Dresda 1945: un altro crimine impunito dei “liberatori” angloamericani

Da sempre etichettata come “la Firenze dell’Elba” per la sua bellezza e la ricchezza sotto il profilo culturale, Dresda era una fiorente città tedesca, capitale dello Stato della Sassonia. Nella notte tra il 13 e il 14 Febbraio 1945 si compiva qui l’ennesima, vergognosa, azione ad opera dei “liberatori” del continente europeo: con un bombardamento a tappeto la città fu rasa al suolo, il suo patrimonio artistico devastato e la popolazione praticamente cancellata.

La distruzione della città fu guidata da Arthur Travis Harris, Maresciallo dell’Aria Capo, al quale fu affidato sin dal 1942 il comando del Bomber Command della RAF, la divisione dell’aviazione di Sua Maestà che, dalla sua fondazione, si prese carico di effettuare ogni bombardamento inglese.
Harris si distinse già dai primi mesi di comando per la sua spietatezza, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Butcher Harris” – vale a dire “Harris il Macellaio” -, e divenne noto quando il 28 Marzo 1942 fu praticato il primo bombardamento a tappeto su una città tedesca: Lubecca. La città, che si trova nella parte settentrionale della Germania, ospitava alcuni stabilimenti della Dornier-Werke GmbH, importante industria aeronautica teutonica, che però subirono danni relativamente leggeri. Obiettivo della RAF furono infatti il centro storico e la zona del mercato in quanto densamente popolati ed edificati prevalentemente in legno.
Questo fu solo il primo atto di una strategia volta a tentare di spingere la popolazione civile ad insorgere contro il proprio governo. I raid infatti non furono condotti unicamente sul porto, le fabbriche e gli obiettivi militari, bensì vennero in particolare diretti sui quartieri residenziali, nei quali trovarono la morte moltissimi tedeschi. Eppure, nel corso del conflitto, mai ci fu una sollevazione popolare contro il governo Nazionalsocialista e il III Reich che, al contrario, fu strenuamente difeso fino all’ultimo da uomini, donne e – finanche – bambini.

Successivamente una sorte simile toccò a molte altre città: Rostock, Anklam, Marienburg, Chemnitz, Lipsia, Kassel, Colonia, Norimberga, Berlino.
Particolarmente cruenta fu un’altra campagna condotta da Harris, l’Operazione Gomorra, la serie di bombardamenti effettuati sulla città di Amburgo dal 26 Luglio al 3 Agosto 1943 dagli oltre tremila velivoli della Royal Air Force che, affiancati da un centinaio di aerei statunitensi, rasero al suolo i tre quarti della città causando oltre quarantamila morti e diverse decine di migliaia tra feriti e dispersi.

I quasi quattro anni di bombardamenti generarono migliaia di profughi in ogni centro colpito dagli attacchi congiunti di RAF e USAF. Molti di questi furono fatti confluire proprio sulla città di Dresda, considerata sicura per l’assenza di qualsiasi tipo di obiettivo militare. Come potevano dunque le forze Alleate farsi scappare un’occasione simile. Erano convinti che con un massiccio sgancio di testate sulla città, con un conseguente enorme numero di civili uccisi, avrebbero finalmente spinto i tedeschi ad una rivolta e la Germania ad una resa. Nella notte tra il 13 e il 14 Febbraio del ’45 fu dunque attuato un violento bombardamento che rase quasi completamente al suolo la città e causò centinaia di migliaia di morti. Gli oltre ottocento aerei inglesi scaricarono sulla città oltre tremila tonnellate di ordigni, tra esplosivi ed incendiari, proseguendo il bombardamento fino al 15 febbraio, quando duecento velivoli dell’USAF continuarono a devastare quella che era diventata oramai una immensa distesa di fuoco e fiamme.
La città divenne una vera e propria fornace che arse per giorni a temperature di oltre duecento gradi, nella quale trovarono la morte per la maggior parte donne e bambini, dal momento che gli uomini erano stanziati sui campi di battaglia o nelle industrie dislocate nel resto della Germania.

Ovviamente anche in merito al numero di vittime causate da questa azione militare vi sono state varie controversie. Un primo rapporto, stilato a Marzo di quell’anno dal Colonnello Grosse, parlava di 202’040 vittime che si prospettava sarebbero salite a oltre 250’000 di lì a poco. Questa informativa fu sminuita dalle forze Alleate che la tacciarono di essere una pura azione propagandistica del governo tedesco. Eppure queste cifre – purtroppo – trovano effettivamente riscontro nonostante vi sia ancora chi, al giorno d’oggi, tenta di etichettarle come facenti parte di un filone revisionista allo scopo di giustificare il bombardamento.

L’azione stessa è stata infatti lungamente dibattuta anche a guerra finita, dal momento che dovrebbe essere considerata a tutti gli effetti un crimine di guerra. Ma ovviamente certe accuse sono riservate ai vinti. Ai vincitori tutto è concesso, tutto è perdonato.
Eppure c’è chi non ha lasciato che questa tragedia andasse dimenticata. C’è chi non ha accettato il silenzio. Molte parole sono state scritte in merito a questa nefasta pagina di storia. Molti libri, molte canzoni – tra le quali è il caso di citare Dresda nella versione degli Janus e in quella dei Malabestia – hanno voluto ricordare questa vigliacca operazione militare che nel numero di vittime ha superato persino quelle causate dalla detonazione dei due ordigni nucleari sganciati su Hiroshima e Nagasaki.
E così, con poche, semplici righe abbiamo voluto ricordarla anche noi, affinché non venga mai dimenticato il prezzo pagato dal Popolo tedesco per aver voluto abbracciare un’Idea che le plutocrazie occidentali hanno cercato in ogni modo di eliminare. Vanamente.

Cioppi Cioppi

 

Dresda

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DMYTRO CON NOI!

Anche se qualsiasi cosa si faccia non sarà mai adeguata a rendere omaggio alla memoria e al sacrificio di Dmytro, manteniamo vivo il suo ricordo; morto per ragazzi della sua età che nemmeno conosceva e che probabilmente non avrebbe mai incontrato, possa essere un faro per quelli che verranno. ESSERE UN SOLDATO SIGNIFICA VIVERE PER SEMPRE! DMYTRO CON NOI!

Giuseppe Prezzolini, un accorto testimone del suo tempo

Una vita lunga un intero secolo quella dello scrittore, giornalista, editore, attivista, intellettuale, docente universitario e saggista italiano.

Nasce il 27 gennaio del 1882, come scherzosamente dichiarava egli stesso “per caso”, da genitori senesi a Perugia, per via del fatto che il padre prefetto era soggetto a continui trasferimenti. Nonostante ciò, finché frequenta la scuola, i suoi rendimenti sono eccellenti; ma dopo i primi due anni di liceo, come forma di disapprovazione nei confronti di un insegnante, si ritira e comincia a studiare in modo autonomo all’interno della nutrita biblioteca familiare. Comincia ben presto dunque a manifestarsi quel suo spirito dissidente, anticonformista e anti accademico che lo accompagnerà per l’intera esistenza. Senza diploma, senza titoli e rifiutando ”favori all’italiana” di qualsiasi genere, va avanti fin da giovane grazie alla sua cultura e le sue qualità, dimostrando coerenza fino alla fine dei suoi giorni. Si trasferisce a Firenze, allora epicentro culturale del Paese, e incontra un suo coetaneo, Giovanni Papini, anch’egli intellettuale, col quale stringerà una sincera e duratura amicizia; i due nel 1903 all’interno del Palazzo Davanzati fondano e dirigono la rivista mensile Leonardo, che durerà fino al 1907. La rivista può definirsi di matrice “generazionale”, poiché non solo la redazione è formata esclusivamente da giovani giornalisti (Prezzolini aveva appena ventun anni) ma sostengono apertamente anche il valore assoluto della giovinezza, positivo in sé, ponendosi in contrasto alla vecchia generazione positivista ottocentesca; alla quale contrappongono le moderne e rivoluzionarie idee filosofiche di Nietzsche, Bergson e il pragmatismo di Peirce. Nel programma di Leonardo c’è dunque anzitutto affermato il pieno superamento del passato in favore di una bellezza estetica e di un’intelligenza giovane, capaci di contrastare ogni forma di ‘pecorismo nazareno e servitù plebea’, una sorta di conformismo piccolo-medio borghese legato alla morale cattolica. Si asserisce poi la superiorità del pensiero Idealista, personale, su quello sovrasistema. La bellezza nell’arte prende le distanze da quella naturalista e verista in favore di un suggestivo estetismo rinvigorito anche grazie al lavoro di d’Annunzio. Scrivono tutti usando uno pseudonimo e il suo è Giuliano il Sofista (chiamerà poi il suo secondo figlio proprio Giuliano). Nello stesso anno comincia anche a collaborare con le riviste socio-politiche Il Regno ed Hermes, fondate da Enrico Corradini, che si occupavano in particolare di diffondere il sentimento nazionalista in opposizione allo scellerato liberalismo giolittiano. In questi anni inoltre, conosce Croce, intrattiene uno scambio epistolare con Ungaretti e compie numerosi viaggi in Francia per perfezionare il suo francese. A Parigi ha modo di conoscere anche Sorel e Bergson. Nel 1905 si sposa e si trasferisce nella sua città natale, Perugia. L’esperienza di Leonardo si conclude nel 1907 e l’anno dopo fonda, sempre insieme all’amico Papini, La Voce, che rimarrà in vita fino al 1916 (seppure diversificata in varie fasi, talvolta evidentemente distanti tra loro a causa dei cambi di direzione). Questo nuovo progetto, iniziato sotto la direzione di Prezzolini, è più moderno, colma la rottura tra il binomio obiettivi-linguaggio presente in Leonardo; i programmi politici e sociali erano infatti rivolti alla Nazione tutta ma il linguaggio era ancora piuttosto elitario e retorico. La Voce, scevra da qualsiasi orpello, si fa incisiva, mira a raggiungere anche i piccoli centri di campagna per aprire un dialogo con quanti più lettori possibili, per mettere insieme una consapevole schiera di militanti in opposizione al movimento giolittiano. Nel 1914 lascia la direzione del settimanale e si trasferisce a Roma, dove comincia a lavorare come corrispondente per Il Popolo d’Italia, giornale fondato da Mussolini in opposizione al neutralismo dei giornali socialisti riguardo la Prima Guerra Mondiale. Si arruola volontario e va in Guerra, con l’incarico di istruttore di truppe. I suoi intenti rivoluzionari e riformistici di cui scriveva dietro la scrivania, hanno occasione di tradursi in azione e Prezzolini non si tira indietro, dimostrando la sua fermezza. Dopo Caporetto ha quello che lui stesso chiama un “turbamento di spirito” e torna al fronte con gli Arditi sul Piave. Nel 1921 esce su La Voce il saggio Codice della vita italiana, in cui, attraverso una selezione di aforismi e pensieri in libertà mette nero su bianco le vergogne e le colpe del Paese; dividendo gli Italiani in due categorie: i buoni e i fessi, e banalmente quanto efficacemente «i fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono». In questi anni pubblica anche una delle prime biografie su Mussolini in cui preavviserà che a far naufragare il progetto rivoluzionario Fascista – espressione massima di orgoglio italico, sottolinea -ci penserà il popolo italiano, da Mussolini sopravvalutato.

Nel 1927 si trasferisce a New York con la famiglia per insegnare italianistica alla Columbia University. Nel 1940 viene omaggiato della cittadinanza americana ma non ne fu entusiasta; non tollerava la “democrazia statunitense” che riteneva «la realizzazione compiuta della parificazione degli sporcaccioni ai galantuomini», in contrasto con la sua supposta Congregazione degli Apoti, ovvero «coloro che non le bevono», vale a dire: uomini liberi che vogliano scegliere allo squallore democratico appiattente e mediocre l’elevatezza dello spirito e dell’essere per operare in favore di un miglioramento sociale e personale. In quegli anni a New York sviluppa però un prezioso lavoro di ricerca: Repertorio bibliografico della storia e della critica della letteratura italiana dal 1903 al 1942, pubblicato nel 1946, e nel 1948 l’ateneo lo nomina “professore emerito” di italianistica. Dopo venticinque anni di permanenza in America, torna definitivamente in Italia, scegliendo di stabilirsi a Vietri sul Mare, primo paese della Costiera Amalfitana. Dopo qualche anno si trasferisce a Lugano, in Svizzera, perché snervato da uno Stato oramai vano, compromesso, corrotto e scadente, diceva infatti che un uomo della sua età «ha bisogno di un luogo dove i sì siano sì e i no dei no, non degli eterni nì». Tra la sua ricca produzione letteraria annoveriamo una biografia critica tuttora insuperata sulla Vita di Nicolò Machiavelli fiorentino, un’amara considerazione sul Paese dopo la caduta del governo fascista: L’Italia finisce. Ecco quel che resta, e l’Ideario, del 1967: un manuale di aforismi e riflessioni contro il conformismo e il politicamente corretto – e corrotto – elaborato con schiettezza e cinismo. Quell’Italia – ad oggi solo significativamente peggiorata – dei partiti cattocomunisti non lo aveva in simpatia e si capisce il perché: scrisse che lo Stato aveva abbandonato il suo rigore e la sua sacrosanta intransigenza in favore di un assembramento secondo le regole dell’organizzazione camorrista. La sua prosa è ormai chiara ed essenziale, lontana dai lirismi dell’amico Papini, poiché la sua intenzione comunicativa vuole essere a vantaggio di tutti. Uomo piuttosto solitario, ha intessuto le proprie relazioni personali in gran parte per via epistolare. Queste corrispondenze, sono conservate tra le sue ‘carte’ nella Biblioteca Nazionale di Firenze, a cui le donò egli stesso, già revisionate e ordinate. Gli originali di questo materiale sono invece nella Biblioteca di Lugano, città dove è morto all’età di cento anni il 14 luglio del 1982. Intellettuale onesto, scomodo, è stato intenzionalmente accantonato nel corso del ‘900. Lo ricorda però Marcello Veneziani tra gli Imperdonabili: 100 ritratti di Maestri Sconvenienti, accanto – tra gli altri – a Dante (che oggi pur vogliono far passare per un antesignano liberal no border), Evola e Mishima. E lo ricordiamo noi, firmandoci come faceva anch’egli quando sognava la rivoluzione non ancora avvenuta, con uno pseudonimo.

Marta

Nico Azzi: dalle S.A.M. al giovedì nero di Milano

Nico Giuseppe Azzi nasce in provincia di Mantova il 31 luglio 1951. Fin da giovane si avvicina al Fascismo, studiandolo ed unendosi, dapprima, alle Squadre d’Azione Mussolini (S.A.M.), e, poi, alla redazione della rivista La Fenice di istanze ordinoviste. Stringe amicizia con quelli che venivano definiti “sanbabilini”, ovvero tutta quella gioventù di “destra” che era solita incontrarsi sotto i portici di piazza San Babila a Milano. Tuttavia Azzi si distingue dagli altri subito per il coraggio e l’intraprendenza: il 7 aprile del 1973 insieme ad altri camerati della piazza organizza un attentato sul direttissimo Torino-Genova-Roma. Il piano era semplice e comprendeva il far notare nella tasca una copia di Lotta Continua, per depistare future indagini e piazzare una bomba sul treno. Qualcosa andò però storto proprio nel momento culmine dell’operazione e l’ordigno esplose improvvisamente ferendo Azzi, il quale verrà successivamente arrestato.

Questo episodio diede il pretesto per vietare la manifestazione, organizzata dal M.S.I., che avrebbe dovuto avere luogo cinque giorni dopo a Milano, contro la violenza comunista. Ma il divieto arrivò il giorno stesso, solo poche ore prima dell’inizio del corteo che, sfilando da Piazza Cavour a Piazza Tricolore, avrebbe dovuto veder salire sul palco Ciccio Franco. Ovviamente la folla che si era riunita da tutta Italia – e non solo missina (difatti vi erano elementi di Avanguardia Nazionale, Fronte di Popolo, e Ordine Nuovo che comprendeva gli stessi sanbabilini) -, non si lasciò intimidire e proseguì con la mobilitazione. Il clima si fece sempre più teso e venne schierato un reparto della celere per porre freno al concentramento dei militanti sulla piazza, ma ciò aumentò la tensione fino a culminare in degli scontri: ci fu il lancio di due granate da addestramento SRCM da parte dei sanbabilini che si trovarono costretti a difendersi contro le forze dell’ordine. Il primo ordigno provocò due feriti, il secondo, per una sciagurata fatalità, uccise il poliziotto Antonio Marino. Fu proprio Azzi a fornire le bombe ai militanti, e per questo venne arrestato nuovamente e condannato a quindici anni di carcere per l’attentato al treno e per aver fornito gli esplosivi.

Dopo la dura detenzione, restò connesso agli ambienti militanti e si sposò dando alla luce la figlia Matilda. La sua vita procedeva nella normalità finché non fu arrestato per le false accuse nei suoi confronti riguardanti la strage di piazza Fontana. Durante i vari interrogatori che si susseguirono si oppose nel dare qualsiasi nome e fornire qualsiasi informazione, in quanto affermò di non riconoscersi in quello Stato. Ci ha lasciati il 10 gennaio 2007 a causa di un infarto, all’età di 55 anni.

Il suo funerale non riuscì ad avere il rispettoso e doveroso silenzio, a causa dell’urlante isterismo provocatorio e irrispettoso dell’A.N.P.I. e di antifascisti vari che addirittura montarono un caso e urlarono allo scandalo contro il parroco che aveva concesso la chiesa per la cerimonia sacra che spetta a tutti gli uomini.

Morto undici anni fa, Nico Azzi, di sicuro merita un posto nella memoria collettiva e, in special modo, nella nostra per essere stato un combattente duro, schierato con anima e corpo per l’Idea Assoluta, senza mai porsi limiti contro ostacoli o nemici, e nella convinzione di essere e muoversi nel giusto in un mondo sbagliato. Il suo amico Cesare Ferri, lo ricorda dicendo che la per lui è morto «ma solo fisicamente, appunto, perché il suo ricordo di camerata coraggioso, altruista e un po’ guascone mi – e ci – accompagna sempre e quando uno è ricordato è come se non fosse mai morto».

Olmo

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Stefano Cecchetti: 40 anni senza giustizia sono troppi

Era il 10 gennaio del 1979, a circa un anno di distanza dall’agguato di via Acca Larenzia, a Roma si tennero manifestazioni di commemorazione da parte dei giovani del MSI, alcune delle quali sfociarono poi in scontri con le forze dell’ordine. Nel corso di una delle manifestazioni rimase ucciso, raggiunto dai colpi esplosi dall’agente di polizia in borghese Alessio Speranza, il diciassettenne Alberto Giaquinto, militante del Fronte della Gioventù e amico intimo di Massimo Morsello. Alcune Sezioni del Movimento Sociale Italiano subirono attentati incendiari. La sera dello stesso giorno, un ragazzo di 17 anni, viene barbaramente ucciso davanti al bar “Urbano” di Largo Rovani, nel quartiere Talenti a Roma.

Il ragazzo in questione è Stefano Cecchetti. Nato il 25 maggio del 1962, abitava in via Davanzati con i genitori e la sorella più grande. Frequentava l’ambiente del Fronte della Gioventù, molto presente nella zona, era al terzo anno di liceo scientifico al Nomentano, ed era un ragazzo come tanti: usciva con gli amici, ascoltava i dischi, era interessato alla politica. Quella sera del 10 gennaio, un gruppo di militanti antifascisti spararono da una Mini Minor verde contro alcuni giovani che chiacchieravano davanti a un bar. Dai finestrini della vettura uscirono le pistole; una calibro 7,65 e una 9, e partirono una serie di colpi verso i ragazzi. I terroristi rossi spararono nel mucchio, poiché l’intenzione era quella di uccidere spietatamente. Nell’autovettura, che aveva una strana targa quasi da sembrare straniera, c’erano tre persone che indossavano il passamontagna. Secondo le testimonianze il fuoco durò all’incirca due minuti, poi la Mini ripartì, salvo fermarsi poco dopo per sparare a un altro gruppo di ragazzi. Alla fine, ci furono tre feriti: Stefano Cecchetti e due suoi camerati, Alessandro Donatone e Maurizio Battaglia. Stefano, colpito al torace e al bacino, ebbe lesioni interne e una perforazione dell’aorta. Nonostante un intervento di alcune ore, non sopravvisse. Un’ora dopo l’agguato, la rivendicazione all’Ansa: «Un’ora fa abbiamo colpito, nel quartiere Talenti, un centro di aggregazione fascista. Abbiamo colpito fisicamente. Contro l’arroganza fascista sul territorio. Ora e sempre violenza proletaria. Compagni Organizzati per il Comunismo».

Poco dopo l’omicidio inizò il dibattito sul perché il fuoco fosse stato diretto proprio verso quel gruppo, se gli assassini sapessero l’identità delle persone verso cui sparavano o se avessero sparato solo perché quella piazza era notoriamente un luogo di ritrovo dei militanti missini del quartiere. Si disse che Stefano fu ucciso per come era vestito, alla maniera tipica dei camerati di quegli anni: stivaletti Clarks, giacca di pelle, pantalone a sigaretta. Altri ancora dissero che fu ucciso perché si trovava in quel momento in un luogo considerato dagli avversari politici come un “covo di fascisti”. Radio Onda Rossa, come già fatto l’anno prima in occasione della strage di Acca Larentia, non perse occasione per sciacallare sulla morte di un militante del Fronte della Gioventù e si fece promotrice di un dibattito su questo avvenimento. Durante la trasmissione un ascoltatore disse che non era importante se Cecchetti fosse o no fascista, perché lui là non ci doveva stare. Questa era la logica folle di chi poi rivendicò l’omicidio. Gli autori di questo assurdo assassinio non sono mai stati identificati, così come quelli di tante altre vittime dell’odio comunista e la sua legittimazione di quegli anni.

I funerali di Stefano si tennero pochi giorni dopo a Tuscania, luogo originario della famiglia, e la sorella gli mise per la cerimonia le sue adorate Clarks color sabbia. Le cose e i vestiti di Stefano alla fine della celebrazione furono distribuiti tra i suoi amici e camerati.

Un riferimento all’omicidio di Cecchetti comparirà un anno dopo nella rivendicazione, a firma dei NAR, dell’omicidio di Valerio Verbano, militante di “Autonomia Operaia” abitante nella stessa zona. Tuttavia, negli anni, sono emerse piste più veritiere che suggeriscono che nell’omicidio dell’extraparlamentare di sinistra la matrice sia da ricercarsi nei Servizi Segreti Italiani piuttosto che nel terrorismo neofascista e il movente sia da attribuirsi alle attività di schedatura svolte da Verbano.

Noi vogliamo oggi in particolare ricordare Stefano Cecchetti, ma anche Alberto Giaquinto e tutte gli altri eroi che, nella coraggiosa lotta al sistema e alle sue ingiustizie, hanno immolato la propria vita per servire l’Idea e portare avanti il testimone che oggi, noi di CasaPound Italia e del Blocco Studentesco, raccogliamo e portiamo orgogliosamente avanti.

«Abbassate le serrande ché noi siamo ancora qui!»

Agiade

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Lemmy Kilmister: Lo ricordiamo per pura insolenza, alla faccia di chi ce lo chiede!

Il 28 dicembre 2015 ci lasciava il grande Ian Fraser Kilmister, carismatico frontman, bassista e fondatore dei Motörhead, iconica band inglese. “Lemmy” – come racconta nella sua biografia – aveva ricevuto quel soprannome all’età di 10 anni quando, spostatosi ad Anglesey, un’isola gallese nel Mare d’Irlanda, dalla natìa Burslem, nello Staffordshire, veniva chiamato con quel nomignolo che in slang voleva dire “Caprone”.

Ebbene, chissà quanti di quelli che lo definivano in questo modo avrebbero mai pensato che “Lemmy” sarebbe diventato il nome associato da milioni di persone ad uno dei più grandi artisti rock ‘n’ roll di sempre.

Ian inizò presto ad affacciarsi al mondo della musica, fondando e partecipando, negli anni dell’adolescenza, a molti gruppi che ebbero però storia breve. Un’importante esperienza musicale – oltre che di vita – la ebbe nel ’67 quando a 22 anni viaggiò per sei mesi in qualità di tecnico nel tour del leggendario Jimi Hendrix e dei The Nice. Qualche anno più tardi, nel 1972, entrò a far parte degli Hawkwind, per i quali, oltre ad essere basso e voce scrisse molte canzoni. Fu proprio dall’ultima di queste che nel 1975, una volta lasciato il progetto e aver fondato una nuova band, Lemmy trasse quel nome che sarebbe poi diventato una pietra miliare della musica heavy metal e non: Motörhead.

Il gruppo mosse i primi passi sotto l’etichetta Stiff, pubblicando Leaving Here. Nello stesso anno lasciarono la casa discografica e si spostarono con la Chiswick Records pubblicando nel 1977 il primo ed omonimo album. Sempre sotto questa etichetta furono pubblicate alcune compilation nelle quali si alternavano i pezzi dei vari gruppi che erano sotto contratto con la Chiswick. Tra gli altri ricordiamo in particolare Long Shots, Dead Certs And Odds On Favourites, compilation nella quale compaiono anche gli Skrewdriver. Ebbene sì, perché a conferma delle voci che hanno sempre parlato di una particolare amicizia tra i due gruppi vi è anche questo album, oltre che un concerto alla King George’s Hall di Blackburn di cui però non sono mai state reperite prove fotografiche. A ricordarlo con piacere ci sono però sempre state le testimonianze di Ron Hartley, chitarrista della prima formazione degli Skrewdriver, e lo stesso Ian Stuart Donaldson. Proprio con Ian Stuart, Lemmy ha sempre intrattenuto una forte amicizia, tanto che alcuni rumors mai effettivamente comprovati parlerebbero di una corona di fiori mandata dal frontman dei Motörhead al funerale dell’amico.

Dopo aver abbandonato anche la Chiswick passarono alla Bronze Records con la quale pubblicarono diversi album, tra cui Overkill che rappresentò la svolta del gruppo e li consacrò al successo. Con questa etichetta incisero molti lavori, fino a quando, nel 1990, si arrivò ad una rottura.

Questo evento fu comunque positivo per la carriera della band che fu contattata dalla Sony Music. Dopo la firma del contratto, i Motörhead pubblicarono l’album 1916, in cui l’omonimo brano scritto proprio da Lemmy, racconta la storia di un sedicenne che parte volontario per andare al fronte, consapevole che non tornerà a casa, ma conscio che il suo sacrificio lo porterà ad affiancare gli eroi che lo precedettero nelle lotte per la patria.
L’anno seguente, nel 1992, sempre sotto l’egida della Sony uscì l’album March Or Die, in cui, ancora una volta, la title track scritta dal leader del gruppo, esamina la guerra, e partendo dai pensieri di un giovane soldato arriva a criticare quelle guerre mosse da pochi potenti in nome di meri interessi economici che portano alla morte di migliaia di uomini e alla devastazione del pianeta.

Nel 1993 Lemmy, assieme al resto del gruppo, che nel frattempo ha avuto diversi cambi di formazione, decise di alzare ancora di più il tiro e proseguire sulla strada intrapresa tempo prima con 1916, pubblicando Bastards: disco che analizza e glorifica i combattenti della Seconda Guerra Mondiale. La tematica è pero troppo scottante per Sony, che abbandona il gruppo. Nonostante il parere contrario delle major, Lemmy e i suoi decidono ugualmente di pubblicarlo per un’etichetta indipendente. Questo ebbe ovvie ripercussioni sulle vendite dell’opera, che risultò tra le meno redditizie del periodo. Tra i pezzi che compongono l’album spicca senza dubbio Death Or Glory, un magnifico testo di elogio a tutti quei soldati che combattendo in nome di un’idea hanno immolato la propria vita.

Molti gruppi del genere con testi simili avrebbero firmato la loro esclusione dalle scene, ma lo stesso non si può dire per Lemmy e i suoi che invece, già poco tempo dopo pubblicarono un nuovo album, Sacrifice. D’altronde come afferma anche Kilmister in Make ‘Em Blind «[…] The path is made for us […]You’ll never understand, we bear your names but not your guilt, we do not like the world you built», che sembra dire «Hey amico, noi siamo i Motörhead e facciamo il cazzo che ci pare!» .

E lo hanno fatto, ricordando a tutti, di tanto in tanto, con chi avevano a che fare portando avanti l’attitudine che contraddistingueva il loro stile. E lo dicevano così, come gli veniva più semplice, senza mezzi termini e senza mandare qualcuno a dirtelo. Te lo dicevano nel modo più chiaro possibile che loro non li potevi calmare o addomesticare: «We are Motörhead born to kick your ass!».

Certo negli anni non sono certo mancate le critiche da parte dei soliti perbenisti che cercavano di mettere all’angolo Lemmy, non solo per i testi del gruppo, ma anche per quella sua passione per i cimeli nazionalsocialisti e sudisti. Dopotutto se pensiamo al leader dei Motörhead non possiamo non ricordarlo con un cappello da confederato, con qualche mostrina delle SS e con una croce di ferro in bella vista.

Tutto ciò gli costò anche delle controversie legali quando, nel 2008, posò in alcuni scatti per un giornale tedesco con un berretto tedesco con un Totenkopf, dal momento che nella «Germania più libera – e paranoica – della storia», un articolo del codice penale vieta l’esposizione di qualunque simbolo risalente al III Reich.

Lemmy liquidò tutti quelli che provarono a montare il caso mediatico sulla faccenda a modo suo, con quell’irriverenza e quel fare politicamente scorretto che sembrava ricordare a quegli smemorati con chi avessero a che fare: «Adesso ti racconto qualcosa di storia. Sin dagli inizi, i ragazzi peggiori erano quelli che indossavano le uniformi più belle. Napoleone, i confederati, i nazisti, avevano tutti delle uniformi spettacolari. Voglio dire, le uniformi delle SS sono fottutamente belle! Erano le rock star dell’epoca, cosa vuoi farci? Erano semplicemente belle. Non venirmi a dire che sono nazista solo perché possiedo queste uniformi. Nel 1967 ho avuto la prima fidanzata di colore e da allora ne ho avute tante altre. Non capisco il razzismo e non l’ho mai nemmeno considerato». Una frase che sembra tra l’altro ricalcare quella di un altro grande artista, David Bowie, che affermò che Adolf Hitler era stato la prima vera rockstar. E proprio a Bowie, Lemmy dedicò un tributo, con una cover di Heroes pubblicata nell’album postumo Under Cöver. Quel Bowie che aveva altresì subito un arresto al confine russo-polacco per materiale nazionalsocialista. Ma questa – come si dice in questi casi – è un’altra storia.

Insomma anche questa faccenda era chiarita per Lemmy. Eppure qualche sprovveduto ci riprovò tirando nuovamente in ballo la storia della Germania Nazionalsocialista e lui, anziché ritrattare tutto come avrebbe fatto il moneymaker di turno, fece le dovute precisazioni: «Non possiedo solo roba nazista, colleziono oggetti d’epoca delle nazioni dell’Asse ma anche di paesi che non ne facevano propriamente parte come Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia o Ungheria». E tutti questi cimeli erano fieramente mostrati agli avventori della sua casa che talvolta, shockati, si sentivano dire dal padrone di casa «Alla mia ragazza afro-americana mica danno fastidio, perché dovrebbero darne a te».

Beh se a lei non davano fastidio a noi non possono che fare estremamente piacere e darci un ulteriore motivo per apprezzare non solo l’artista ma anche l’uomo che – se anche non si può certo definire fascista – ha fatto dell’anticonformismo e della coerenza uno stile di vita.

Una volta il The Guardian gli chiese perché lo facesse e la sua risposta fu chiara, d’altronde quale poteva essere se non «È pura insolenza, alla faccia di chi continua a chiedermelo».

Insomma, nonostante il tempo Lemmy Kilmister rimarrà senza dubbio uno di quei personaggi di cui non ci si dimenticherà e che rimarranno nella storia per essersi presi violentemente il posto che gli spettava nella scena. Chi ama il rock dovrebbe ringraziare Lemmy per aver ricordato a tutti, fino alla fine – e anche oltre -, cosa volesse dire essere davvero un rocker, vale a dire, per citare Jack Black in School Of Rock: «Combattere il potente!» (possibilmente facendolo morire sbigottito).

BORN TO LOSE, LIVE TO WIN!

Cioppi Cioppi

Il Solstizio d’Inverno: la (Ri)nascita

 Con Solstizio d’Inverno viene indicato il momento in cui il Sole, durante il suo moto apparente, raggiunge il punto più distante dall’equatore celeste, nonché il più prossimo all’orizzonte. In termini di tempo questo fenomeno si traduce nell’accorciamento definitivo delle ore di luce del giorno nel nostro emisfero, rendendo la data in cui avviene (21 dicembre negli anni solari, il 22 durante quelli bisestili) anche la giornata più corta dell’anno.

Nonostante ciò, il significato che le popolazioni antiche avvezze a studiare il movimento degli astri attribuivano all’evento non era l’inizio della stagione fredda, con i suoi effetti devastanti e il suo clima rigido, bensì veniva inteso come rigenerazione della natura, che indebolita  ma non annientata  dal gelo, avrebbe ripreso a partire da questo periodo il suo lento corso. È proprio a partire dal Solstizio invernale infatti che la stella madre tornaprogressivamente a risplendere per più tempo nel cielo, fino al raggiungimento dello zenit durante quello estivo.Tale principio rigenerativo poteva essere ricollegatoall’anniversario della nascita di una divinità rappresentante il Sole stesso, come nel caso di egizi, aztechi, maya e, come vedremo più avanti, per i persiani; nel caso dei popoli europei, le celebrazioni si riferivano non alla venuta al mondo di un essere divino, ma alla sua resurrezione in una nuova forma, una vita rinata.

Nell’Alban Arthan celtico come nello Yule germanico il rinnovamento del ciclo solare, ad esempio, veniva festeggiato adornando gli spazi con piante sempreverdi, quali tronchi di abeti, rami di vischio e di agrifoglio, simboli di persistenza alle intemperie e di rifioritura. Nel Korochun slavo si celebrava, attraverso canti e danze dette Kolyadki, la morte del dio del sole autunnale Hors per mano di Chernobog (il “dio nero) che sarebbe poi risorto nella nuova forma di Koliada, dio del sole invernale. Per i greci il Solstizio d’Inverno segnalaval’apertura di un passaggio all’Olimpo, grazie al quale si diceva che anche divinità infernali o dimoranti sulla Terra potessero accedervi per banchettare al fianco di quelle olimpie; nel Solstizio d’Estate ciò avveniva per il mondo degli uomini, ponendo quindi un collegamento tra un mondo finito in continuo cambiamento ed uno immutabile, privo di spazio e di tempo, che insiemecostituiscono l’equilibrio dell’universo. Nella religione romana i due giorni erano dedicati inizialmente all’antichissima figura di Giano Bifronte, protettore delle porte, dell’inizio e della fine, a cui Numa Pompilio, secondo re di Roma, dedicò anche il primo mese dell’anno, Ianuarius (Gennaio).

Successivamente al culto del dio a due facce se ne aggiunse un altro, quello di Saturno (corrispondente al greco Kronos, e per questo celebrato con Graeco ritu) rappresentante lo scorrere degli eventi, il prima e il dopo, ed era anch’esso, come il dio a due facce, associato alla fertilità. Le due divinità si completavano a vicenda in quanto a virtù e facoltà, e a lungo regnarono insieme nel Lazio, donando la civiltà ai suoi primi abitanti. Il loro mitico regno segnò un lungo periodo di pace e prosperità per gli uomini, indicato come Età dell’Oro, privo di conflitti o distinzioni sociali, poiché i beni erano ripartiti equamente tra tutti e ottenibili senza lavorare la terra, dalla quale crescevano spontaneamente. In ricordo di quest’epoca, i Romani instituirono i Saturnalia, che secondo la tradizione furono importati dai compagni di Ercole rimasti in Italia; furono ufficializzati nel 217 a.C., e inizialmente comprendevano solo il giorno 17 del mese di dicembre, si allungaronosotto il principato di Domiziano fino al 23.

Tali giorni, che Catullo definì <<optimum dierum>> mentreOrazio <<libertas Decembri>>, si festeggiavano tra banchetti pubblici e privati, offerte agli dei, giochi di gruppo ed azzardo, balli e fiere: tutto questo in un clima di divieto di svolgere lavori, vestirsi con abiti ufficiosi,avere lutti e soprattutto, completamente a spese dello Stato. Era di uso comune anche lo scambio di regali augurali (detti strenne, in riferimento ai rami del bosco sacro della dea Strenia) tra commensali, mentre nel giorno 19, detto Sigillaria, venivano donati giocattoli, candele o figurine di cera. In questo clima pacifico e festoso, nelle strade tutti si salutavano scandendo le parole “Io, Saturnalia!” come augurio. Una particolare usanza inoltre imponeva a tutti gli abitanti dell’Urbe di invertire i propri ruoli per tutta la durata delle celebrazioni: gli schiavi diventavano ufficialmenteuomini liberi e venivano serviti dai padroni, i senatori e i nobili di rango equestre venivano sbeffeggiati liberamente dalla plebe mentre indossavano buffi costumi, uno di loro veniva eletto <<saturnalicius princeps>> , che vestito come un vero e proprio imperatore (abiti purpurei e faccia colorata di rosso, segno della sua divinizzazione), organizzava i preparativi delle feste e qualsiasi suo comando, anche il più assurdo, andava eseguito. Attraverso questo sconvolgimento dell’ordine costituito i Romani inauguravano un tempo nuovo separandosi dal precedente.

L’epoca aurea terminò quando, sconfitto nella Titanomachia, Saturno venne esiliato nuovamente da Giove nelle profondità della terra (nella versione greca del mito viene rinchiuso nel Tartaro assieme agli altri titani). Virgilio, nella quarta ecloga delle Bucoliche, annuncia che questa epoca si sarebbe potuta ripresentaresolo con il ritorno del figlio di Urano, reincarnatosi nel corpo di un bambino. Quindi nel Medioevo la figura del dio del tempo si trasformò in quella del Dio cristiano, ed il puer venne identificato in Gesù Cristo. E’ curioso notare anche come la divinità rappresentante lo scorrere del tempo e l’avvenire, avesse poi dato alla luce Vesta, protettrice del focolare e delle tradizioni, simbolo quindi del tempo eterno. 


Tra il III e il IV secolo, due religioni cominciarono a diffondersi radicalmente nell’Impero Romano: Mitraismo e Cristianesimo. La prima, riferita alla divinità iranica Mitra, venendo a contatto con il mondo romano-ellenico assunse i caratteri di un culto misterico e monoteista che sviluppò numerose varianti quante erano le regioni in cui divenne popolare; il credo infatti, pur prendendo il nome dal dio persiano, in realtà comprendeva la venerazione di moltissime altre divinità solari (Apollo, Helios, El-Gabal, Sol, Belenos), unificate nella figura del Sol Invictus. La celebrazione introdotta da Aureliano nel 274, il Dies Natalis Solis Invicti,celebrava proprio la nascita di questo nuovo nume, sostituendola ai Saturnalia. In realtà nel Zoroastrismo persiano il Solstizio d’Inverno, essendo anche la giornata con la notte più lunga dell’anno, era segno di cattivi presagi e dell’apparizione di demoni, pertanto dava un’occasione alle famiglie di riunirsi per proteggersi a vicenda, mentre la festa celebrante la nascita di Mitra si teneva durante l’Equinozio di Autunno. Con l’avvento del Cristianesimo anche in Oriente, la data slittò fino a coincidere con quella del calendario romano, è quindi più probabile che sia stata la fede di Cristo a influenzare il Mitraismo, e non viceversa.

Come testimoniano anche le esperienze religiose di Costantino, Mitraismo e Cristianesimo avevano numerose somiglianze, delle quali però non ci soffermeremo a parlarne. Sta di fatto che quest’ultima dottrina, forte della tenace persistenza dei suoi martiri e dei suoi fedeli, alla fine si sostituì definitivamente alle altre, cambiando così anche il significato della celebrazione invernale così come la conosciamo oggi: il festeggiamento in onore della Natività di Gesù, posta il 25 dicembre. Sebbene risulti evidente che porre festa liturgica in questa data fu per lo più una scelta di comodo per la Chiesa d’Occidente, al fine di integrare le tradizioni precedenti, alla luce dei recenti studi non risulta nemmeno tanto inverosimile credere che Cristo nacque proprio a dicembre dell’anno 0, cioè nel nono mese dall’Annunciazione. Come scrive Vittorio Messori, famoso scrittore e giornalista, in un articolo del Corriere della Sera: “Ecco, dunque, che ciò che sembrava mitico assume, improvvisamente, nuova verosimiglianza. Una catena di eventi che si estende su 15 mesi: in settembre l’annuncio a Zaccaria e il giorno dopo il concepimento di Giovanni; in marzo, sei mesi dopo, l’annuncio a Maria; in giugno, tre mesi dopo, la nascita di Giovanni; sei mesi dopo, la nascita di Gesù. Con quest’ultimo evento arriviamo giusto al 25 dicembre. Giorno che, dunque, non fu fissato a caso.”
La concezione cristiana del tempo lineare, contraria a quella pagana del tempo ciclico, ci fa però comprendere come sia stato possibile che una fede nata in una terra abitata da popoli non indo-arii o indo-europei, abbia potuto assorbire ed integrare così velocemente le altre tradizioni e usanze, senza né intaccare il proprio significato originario, né quello delle fedi precedenti: Cristo muore e rinasce ogni anno senza che la sua venuta al mondo sia uguale alle precedenti, come nello spirito politeista della celebrazione del Solstizio d’Inverno; ciò che viene dopo non è uguale a ciò che lo precede, e tuttavia, come diceva Tolkien: “Le radici profonde non gelano”, nemmeno col freddo gelido dell’Inverno.

Saturno