostri ideali portare avanti questo valore, e per questo lo vogliamo salutare esattamente come fece la rivista Eurasia 14 anni fa:

Vale, amice carissime, ave atque vale.

Olmo

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Georges Sorel: cambiare la Realtà

1892, l’Europa ed il mondo sono attraversati da un periodo di trasformazione radicale, avviatosi quasi un secolo fa, e che va proseguendo nella sua fase “de profundis”. Scoperte scientifiche e cambiamenti politici hanno avuto come causa prima tanto quanto come conseguenza la creazione di nuovi conflitti, generati da forze interne alle nazioni, le quali hanno come fine proprio il conseguimento di mutamenti ancor più incisivi. Queste forze sono le classi sociali dei lavoratori industriali, degli impiegati, dei manifatturieri, e quella dei commercianti, degli imprenditori, dei proprietari: le particelle polarizzate che compongono l’anima tormentata di uno stato moderno, che spingono in direzioni opposte ed apparentemente inconciliabili. La lotta tra questi due elementi si è fatta man mano sempre più dura e violenta, tra attentati compiuti da lupi solitari e ribellioni di massa represse nel sangue, e che solo successivamente si è portata su un piano democratico-parlamentare, nella speranza del raggiungimento di un compromesso pacifico. 

E’ in quest’anno, in questa fase storica che un ingegnere edile francese, tale Georges Sorel, decise di abbandonare la sua tanto lodata carriera per intraprendere quella che religiosamente potrebbe essere definita una fase di “meditazione e contemplazione”. Inizia a scrivere di storia, filosofia, economia, tutte cose che lo portano a soffermarsi sull’analisi sociale e sociologica del suo tempo.

Sono anni in cui impara a conoscere l’ideologia socialista e marxista, il concetto della lotta di classe, le rivoluzioni come motori della storia, pur tuttavia limitandosi solo alla loro critica e aderendo invece a posizioni social-riformiste, credendo ancora possibile raggiungere obbiettivi significativi per le condizioni dei lavoratori attraverso il dialogo con le diverse parti politiche. Sono anche gli anni, quelli dal 1894 al 1906, del famoso affare Dreyfus, l’ufficiale ebreo francese accusato ingiustamente di tradimento da parte delle alte cariche dell’esercito; Sorel si schierò al fianco dell’inquisito all’interno del già vasto fronte innocentista, che raccoglieva al suo interno socialisti, radicali e liberali, contrapponendosi a nazionalisti e monarchici che invece sostenevano la sua colpevolezza. Pur rimanendo convinto della parte presa, il saggista di Cherbourg maturò un’avversione per le parti politiche in gioco, che avevano fatto del caso un modo per cavalcare il consenso e distrarre l’opinione pubblica, opponendo una resistenza passiva che alla fine portò non solo ad un’ingiusta condanna e degradazione dell’imputato, ma anche all’affievolimento delle azioni dei socialisti guidati da Jean Jaures, che avendo ormai trovato una comunanza di interessi con la borghesia progressista, avevano accantonato le pretese sui diritti sociali del proletariato. La profonda delusione suscitata da questi avvenimenti, di cui trarrà le conclusioni nel saggio “La rivoluzione dreyfusiana”, lo porteranno ritenere la democrazia e l’attività parlamentare soltanto un’illusione, creata dalle parti in gioco per evitare cambiamenti decisivi: l’unico modo che rimaneva per conseguirli quindi, è l’azione rivoluzionaria.

Ma cosa si intende per rivoluzionario? Sulla scia del pensiero di Marx, Sorel pensa che rivoluzione siano gli interessi che una classe sociale, in questo caso quella proletaria, deve imporre sostituendosi a quella dominante. Per fare questo secondo il filosofo di Treviri, gli operai avrebbero dovuto organizzarsi e coordinarsi tra loro, fare massa critica, in modo da poter conseguire l’obbiettivo finale di una rivolta organizzata, sotto la guida di intellettuali e capi politici, mentre per l’ex-ingegnere francese veramente rivoluzionaria era non una sollevazione pianificata, bensì l’azione improvvisa e decisa di poche o tantissime persone riunitesi autonomamente in organizzazioni spontanee, da lui identificate nei sindacati.
I sindacati avevano il potere di bloccare lo svolgersi delle normali attività civili tramite scioperi di massa e occupazioni, o di creare il caos attraverso attentati ed assassinii: tutto questo li metteva in una posizione di vantaggio rispetto allo stato e agli enti privati, che non potendo individuare con certezza i responsabili o temendo di provocare reazioni più violente, si trovavano costretti a cedere alle varie pretese.
Queste azioni venivano compiute con pochissima pianificazione e molte aspettative, quest’ultime date spesso nient’altro che da sentimenti di pura rabbia e disperazione che venivano canalizzate nella realizzazione del fatto attraverso quello che Sorel definisce “il mito”, un evento idealizzato e simbolico capace di infondere il coraggio e la sicurezza che si possa realmente realizzare, un prodotto non della razionalità ma della volontà immediata, l’opposto di ciò che invece è il pensiero utopico del comunismo.
Sorel, da socialista rivoluzionario, era quindi convinto che solo i sindacati potessero realizzare opere del genere, tuttavia la mancanza di iniziativa da parte dei consigli dei lavoratori negli anni della Belle Epoque lo indussero a cercare questa spinta rivoluzionaria in un movimento dove non avrebbe mai pensato di trovarla, quello della destra reazionaria dell’Action Francaise, guidato da Charles Maurras. Tra il 1909, anno in cui scrisse il suo testo più importante nonché testamento politico, “Riflessioni sulla Violenza”, e il 1914, osservò che la crescente dedizione delle masse proletarie alla causa nazionalista aveva portato a identificare come nemica della Repubblica Francese proprio quella media borghesia che sfruttava la loro manodopera, e il loro movimentismo incessante aveva infine portato alla decisione più importante di tutte: l’entrata in guerra contro la Germania.

Pur vedendo nella partecipazione al conflitto tra Intesa e Imperi Centrali un esplicito desiderio delle masse, Sorel ritenne che in realtà questo derivasse da una manipolazione del sentimento patriottico voluta dalla classe dominante per espandere i propri profitti e decimare i socialisti europei, mettendoli uno contro l’altro. Una posizione, la sua, condivisa da una minoranza di appartenenti alla sinistra radicale in Francia, mentre in paesi ancora neutrali come l’Italia era la linea guida del Partito Socialista; un esponente dell’organo politico italiano si distinse nel bel paese per il suo forte sostegno alla causa interventista, un famoso giornalista che già aveva dimostrato la sua abilità nel mobilitare gli animi dei lavoratori sia nelle parole che nei fatti, tale Benito Mussolini. 

Sorel aveva già sentito parlare di Mussolini prima della guerra, come testimoniano le sue lettere, tessendone le lodi quale “grande condottiero” capace come nessuno di “comprendere le masse italiane”. Dal canto suo l’allora direttore dell’Avanti aveva invece iniziato la sua attività da rivoluzionario proprio basandosi sulle opere dello scrittore d’oltralpe, che egli definiva senza mezzi termini “maestro”. Il suo periodo passato in Italia subito dopo la fine della guerra lo portò a guardare con favore anche all’esperimento politico formato gruppo di reduci di cui l’ormai acclamato Duce si era messo a capo sotto il nome di Fasci di Combattimento, il cui lento sostituirsi alle istituzioni e l’uso dell’incredibile forza delle squadre d’azione rappresentavano proprio la sua idea di mossa fulminea e carica di ardore, capace di tenere sotto scacco il governo e i nemici della nazione. Col tempo però, all’aumentare degli attacchi contro i socialisti e al raggiungimento di accordi con i partiti e la famiglia reale, divenne critico dello stesso movimento, preferendo prendere come punto di riferimento la Rivoluzione Russa di Lenin, che grazie alla geniale iniziativa della presa del palazzo d’Inverno aveva saputo dare inizio ad una rivolta popolare che sembrava impossibile scatenare. Morì il 29 agosto del 1922, non riuscendo a vedere la presa del potere da parte del fascismo avvenuta con la marcia su Roma, ma il suo insegnamento principale, che una vera rivoluzione andava sempre condotta al di fuori delle leggi dello stato, oltre le regole dell’ordine costituito, rimase a perpetua memoria dei ribelli veri, coloro che il mondo desiderano cambiarlo veramente. 

 

Saturno 

Junio Valerio Borghese: il Principe Nero

Junio Valerio Scipione Ghezzo Marcantonio Maria dei principi Borghese nasce ad Artena il 6 giugno 1906.Borghese di nome aristocratico di fatto, è secondogenito di Livio Borghese (IX principe di Sulmona) e Valeria Keun.
Sia per tradizione di famiglia che per passione personale nel 1922 subentra all’Accademia navale uscendone nel 1928 e, dopo una serie di imbarchi e corsi superiori, nel 1937 partecipa alla guerra civile spagnola ottenendo il primo comando sul sommergibile Iride, verrà decorato con medaglia d’oro al valor militare l’anno successivo.
Partecipa fin da subito al secondo conflitto mondiale sul sommergibile Pisani nel Dodecaneso, e più tardi riconosciuto il suo carattere guerriero e anche grazie al suo valente carisma viene scelto per una sessione di addestramento nel 1940 sugli U-boot tedeschi durante la quale incontrerà l’ammiraglio Karl Doenitz.
Successivamente all’addestramento verrà reintegrato col comando del sommergibile Scirè di stanza a La Spezia facente parte della 1° flotta della X MAS. Da qui in poi inizierà l’ascesa di Borghese il quale parteciperà all’attacco a Gibilterra, Malta e l’azione militare che lo confermò come leggenda: L’impresa di Alessandria.
La storica incursione avvenne la notte del 18 dicembre 1941 dove 3 siluri a lenta corsa, comunemente detti “maiali”, entrarono nel porto della città egizia e affondarono 2 corazzate inglesi e danneggiarono un cacciatorpediniere e una petroliera, lasciando il nemico senza armamenti marini di grande portata nel mediterraneo e rendendo la flotta italiana la prima potenza navale in quel teatro.
Grazie al successo dell’operazione il principe propose all’ammiraglio Doenitz di ripetere l’impresa nel porto di New York, ma l’idea sarà rinviata per perdite successive e poiché sarebbe stato più un atto simbolico che di effettiva utilità strategica. Nonostante ciò il 1° maggio 1943 ottenne il comando della X flottiglia MAS riuscendo a continuare a portare risultati sorprendenti fino il 25 luglio successivo: a causa del mandato di arresto di Mussolini l’esercito rimase allo sbando e privo di ordini fino all’armistizio dell’8 settembre, e anche dopo molte unità continuarono a trovarsi isolate.
Disgustato dal tradimento si mantenne leale all’alleato tedesco firmando un trattato con la marina germanica e successivamente unendosi alle Repubblica Sociale Italiana. Sotto il governò di Salò la X° otterrà una forte autonomia difatti sarà l’unica unità nella storia militare italiana con una propria autonomia decisionale in ambito tattico-strategico.
Poco dopo la firma del trattato il numero passerà dai 300 marinai ai 3000, tutti volontari. Partecipando a numerose azioni contro gli alleati ma mantenendo contatti con i partigiani e il regio esercito. Difatti verso la fine del conflitto Borghese contattò l’ammiraglio De Courten (della marina del sud) per organizzare un attacco congiunto per allontanare le forze di Stalin dall’Istria al fine di mantenere il territorio; l’opposizione inglese alla fine fece prendere una piega diversa alla storia, procurando a quelle terre un tragico destino di cui ancora oggi abbiamo memoria.
Il 25 aprile 1945 si trovava a Milano insieme ai suoi uomini per poi congedarli con 5 mesi di stipendio il giorno successivo, sciogliendo ufficialmente la X° Flottiglia MAS; venne arrestato l’11 maggio dagli americani che lo trasferirono a Roma. Condannato a 12 anni di reclusione, poi ridotti a 3 per i suoi meriti militari, venne infine scarcerato dopo l’amnistia voluta da Togliatti per i prigionieri della RSI.
Dopo la proclamazione della seconda repubblica, si unì nel 1951 all’M.S.I.  per poi divenirne presidente onorario sostenendo la politica atlantista, e dopo l’appoggio ad Almirante ne fuoriuscì fondando il movimento extra-parlamentare Fronte Nazionale.
Salì agli onori della cronaca per il presunto tentativo di colpo di stato conosciuto come Golpe Borghese, il quale si pensa sia fallito per ordine dello stesso Borghese, le cui motivazioni sono tutt’oggi sconosciute. Secondo la testimonianza di Amos Spiazzi, generale che avrebbe collaborato al golpe, in realtà il colpo di stato era destinato al fallimento fin dalla sua pianificazione operata dall’esercito, ed è stato usato dal governo come scusa per la cosiddetta strategia della tensione.
Vero o fittizio Il principe ne sarà accusato e nel 1971 si rifugiò in Spagna e vi rimase fino alla sua morte il 26 agosto 1974 avvenuta successivamente a un suo incontro in Cile col generale Pinochet.
Junio Valerio Borghese è stato un uomo che ha avuto esperienze numerose quanto i suoi nomi, ma ognuna di esse è la testimonianza alla sua lealtà e fedeltà alla sua visione del mondo, donando a noi un esempio che ci spiega come il dovere debba essere la costante delle nostre vite perché solo con esso potremo portare avanti il nostro esempio che è la sola vera testimonianza della nostra esistenza.

Olmo

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Ettore Muti: il più bel petto d’Italia

Ettore Muti nasce a Ravenna il 22 maggio 1902, da Cesare e Celestina. Rimane orfano alla tenera età di 13 anni e viene cresciuto dalle due sorelle Linda e Maria, ma volendo prendere pieno controllo della sua vita, scappa di casa, per poi arruolarsi allo scoppio della guerra nelle retrovie del fronte. Scoperto e rispedito a casa perché minirenne, si da tregua per soli due anni, per poi riuscire a 15 anni (falsificando i documenti in qualche modo) a entrare nella 6° divisione di fanteria, coronando la sua carriera partendo nel 1918 verso il Piave, già reclutato tra le fila degli Arditi. 

 

Uomo coraggioso e imprevedibile, sempre tra i primi in ogni impresa, nel 1919 si trova con i legionari di D’Annunzio a Fiume. Corridore impeccabile, si occupa di far entrare i viveri nella città forzando i blocchi imposti dal Regio Esercito. Fu soprannominato dal Vate “Jim dagli occhi verdi”  (il soprannome Jim gli venne già dato durante l’infanzia dai suoi amici, tratto dal protagonista della rivista l’Esploratore) dopo una prova di coraggio che riuscì a superare, la quale inizialmente prevedeva il buttarsi dal balcone più alto di un palazzo di 15 metri per poi finire su un telone dei pompieri; Muti temerariamente si lanciò dal tetto, vincendo l’agone. Viene dal poeta-guerriero nominato capo dei “corsari”, distaccamento che si occupava degli assalti agli scafi in transito per il sostentamento della città. Una notte del settembre 1920, dopo essersi nascosto nel tubo di un elica insieme a sei uomini, si impadronisce assieme a questi di una nave diretta in Argentina e la portano nella Città Libera, dove verrà rilasciata sotto un riscatto di 12 milioni di lire.

 

La più famosa delle sue bravate fu in Romagna, quando durante una riunione di socialisti, irruppe da solo rompendo una finestra e facendo cadere il lampadario, e protetto dall’oscurità, rubò la bandiera rossa riuscendo a fuggire. Nel 1923 diventa comandante della coorte di camicie nere di Ravenna e nel 1925 console. 

Successivamente nel settembre del 1926, si sposa con Fernanda Mazzotti, figlia di una facoltosa famiglia di banchieri, pur con la contrarietà del padre. Da lei avrà nel 1929 la sua unica figlia, Diana. 

 

Mentre si trova nella pizza principale di Ravenna viene ferito al braccio e al ventre in un tentato assassinio. Arrivò in ospedale in gravissime condizioni dove veniva già dato per morto, ma grazie ad un tempestivo intervento riuscì a cavarsela. Ciò non lo fermò dal continuare la sua vita spericolata. 

 

Venne chiamato a Trieste per gestire la Terza divisione della milizia portuale. Qui incontra il Duca Amedeo D’Aosta che lo convinse ad entrare nella Regia a

Aeronautica. Entrò nell’Arma Azzurra, accettò il declassamento nel ruolo di Tenente e mise subito in luce le sue capacità, che verranno premiate alla fine con due medaglie d’argento. Nelle fasi finali del conflitto, non contento, entra nella squadriglia aerea “Disperata” con Ciano, divenendo grande amico di Farinacci e Pavolini. 

 

Nel 1936 dopo vari viaggi tornò in Italia per poi ripartire subito dopo per la Spagna con il corpo di spedizione volontario impegnato nella Guerra Civile, dove si vedrà impegnato nel compito si bombardare i porti repubblicani, riuscendo a guadagnarsi altre medaglie per le sue azioni. Nel 1938 lo troviamo a combattere in Albania alla guida delle truppe motorizzate. Dopo la conquista guadagnò l’ennesima medaglia d’argento, che lo farà diventare “il più bel petto d’Italia.” 

 

Ritornato in Italia diventa segretario del partito, su proposta di Ciano. In queste vesti non si trovò per niente a suo agio a causa dei numerosi privilegi che gli spettavano, e con la massima “bisogna andare laddove c’è bisogno”, riuscì a sottrarsi dal ruolo per andare al combattere con il grado di tenente colonnello. Non era un uomo da scrivania ma d’azione, e questa decisione lo portò a riconsiderare tutte le amicizie con alcuni gerarchi, giudicati ormai come imboscati e codardi, abbandonando così anche ogni contatto Ciano. 

 

Il 25 Luglio, giorno della caduta di Mussolini, Ettore Muti si trovava in Spagna per recuperare un radar americano. Ritornò a Roma il 27, dove si ritirò in una villetta a Fregene. Nella notte tra il 23 e 24 agosto del 1943, un tenente dei Carabinieri insieme ad altri colleghi, fece irruzione nella villa con l’ordine di arrestarlo. Il gerarca li seguì lungo tutta la pineta, ma cosa sia successo dopo rimane ancora oggi un mistero. La pista più plausibile è quella dell’omicidio politico, dato che fu considerato dallo stesso Badoglio «una minaccia» in una lettera spedita in precedenza, al capo della polizia Senise. Essa recita testualmente: “Muti è sempre una minaccia. Il successo è solo possibile con un meticoloso lavoro di preparazione. Vostra Eccellenza mi ha perfettamente compreso”. 

 

Tutt’ora, Ettore Muti detiene il record mondiale di ore di volo in guerra e quello italiano per le medaglie conquistate in azioni di guerra.

 

A noi giovani oggi, rimane soltanto il suo ricordo da seguire come esempio, il faro del suo eroismo e della sua tenacia che ci guida nel buio di quest’epoca. 

 

Steiner

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Cavour: al sorgere di una Nazione

Camillo Paolo Filippo Benso, conte di Cavour, nasce a Torino il 10 agosto del 1810. Grande imprenditore e ministro del Regno di Sardegna, fu successivamente alla proclamazione dello stato italiano presidente del consiglio dei ministri, rappresentando una delle figure più rilevanti per la realizzazione dell’Italia unita. In gioventù prese parte al servizio militare che abbandonò all’età di 21 anni in modo tale da poter viaggiare per l’Europa analizzando quelli che furono gli effetti conseguenti alla rivoluzione industriale avvenuta in Gran Bretagna, Francia e Svizzera.

Nel 1835, quasi quattro anni dopo, il nobile sabaudo rientrò in Piemonte per applicare quanto aveva imparato dai suoi viaggi in campo agricolo ed economico, comprendendo anche l’importanza della formazione scolastica per il successo di una nazione moderna. L’applicazione dei suoi apprendimenti giovò alla sua impresa privata, e grazie ad essi divenne in breve tempo uno degli uomini più ricchi del Regno di Sardegna. 

Con la fondazione del quotidiano “Il Risorgimento”, avvenuta nel 1847, il conte entrò ufficialmente nel dibattito politico, presentando agli ambienti intellettuali del tempo la sua conclusione per quanto concerneva la questione unitaria, ovvero che solo unendo l’Italia sotto un’unica bandiera, questa avrebbe potuto rilanciare la sua economia, liberandola dalla sua sudditanza politica e finanziaria rispetto alle potenze straniere. 

Schiarandosi con la destra storica in parlamento, quindi in forte contrasto con gli ideali repubblicani degli altri gruppi unitaristi, Cavour propose il suo piano per lo sviluppo del regno di Sardegna, ritenendolo il primo passo per la creazione di uno stato forte e capace di affrontare le sfide del domani: forte delle sue esperienze personali, introdusse l’uso di concimi chimici nella coltivazione in massa di cereali e patate, nuovi metodi di irrigazione capaci di raggiungere anche aree ad alta siccità, e altre innovazioni che resero in breve tempo il regno dei Savoia il paese più avanzato della penisola. 

Con l’ormai consolidato primato politico dello stato piemontese, Cavour ricominciò a progettare l’unità del territorio Italiano spezzando anche l’isolamento diplomatico del regno. Raggiungendo un’intesa con i repubblicani guidati da Giuseppe Mazzini, iniziò a formare alleanze ed accordi vantaggiosi con altre nazioni europee che già erano all’apice della loro potenza, mostrando il regno sabaudo come parte attiva nelle questioni del vecchio continente, esempio più eclatante ful’intervento nella contesa della Crimea. Prima con la Francia di Napoleone III, poi con la Prussia di Otto von Bismarck, le guerre di indipendenza al fianco di questi due potenti alleati fecero a poco a poco guadagnare al neonato regno d’italia quasi tutta la parte nord della penisola, anche se a discapito di alcune rinunce, come la cessione della città di Nizza e della provincia di Savoia. 

Convinto da Mazzini dell’importanza di unificare anche il meridione, Cavour  assegnò tale compito a Giuseppe Garibaldi, il quale aveva fatto da poco ritorno dalle Americhe, mettendosi in contatto con lui attraverso l’amico Giuseppe La Farina. Pur avendo continuamente espresso dubbi sulla fedeltà dell’eroe dei due mondi alla causa monarchica e pur avendo già avuto con lui aspri dibattiti circa la cessione della sua città natale ai francesi, diede alla fine il via libera per la spedizione, pianificandola nei minimi dettagli e rifornendo l’armata di volontari delle giubbe rosse di armi ed equipaggiamento. A seguito della sua riuscita, il 17 marzo 1861 fu proclamato il Regno d’italia. Cavour, divenutone presidente del consiglio, non riuscì tuttavia a terminare il suo mandato, e morì il 6 giugno 1861, avendo visto il suo sogno e quello di tanti altri patrioti di ogni appartenenza politica, finalmente realizzato.

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