Il caso Sébastien Deyzieu a 25 anni dall’omicidio

Da oramai 25 anni, a Parigi, ogni 9 maggio si compie il rituale del presente che, ogni anno, fa risuonare il nome di Sébastien Deyzieu in Rue Des Chartreux, quella strada dove il giovane militante dell’Œuvre Française trovò la morte nel 1994.

Quella di Sébastien è una storia forse poco nota ai più ma che colloca il giovane militante di 22 anni in quel pantheon di eroi che, caduti sotto i colpi dei servi dello stato, marciano al nostro fianco ogni giorno nelle manifestazioni, nei banchetti e nelle affissioni  che scandiscono l’incedere della nostra lotta al sistema.

Il 7 maggio 1994 fu indetta dai vari gruppi nazionalisti parigini, tra cui spiccavano il GUDGroupe Union Defense –, e il Jeunesses Nationalistes Révolutionnaire, una manifestazione per protestare contro le ingerenze statunitensi in Europa in occasione dell’avvicinarsi delle commemorazioni per i 50 anni dell’invasione di Parigi da parte delle truppe Alleate, avvenuta il 9 giugno 1944. I diversi movimenti chiamarono dunque a raccolta camerati non solo da Parigi ma anche dal resto della Francia con un volantino che, con l’emblematico titolo di «Bienvenue aux ennesi de l’Europe»«Benvenuto ai nemici dell’Europa» ndr – dava a militanti e simpatizzanti appuntamento alle ore 17 in Place Denfert-Rochereau,  situata nel XIV arrondissement.
I militanti nazionalisti, arrivati da ogni parte del paese, si radunarono già dal mattino presso il locale La Libraire e qui giunse loro la notizia che il prefetto della polizia aveva appena ritirato il permesso per lo svolgimento dell’azione dimostrativa. Questa decisione arrivò evidentemente su pressione del Ministro degli Interni, Charles Pasqua, storico gollista del centro-destra, che in gioventù si era schierato con la resistenza francese per contrastare i tedeschi e che, anche durante il suo mandato ministeriale, aveva sempre espresso posizioni filo sioniste e filo americane.
Ciò tuttavia non intimidì gli attivisti che scelsero di aggirare il divieto pronti, se si fosse rivelato necessario, a fronteggiare gli ingenti schieramenti della polizia dislocati per impedire il raduno.

I militanti nazionalisti decisero dunque di darsi appuntamento ai Giardini di Lussemburgo, nel VI arrondissement, per recarsi compattamente presso la piazza adibita al concentramento. Qui tutti, riuscendo abilmente a sfuggire a fermi e controlli delle forze di polizia, decisero di raggiungere il luogo prefissato alla manifestazione utilizzando la metropolitana, scendendo alla fermata limitrofa all’omonima piazza di Donfert-Rochereau. Una volta giunti i giovani nazionalisti trovarono alcuni agenti della polizia e della gendarmeria, anche in borghese, che, alla loro vista, chiamarono i rinforzi. Questi sopraggiunsero in brevissimo tempo, arrivando a soverchiare dopo poco il numero degli attivisti presenti in piazza.
In breve il clima divenne dunque molto teso con i nazionalisti che, circondati da poliziotti in assetto antisommossa, si videro provocati dagli agenti che speravano in una reazione che avrebbe giustificato l’uso della forza. Ovviamente i militanti, consci della strategia delle forze dell’ordine, cercarono di mantenere la calma ma, improvvisamente la polizia diede il via a delle cariche e iniziò a fermare e ad arrestare molti attivisti. Alcuni piccoli gruppi di nazionalisti riuscirono però ad uscire dall’accerchiamento e si recarono in direzione dell’Università Panthéon-Assas nel tentativo di sfuggire all’arresto. La sede dell’ateneo, situata in Rue D’Assas, era infatti una roccaforte del GUD che specialmente in quel periodo si era posto alla testa delle numerose manifestazioni studentesche che avevano contraddistinto un autunno di forti contestazioni.
I poliziotti inseguirono questi militanti fermandone e arrestandone a decine. Proprio tra queste schiere si trovava Sebastién che, provando ad evitare il fermo della polizia, cercò riparo in un palazzo al civico 4 di Rue des Chartreux. Gli agenti lo inseguirono anche all’interno dell’edificio. Ciò che avvenne nello stabile rimarrà probabilmente per sempre un mistero. Si sa solo che, improvvisamente, Sébastien venne lanciato dal tetto dell’edificio o da una finestra tra il quarto e quinto piano. Il ragazzo venne immediatamente trasportato in ospedale dove trovò la morte solo dopo due giorni di agonie, il 9 maggio.
Nel frattempo il resto dei militanti, ancora radunati in piazza, continuò a lanciare cori e ad innalzare al cielo le insegne con il tricolore francese e con le croci celtiche ignaro di quanto fosse accaduto al loro fratello a poche centinaia di metri. Solo al termine della giornata seppero dunque di quanto accaduto.
Tutti gli arrestati, che quel giorno furono circa 110, al termine della manifestazione furono immediatamente rilasciati senza riportare ripercussioni legali.

Anche questa sera dunque, come accade ogni anno da quel fatidico 9 maggio, con il rito del presente migliaia di militanti nazionalisti e della destra radicale di tutta Europa giungeranno in Rue Des Chartreux, per rispondere alla chiamata del suo nome con un solenne «Present!» che vuole essere una promessa, un giuramento, di proseguire quella lotta per la quale un ragazzo di soli 22 anni ha immolato la propria vita.

Cioppi Cioppi

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Enrico Pedenovi: quando Prima Linea colpì il MSI milanese

Enrico Pedenovi, nato a Pavia il 2 settembre 1926, fu uno delle vittime dei così detti “Anni di Piombo”. Svolgendo il mestiere di avvocato fu durante la guerra un membro della decima MAS; finito il conflitto decise di continuare a sostenere l’ideale per cui aveva già combattuto, militando nel Movimento Sociale Italiano fino a venire eletto consigliere provinciale di Milano nella propria lista. Descritto da molti come una persona tranquilla e pacata, viveva serenamente con sua moglie e le sue due figlie. Alla sua ascesa al consiglio provinciale, entra da subito nel mirino di Lotta Continua e Avanguardia Operaia, movimenti terroristici dell’estrema sinistra che già da lungo tempo avevano mietuto numerose vittime innocenti con la scusante dell’antagonismo politico. Furono proprio i militanti di Avanguardia Operaia a pubblicare il nome di Pedenovi tra quelli dell’elenco dei neo-fascisti da colpire: “Pagherete per tutto” questo era il nome della lista di proscrizione che mise in pericolo le vite di molte persone.

I gruppi passarono direttamente dalle parole ai fatti, quando il 29 aprile del 1976, Pedenovi, dovendo tenere un discorso in ricordo dell’anniversario della morte di Sergio Ramelli, studente ucciso a sprangate l’anno prima da un commando di Avanguardia Operaia, mentre si apprestava a ripartire sulla sua auto per andare sul posto di lavoro, venne improvvisamente avvicinato da una Simca 1000 verde da cui uscirono tre individui che gli spararono senza esitazione. Enrico fu così, freddato sul colpo tanto che i soccorsi furono vani.

Per rendergli giustizia si dovranno attendere altri 8 lunghi anni, quando nell’ottobre del 1984, la Corte d’Assise di Milano cominciò ad emanare le prime condanne. I condannati in Corte d’Appello furono Enrico Galmozzi, condannato a 27 anni, Bruno Laronga condannato a 29, e Giovanni Stefan, già latitante, condannato all’ergastolo. Tutti facevano parte di Prima Linea, movimento terroristico dell’estrema sinistra nato nel 1974 da una scissione di Lotta Continua.

Il caso Pedenovi, fu un dei pochi per i quali venne fatta giustizia condannando, dopo tempi relativamente brevi, quasi tutti i colpevoli dell’omicidio. Stafan, tuttavia, latitante al momento della condanna fu arrestato solo nel 2005 in Francia, dove reputarono la condanna oramai prescritta.

Di contro sono purtroppo tantissime altre le vittime – tra cui lo stesso Sergio Ramelli a cui Pedenovi voleva rendere onore – che non ebbero e non avranno mai la giustizia dei tribunali. Pedenovi fu una delle vittime dell’odio antifascista di quegli anni. Anni durissimi, durante i quali amare la propria Nazione e il proprio Popolo era considerata una colpa da chi, di contro, agendo nell’ombra, ha sempre covato solo odio e rancore.

In suo onore, dopo il terribile agguato, la provincia di Milano dedicò un’aula nel cortile d’onore nella quale ogni anno viene celebrata una cerimonia in sua memoria.

Matt

«Non è finita, dobbiamo ancora morire»: Carlo Borsani e la vita al servizio dell’Idea

Nato a Legnano nel 1917, Carlo Borsani ricoprì uno degli incarichi di maggior rilievo nella Repubblica Sociale Italiana, nata subito dopo la dissoluzione dello Stato Italiano. Fu proprio negli anni della RSI che la vita di Borsani s’intrecciò strettamente con quella di Mussolini.

La esistenza fu breve e straordinaria: figlio di un operaio rimase in giovane età orfano di padre e visse per molto tempo in povertà. Con enormi sacrifici da parte della madre, riuscì a iscriversi alla facoltà di giurisprudenza ma non a portare a termine i suoi studi dal momento che fu chiamato a prestare servizio nel Regio Esercito, dove, in breve tempo, divenne Sottotenente.

Nella notte tra l’8 e il 9 Marzo 1941 fu ferito in combattimento e, mentre veniva portato lontano dal campo di battaglia, fu colpito da proiettile di mortaio. La relazione medica fu critica: pur riuscendo a scampare la morte perse la vista. Ciò gli valse medaglia d’oro al valore militare Congedato perché dichiarato mutilato di guerra e grande invalido, al ritorno dal fronte, iniziò una grande propaganda patriottica nell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra che lo fece raggiungere in breve i vertici del Regime.

Dopo gli avvenimenti dell’8 Settembre, nonostante l’armistizio firmato da Badoglio, egli decise di consacrare la propria esistenza alla patria tradita proseguendo la guerra sotto i vessilli della RSI; per Borsani il non seguire Mussolini, sarebbe stato un affronto a tutti quegli Italiani che avevano fatto sposato la causa Fascista e che, per amore dell’Italia, avevano lottato fino all’estremo sacrificio.

Divenuto Presidente dell’Associazione, gli fu affidata direttamente da Mussolini la direzione di un nuovo quotidiano, La Repubblica Fascista.

Rimase sei mesi alla conduzione del giornale durante i quali entrò spesso in disaccordo con la linea oltranzista tenuta da Farinacci e Pavolini per i propri appelli a superare gli odi fratricidi. Il suo ultimo editoriale prima di essere deposto dalla guida della testata titolava Per incontrarci, un invito alla conciliazione in nome del bene nazionale rivolto a chi, in quel momento, seppur italiano si trovava dall’altra parte delle barricate. Istanza che – inutile dirlo – rimase inascoltata.

Nonostante ciò e nonostante il proseguire di quella guerra che sembrava dagli esiti oramai immutabili, Borsani dimostrò grande spirito di fedeltà e proseguì nelle proprie attività di sprono dei soldati e del Popolo che nel Fascismo Repubblicano avevano visto la salvezza della Patria: «No, non è vero che tutto è finito: dobbiamo ancora morire».

Il 26 aprile del ’45, con la feccia partigiana che commetteva atrocità nei confronti del nemico sconfitto e della popolazione civile, trovò rifugio all’Istituto Oftalmico di via Commenda dove da anni era in cura a causa della sua cecità e lì venne individuato da alcuni antifascisti. Il giorno seguente venne dunque prelevato insieme ad un suo commilitone, il Maggiore Bertoli, e trasferito in una cella del palazzo di giustizia insieme ad altri detenuti politici.

La mattina del 29 Aprile alcuni partigiani, i cui nomi sono rimasti sempre sconosciuti, si presentarono con documenti del C.L.N. per trasferirlo in un’altra località. Il Maggiore Bertoli richiese di poterlo seguire al fine di poterlo assistere data la sua disabilità, ma i partigiani gli negarono il permesso e mentre questi stava preparando gli effetti personali che Borsani avrebbe dovuto portare con sé, i partigiani esclamarono: «Dove va lui non servono!».

Il 29 aprile, dopo un processo sommario di cui non c’è traccia documentale, Borsani fu portato a Piazzale Susa e lì, assieme ad un prete, Don Calcagno, che come lui aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana, fu assassinato, con un colpo di fucile alla nuca, da un gruppo di ignoti partigiani. Prima dell’esecuzione, Borsani ebbe modo di trarre dal portafogli la prima sciarpetta di lana della figlia Raffaella, baciarla per l’ultima volta e gridare «VIVA L’ITALIA!».

Il suo corpo venne poi messo su un carretto della spazzatura con un cartello recante la scritta «ex medaglia d’oro», per essere poi portato al campo 10 di Musocco, quello dei “criminali di guerra” dove tutt’ora giace assieme agli altri caduti della Repubblica Sociale Italiana.

Quando Borsani morì, a soli 28 anni, sua moglie attendeva un figlio che volle chiamare Carlo, in memoria dell’assasinato genitore. Fu lui che ricostruì la vita del padre grazie ai racconti della madre, alle testimonianze e ai documenti raccolti in anni di pazienti ricerche.

Borsani si schierò con quanti avevano deciso di aderire alla RSI in nome di quello spirito di sincero patriottismo che aveva portato oltre 600 mila persone a non accettare la resa e la sconfitta del Fascismo e della loro Nazione. Maturato dalla cecità e sorretto da una genuina fede cristiana, Borsani vedeva nella Repubblica di Salò l’emblema di un Paese che, stretto d’assedio, andava difeso difeso ad ogni costo.

Intransigente fascista della prima ora, imperniava i suoi numerosi editoriali sui motivi di patria, dovere, onore, e necessità di sopportare le sofferenze della guerra in nome di un bene superiore e più alto e mai vi furono parole d’odio per il nemico.

Alcune delle cose accadute nell’aprile 1945 resteranno per sempre senza spiegazione. Fu guerra civile, è vero, ma un colpo di pistola alla nuca di un mutilato e invalido è cosa che nemmeno con la guerra civile può essere spiegata. Evidentemente sai che per essersi guadagnato una medaglia d’oro al Valore Militare, la guerra la sa fare davvero, senza abbassarsi al livello infimo del banditismo partigiano e, anzi, elevandosi a una ristretta cerchia di soldati che trovano nella coscienza e nel dovere la forza per sfidare la materia, compresa quella del proprio corpo ormai dilaniato dai combattimenti. Perché non solo con il corpo si combatte ma, soprattutto, con lo Spirito.

Eppure l’assassinio di Carlo Borsani, a guerra finita, non ha attenuanti. Meno ancora può essere accettabile che abbiano fatto del suo corpo un “trofeo” da esibire sconciamente per le vie di Milano, con appeso al collo un cartello che oltraggia chi l’ha scritto non certo la vittima.

Forse loro non lo sanno, ma la medaglia d’oro non si revoca. Carlo Borsani è, sarà sempre, medaglia d’oro al Valor Militare. Oggi come allora, per aver difeso la Patria, terra dei padri, di tutti i padri, anche di quelli che hanno generato i suoi assassini vigliacchi. Ecco perché Carlo Borsani, oggi, ha una targa a Piazzale Susa che fa urlare il “Presente” a centinaia di ragazzi ogni 29 aprile. Ecco perché lo custodisce il Campo 10, il Campo dell’Onore. Ed ecco perché siamo orgogliosi, persino un po’ smarriti, quando ci avviciniamo alla sua lapide per pulirla e decorarla, come le altre mille, e a lui, primo delle tre medaglie d’oro sepolte al Campo, ancora oggi, rivolgiamo, sull’attenti il grido «Presente!».

Agiade

Rivolta di Pasqua: una sconfitta che diede l’esempio

Meno di una settimana fa, nell’Irlanda del Nord, e più precisamente a Derry, si sono riaccesi i fuochi della lunga lotta che il popolo irlandese conduce oramai da secoli contro l’Inghilterra per ottenere la tanto agognata completa indipendenza. Proprio Derry è stata infatti teatro di violenti scontri tra repubblicani e forze dell’ordine britanniche e, in questo scenario tra barricate e scontri a fuoco, è stata colpita da un proiettile la giornalista di 29 anni Lynda McKee, reporter particolarmente attiva nell’ambito delle organizzazioni LGBT. Gli scontri, iniziati in seguito a delle perquisizioni condotte dalla polizia nei confronti di molti sospetti guerriglieri repubblicani, sono avvenuti in tutta la cittadina concentrandosi in particolar modo nel quartiere di Creggan dove, per l’appunto, la cronista è rimasta uccisa. I controlli avviati dagli agenti nelle abitazioni dei sospetti sono scattati nel corso delle indagini in merito ad un’autobomba esplosa il 19 gennaio scorso nel centro della cittadina nordirlandese. Le tensioni si sono riaccese proprio in prossimità della ricorrenza del centotreesimo anniversario della Rivolta di Pasqua.

La lotta portata avanti dagli irlandesi contro la dominazione britannica ha attraversato, nel corso della storia, vari momenti, con periodi talvolta più blandi e altri particolarmente cruenti, ma è proprio nei cinque giorni che seguirono il 24 aprile 1916 che si può individuare un punto cruciale che ha segnato la svolta in quel processo per la conquista della completa indipendenza che ancora oggi non accenna ad arrestarsi.

L’origine di quelli che sono stati i tumulti più significativi nella storia dell’isola durante il XX secolo, va ricondotta a quando, oltre un secolo prima, l’Atto di Unione, entrato in vigore il primo gennaio 1801, assoggettò l’Irlanda alla Gran Bretagna andando a costituire il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. Tale manovra venne approvata sia dal Parlamento inglese che da quello irlandese, il quale, con una maggioranza seppur minima, approvò il decreto. Le ragioni che spinsero il Parlamento irlandese ad accettare questo provvedimento furono molteplici, ma si può reputare che quello che con il senno di poi fu ovviamente considerato un Atto negativo per l’indipendenza dell’Irlanda, all’epoca fu invece inteso come un compromesso proposto dall’Inghilterra in seguito alle tensioni che, in un climax di violenza, erano sfociate nella ribellione irlandese del 1798. Alla base della rivolta vi erano rivendicazioni anche in ambito religioso. Difatti, fino a quel momento l’Inghilterra aveva, con continue leggi ed editti, continuamente penalizzato la popolazione originaria dell’isola di credo prevalentemente cattolico, per avvantaggiare gli immigrati inglesi di fede protestante. Quando nel 1800 fu proposto l’Atto di Unione, il parlamento britannico, in particolare con la figura del Primo Ministro William Pitt, aveva mostrato la propria disponibilità a riconoscere ai cattolici diritti che fino a quel momento erano stati loro preclusi se avessero accettato il trattato. In particolar modo si era prospettata l’abrogazione dei Test Act, una serie di leggi che impedivano ai non anglicani di ricoprire determinate cariche pubbliche. Fu proprio questa ragione che spinse il Parlamento irlandese ad accogliere positivamente la richiesta sancendo di fatto l’unione politica delle due isole. Tuttavia, una volta stipulato l’accordo, il Re d’Inghilterra, Giorgio III, impedì che si procedesse all’abolizione dei Test Act, provocando ulteriore malcontento nella popolazione irlandese che nei decenni successivi si organizzò in raggruppamenti politici e paramilitari che avevano intenzione di continuare la guerra per l’indipendenza condotta sin dal XII secolo sia per vie diplomatiche che guerrigliere. Tra i personaggi e i movimenti di spicco dei dissensi scaturiti, un ruolo chiave fu svolto da Daniel O’Connell che, convinto di poter ottenere risultati tramite manifestazioni pacifiche e vie parlamentari, fondò nel 1940 la Repeal Association, dalla quale si distaccarono poi alcuni membri, come William Smith O’Brian, che assieme a Charles Gavan Duffy e Thomas Davis, consapevoli della necessità di azioni più drastiche furono tra i promotori del movimento della Giovane Irlanda. Attraverso alleanze con altre forze politiche con le quali vi era una comunità d’intenti e rappresentanti del parlamento irlandese, gli indipendentisti riuscirono a portare le proprie istanze al parlamento britannico con varie Home Rules.

Una svolta nei negoziati si ebbe quando l’11 aprile 1912, Charles Stewart Parnell assieme ad una folta delegazione di rappresentanti irlandesi, attraverso abili mosse politiche riuscì a far discutere ed accettare le leggi che garantivano una maggiore rappresentatività irlandese e la formazione di un parlamento autonomo che avesse sede a Dublino. Le forze movimentiste inglesi presenti in Irlanda, specialmente nella parte settentrionale, non restarono tuttavia impassibili a vedere i privilegi avuti fino a quel momento andare perduti ed organizzarono dunque delle formazioni paramilitari riunite sotto la sigla di Volontari Unionisti. Per rispondere agli attacchi ricevuti anche i nazionalisti irlandesi si raggrupparono in corpi di combattenti che assunsero il nome di Volontari Irlandesi.
L’effettiva applicazione delle Home Rules sancite ebbe però un freno a causa dello scoppio del primo conflitto mondiale che rappresentò per i britannici una buona occasione per rallentare il processo d’indipendenza messo in moto. Gli scontri tra le fazioni tuttavia proseguirono incessantemente fino a quando i Volontari Irlandesi, persuasi della necessità di una svolta, decisero di organizzare una insurrezione armata per ottenere finalmente il riconoscimento dell’autonomia dell’Irlanda dalla Gran Bretagna. A questo scopo furono coinvolte nel tentativo rivoluzionario anche le forze politiche che, anni prima, si erano battute ed avevano posto le basi per l’approvazione delle leggi indipendentiste che – solo ufficialmente – erano state approvate.
L’operazione scattò dunque, come premesso, il 24 aprile del 1916 e vide dispiegate varie brigate nazionaliste che su tutta l’isola ingaggiarono aspri combattimenti con gli unionisti e le forze inglesi inviate al fine di sedare la rivolta. Il colpo di mano non riuscì e, dopo cinque giorni di scontri, le forze irlandesi, nonostante alcune ottime azioni militari, vennero battute dal soverchiante numero inglese. I condottieri sconfitti vennero condannati a morte e i loro sottoposti a pene detentive o all’esilio.
Eppure, nonostante l’insuccesso della rivolta, i principi nazionalisti degli irlandesi non furono soffocati e quei cinque giorni di lotta costituirono un apripista imprescindibile per quella che fu poi la guerra d’indipendenza irlandese, iniziata dall’IRA solo due anni dopo, che portò alla nascita della Repubblica d’Irlanda.

Eppure ancora oggi, dopo anni di lotte e sacrifici – finanche estremi – l’opera non può dirsi conclusa. Ci sono ancora sei contee che devono essere riconquistate. Sei contee che da quasi cento anni aspettano di poter levare fieramente il tricolore nato da quei giorni di combattimento e passione. Ed è proprio per questo che ci sono ancora guerrieri che continuano a dar battaglia alle truppe di Sua Maestà, portando avanti, con lo stesso spirito rivoluzionario e nazionalista dei loro avi, quella guerra dai toni identitari che non può non affascinarci.

Cioppi Cioppi

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Il viaggio alla ricerca della bellezza: Enrico Prampolini 

L’arte per poter essere definita tale deve regalare al suo pubblico una sensazione, o sarebbe più corretto dire un’emozione, di indescrivibile portata, tanto che tanto che per quante possano essere le parole spese per descriverla risulterebbero limitanti. Per potersi avvicinare alla comprensione di cosa sia è necessario pensare a quando questo sentimento si impossessa di noi rendendoci incapaci di opporvi resistenza; ciò può accadere anche quotidianamente nell’ascolto di una canzone o nella lettura di un libro. In quei momenti ci rendiamo conto di essere attanagliati da una presa irresistibile, da un qualcosa che potremmo definire amore, grandezza, oppure, per citare Nessun Dolore di Domenico di Tullio, Bellezza. Perché è di questo che stiamo parlando: del bello che non può essere prezzato con alcuna forma di valuta dal momento che così esattamente come ogni termine è limitato, ogni prezzo è riduttivo. è proprio questa incommensurabilità a rendere l’arte una verità inestimabile. 

in che modo si potrebbe riassumere tutto ciò in un quadro? Se noi volessimo “dipingere la bellezza” come faremmo a rappresentarla? Quale stile useremmo? Quale tecnica, quale visione? 

Queste domande sono così ardue che per fornire loro una risposta non possiamo parlare di un semplice artista, perché l’uomo che ha fatto della propria vita una continua ricerca della bellezzariuscendo forse ad avvicinarsi alla soluzione del dilemma, non è semplicemente qualcuno capace di mettere un po’ di vernice su un quadro, ma un viaggiatore, che ha navigato tra le correnti dell’arte combattendo e ricercando la strada da percorrere nel corso di tutta la carriera. Stiamo parlando di Enrico Prampolini. 

Prampolini nasce a Modena il 20 aprile 1894, nel 1912 si iscrive alla Accademia delle Belle Arti di Roma dalla quale viene espulso a causa di un manifesto anti-accademico da lui stampato, dimostrando già allora il disgusto verso quel sistema di vecchi capaci solo di osannare il passato senza alcuna capacità di dare una visione futura all’arte.  

E ovviamente essendo il futuro, l’avvenire, il domani, l’oggetto della ricerca del giovane Enrico, la sua attenzione non poteva che ricadere sul movimento artistico più rivoluzionario del secolo, del quale finì presto per innamorarsi e divenire uno dei massimi esponenti: il Futurismo. 

Presupposto che l’artista reputa indispensabile per poter raggiungere il proprio obiettivo è l’immediata eliminazione di ogni visione realista, poiché il reale viene concepito come chiuso, limitato e limitante e, come accennato poc’anzi, la bellezza non può e non deve essere circoscritta da niente e nessuno.
Grazie a questi presupposti riuscì a incontrare e frequentare Giacomo Balla, divenendo, di lì a breve, un artista di spicco dell’astrattismo europeo. 

Eppure Prampolini reputava di non aver ancora portato a compimento la sua ricerca. Convinto che la risposta che stava cercando non fosse conseguibile attraverso il futurismo, per quanto sia stato la corrente che più lo ha formato e a cui più dovrà anche a livello ideologico, come un pirata che naviga per di isola in isola in cerca di un tesoro, Prampolini vaga tra uno stile e l’altro. Negli anni ’30 si appassiona al dinamismo e all’organicismo, ha visioni cosmiche ed oniriche e realizza varie opere usando anche la tecnica del microcosmo.  

Una importante svolta avvenne quando, a Parigi, ne 1925, Prampolini viene a contatto con una nuova e fervente corrente: il Surrealismo. In esso vede la sintesi quasi perfetta di ciò che voleva: qualcosa che non sia limitato alla realtà ma che sia allo stesso tempo concretotangibile, esattamente come la bellezza, vera e sconfinata allo stesso tempo. La bellezza è esattamente surreale, ovvero “superiore alla realtà”.
Emblematico di questo periodo è l’opera Maternità Cosmica, una delle sue opere più famose, in cui questo contrasto risulta evidente; l’osservatore si sente spiazzato e confuso perché è come se, pur sapendo cosa il dipinto voglia rappresentare, non riesca a coglierne l’essenza 

Nella sua continua ricerca approderà a molti filoni, unendosi negli anni ’40 prima al movimento dell’aeropittura futurista e dopo la guerra al post-cubismo e proseguendo poi con la produzione scenografica (di cui ci sono pervenuti numerosi bozzetti), fino alla sua scomparsa avvenuta il 17 giugno 1956.  

Insomma, vista l’incredibile e affascinante impresa che ha voluto affrontare, la sua vita va ricordata non come quella di un personaggio arrogante che, stufo delle produzioni del passato, decide di creare qualcosa di nuovo per puro capriccio, ma come quella di un artista nel senso più profondo del termine che ha dedicato la vita a capire come poter rappresentare al meglio il concetto di Idea, donandoci la bellezza delle sue opere e un esempio da seguire; perché esattamente come lui ricercava l‘arte nella rappresentazione dei suoi lavori, noi la cerchiamo ogni giorno nella militanza, seguendo quel sentimento che non riusciamo né a comprendere né a spiegare, eppure al quale siamo sottomessi e che non possiamo far altro che vivere come una bellezza irrazionale. 

Gabbo

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Rogo di Primavalle: così 46 anni fa l’antifascismo distrusse una famiglia

Corre l’anno 1973 quando il 16 aprile, verso le 3 di notte, un commando di Potere Operaio si dirige verso il quartiere popolare di Primavalle, a Roma. Qui Mario Mattei, segretario della locale sezione del MSI, vive assieme alla moglie, Anna Maria, e i sei figli in un appartamento al terzo piano di Via Bibbiena.

Una volta giunto sul luogo il gruppo versa della benzina sotto la porta dell’abitazione e le dà fuoco. L’intenzione è chiaramente quella di uccidere l’avversario politico, uccidere un Fascista. D’altronde per loro non è reato.

L’azione diventerà una vera e propria strage. Un innesco artigianale scoppia facendo propagare l’incendio molto rapidamente. Mario Mattei riesce a trarsi in salvo calandosi dal balcone assieme alla figlia di 15 anni, Lucia, mentre la moglie, facendosi largo tra le fiamme, passa miracolosamente dalla porta dell’abitazione assieme ai figli Gianpaolo di 3 anni Antonella di 9. La diciannovenne Silvia, invece, si getta dalla veranda della cucina riportando fratture a due costole e tre vertebre. Nel vile agguato però Virgilio, di 22 anni, e il fratellino Stefano, di 10, restano intrappolati nella casa oramai devastata dal fuoco. Virgilio muore carbonizzato al balcone abbracciando il fratello più piccolo per proteggerlo e nel vano tentativo di cercare aiuto. Sotto il palazzo Potere Operaio lascia un messaggio: «Giustizia proletaria è fatta».

I responsabili dell’attentato vengono individuati in Achille Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo. Il processo presso il tribunale di Piazzale Clodio inizia il 24 febbraio del 1975, e in questa occasione scoppiano dei violenti scontri nei pressi della limitrofa sezione del FUAN di Via Ottaviano, assaltata dagli extraparlamentari di sinistra, durante i quali perde la vita lo studente greco Mikis Mantakas, raggiunto da un colpo di pistola esploso dall’allora militante di Potere Operaio Alvaro Lojacono. Ogni udienza del processo è caratterizzata da incidenti tra i due schieramenti. Immane è la rabbia dei militanti neofascisti quando il 15 giugno, disattendendo le richieste di condanna all’ergastolo per strage avanzate dalla Pubblica Accusa, arriva una vergognosa sentenza in primo grado che assolve tutti gli imputati per insufficienza di prove. In secondo grado i tre appartenenti a Potere Operaio vengono invece condannati a 18 anni di reclusione, sentenza che verrà poi convalidata in Cassazione 12 anni dopo. I giudici, nel motivare il blando provvedimento scrivono che gli attivisti non avevano intenzione di uccidere ma solo di danneggiare e intimidire l’avversario politico. Tuttavia, quando le condanne sono oramai definitive, tutti e tre gli imputati, che erano stati in precedenza incarcerati preventivamente, aiutati da una fitta rete di solidarietà della sinistra eversiva, risultano latitanti. A dare sostegno economico e logistico a questi gruppi, terroristici e non, ci sono molti intellettuali, imprenditori e appartenenti alla classe dirigente. Tra questi è opportuno citare Dario Fo che, assieme alla moglie Franca Rame, tramite la struttura Soccorso Rosso Militante, non solo organizza una raccolta fondi per sostenere le spese legali e invita tutto il mondo della sinistra a scrivere ai reclusi «per farli sentire meno soli», ma avvalla inoltre la vigliacca e infame tesi della “pista interna” che sarà la facile scusa utilizzata per moltissimi omicidi che la sinistra compirà e aveva già compiuto ai danni dei membri del MSI. Secondo questo assunto ad appiccare l’incendio sarebbero stati gli stessi Fascisti che, mossi da invidie e giochi di potere, avrebbero cercato di intimidire il Segretario della sezione. Fo e la moglie faranno addirittura un appello per divulgare l’innocenza dei tre ragazzi di Potere Operaio. Jacopo Fo, figlio della coppia, in quel periodo ventenne, fa una vignetta dove i protagonisti sono un anonimo agente segreto e un uomo coi baffi (chiara allusione a Giorgio Almirante) che si informa su quanti siano i morti nell’attentato. Jacopo Fo per questa vignetta non solo non porgerà mai le sue scuse, ma indicherà addirittura i coniugi Mattei come possibili mandanti dell’azione.

Solo dopo il 28 Gennaio del 2005, quando con una sentenza la pena viene dichiarata in prescrizione, Lollo fa ritorno in Italia ammettendo la responsabilità sua e dei suoi compagni. Dichiarazioni che servono alla famiglia solo per chiedere il risarcimento dei danni.

Oggi a 46 anni di distanza, questa storia rimane una ferita aperta, non solo per le modalità – a dir poco vergognose – secondo cui sono state svolte le indagini e per l’ostruzionismo operato della giustizia italiana, ma anche per l’innocenza di un ragazzo, Virgilio, e di suo fratello Stefano, uccisi in modo vile dall’odio antifascista.

Steiner

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Tante menti, una Fede: la Scuola di Mistica Fascista “Sandro Italico Mussolini”

Il Fascismo è una delle poche ideologie, se non l’unica, ad essere nata prima ancora di venir teorizzata. Il movimento dei Fasci Italiani di Combattimento, composto inizialmente da poche decine di appartenenti, si è evoluto fino a diventare un fenomeno senza precedenti nella politica nazionale, riunendo persone delle più disparate appartenenze politiche, sociali e religiose. Dopo la Marcia su Roma tuttavia, anche se la Rivoluzione sembrava ormai compiuta, mancava ancora una chiara definizione di cosa fosse il pensiero fascista, mancava ancora una spiegazione, per tutte le moltitudini che si erano radunate sotto lo stesso vessillo, di cosa le avesse spinte a farlo, lo spirito che le ha riunite per devozione e fede verso la Patria.
Il primo tentativo di dare una “forma” a ciò che fino ad allora si era manifestato tramite il sacrificio di uomini e donne, un programma rivoluzionario e discorsi che hanno infiammato le folle, fu del filosofo Giovanni Gentile, che redasse il Manifesto degli Intellettuali Fascisti, la cui prima riga recita:
«Il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di significato e interesse per tutte le altre.»
Più di 250 intellettuali di ogni tipo dichiararono il loro sostegno incondizionato per la nuova ideologia, il cui obbiettivo principale era riportare l’individuo allo stato e lo stato all’individuo, riscoprendo quel legame ancestrale che esiste tra l’italiano, la sua terra e i suoi fratelli, e infine superare “la crisi spirituale” vigente.
Il documento ebbe successo, tuttavia non venne facilmente recepito dalle fasce più umili della popolazione, che continuavano a sentirsi parte della rivoluzione soprattutto per il coinvolgimento sentimentale che essa suscitava, una serie di impulsi irrazionali che, come spiegato dal maestro di Castelvetrano, affondavano le radici in qualcosa di estremamente antico che ha continuato a sopravvivere nei secoli. Come si può allora riuscire a esplicitare qualcosa di irrazionale, ineffabile? Fu per questo scopo che il 10 aprile del 1930 venne fondata a Milano la Scuola di Mistica Fascista “Sandro Italico Mussolini”.

L’idea di fondare una nuova istituzione che si occupasse di studiare il Fascismo da ogni suo punto di vista, ogni sua possibile implicazione nella società e visione del mondo, fu dello studente di giurisprudenza Niccolò Giani.
Giani nacque a Muggia, comune istriano, il 20 giugno del 1909. A causa della sua giovane età non poté partecipare alla Prima Guerra Mondiale, e sempre a causa di ciò, come tanti giovani, pur subendone l’irresistibile fascino del movimento sansepolcrista, non poté nemmeno far parte della “prima generazione” di fascisti. Trasferitosi a Milano nel 1930 per frequentare l’Università, si unisce ai Gruppi Universitari Fascisti, e pur facendone da poco parte, mostra subito la volontà di contribuire attivamente alla causa con ogni mezzo. Non avendo potuto partecipare alle azioni della prima ora, Giani desiderava poter creare il futuro dell’ideologia, svolgendo un lavoro di ricerca a tutto campo per definire finalmente un’etica del Fascismo, o meglio, una Mistica, in cui tutti potessero riconoscersi e regolarsi.
Il termine “mistica” significava, come spiegato dal filosofo Louis Rougier, «un complesso di proposizioni a cui si aderisce per tradizione o per sentimento, anche se queste proposizioni non si possono giustificare razionalmente e ciò assai spesso per oblio delle ragioni primitive che hanno indotto ad enunciarle.».
Obiettivo di Giani è giustificare quelle proposizioni che sono credute ingiustificabili e riscoprirne le ragioni primitive, al fine di conservarle ed evolverle, adattarle al nuovo mondo per creare l’uomo nuovo, e per fare ciò svilupparne un’applicazione concreta e pratica, che si possa adoperare nella vita di tutti i giorni. Come riporta nel suo libro “Dottrina fascista”: «Mistica è il credo o se si vuole l’arca santa dei valori e dei principi di un’Idea politica, ai quali si aderisce in conseguenza di una comprensione e giustificazione piena e totale e in nome e in virtù dei quali si agisce per la loro realizzazione integrale (…) E perché vi sia mistica sono necessari due momenti: il credere e l’agire; ed ecco il significato del trinomio Mussoliniano “credere, obbedire, combattere”».

Il progetto ebbe presto il supporto e il patrocinio di Arnaldo Mussolini, fratello minore del Duce, al quale successe alla direzione de “Il Popolo d’Italia”. Sempre stato fedele alle idee di quest’ultimo, Arnaldo aveva preferito dare supporto alla causa Fascista dal lato diplomatico e culturale, impegnandosi tenacemente nell’attività giornalistica e nel tessere rapporti con altri paesi e organizzazioni, e intravide nei propositi di Giani il modo migliore per dare al Fascismo una valenza teorica e mettere a tacere le voci che parlavano invece di “complotto borghese” ai danni del popolo, oltre che a far riscoprire ai vecchi ed ai nuovi aderenti al Partito quale fosse la vera anima di quell’ideologia, l’idea pura con cui era nata.
L’apertura della Scuola, già anticipata il 4 aprile sulla rivista universitaria “Libro e Moschetto”, avvenne quindi il 10 con sede nella Casa del Fascio di Piazza Belgioioso alla presenza di numerosi ospiti, come il cardinale Ildefonso Schuster e il segretario del GUF Andrea Ippoliti, e nominata “Sandro Italico Mussolini” in onore del figlio di Arnaldo, morto a soli 20 anni. È da sottolineare la presenza dell’alto prelato milanese, in quanto inizialmente la Chiesa Cattolica vide il luogo di formazione come l’intenzione di creare una vera e propria religione di stato, ma grazie sempre alla mediazione di Arnaldo si specificò che la visione spiritualistica della scuola ed i suoi obiettivi non erano in nessun modo in contrasto con gli insegnamenti cristiani. Ambizione della Scuola era anzi quella di compiere anche sotto il profilo trascendentale quella unione dei vari aspetti attorno ad un unico perno che sarebbe stato da intendersi come fede nella Patria.
Non a caso Armando Carlini, accademico cristiano che aderì nel ’39 alla Scuola, scrisse nel suo libro “Saggio sul pensiero filosofico e religioso del fascismo”: «Tutto allo Stato, dunque, di quanto riguarda gli interessi materiali e spirituali dell’uomo nel mondo della contingenza storica; tutto alla Chiesa e alla fede religiosa di quanto riguarda l’uomo al di là della contingenza, l’uomo nella pura interiorità della sua coscienza (…) Soltanto in questo modo è possibile essere “fascisti cattolici” in perfetta e assoluta identità con i “cattolici fascisti”».
Sia il fratello del Duce sia il giovane istriano addirittura pensavano che la religione cattolica fosse in realtà tanto complementare alla filosofia quanto alla spiritualità della Mistica Fascista, che grazie alla sua carica ispiratrice avrebbe permesso agli uomini di elevare la propria conoscenza senza contrapporre fede e ragione; inoltre essendo un carattere integrativo, si sarebbe dimostrata anche la differenza vigente tra le due discipline. Gastone Silvano Spinetti, fervente sostenitore di Giani ed entrato a far parte della scuola nel ‘33, nel suo libro “Fascismo e Libertà” così introduce questa posizione fondamentale: «Dopo aver posto in rilievo come l’uomo, per agire da vero dominatore del mondo, debba realizzare un potenziamento progressivo del sentimento e della volontà, sarà bene far notare come la nuova mistica riconduca gli uomini a Dio attraverso una nuova concezione della natura».

Purtroppo Arnaldo Mussolini morì a un anno dalla fondazione, il 21 dicembre del 1931, lasciando la presidenza al figlio Vito, ma nel frattempo la Scuola aveva già iniziato ad attirare numerosi partecipanti e ad organizzare eventi, dibattiti e conferenze circa i più disparati argomenti, illustrati dal punto di vista dell’ethos fascista che Giani assieme ad altri come i già citati Spinetti e Carlini, ma anche Ferdinando Mezzasoma, Guido Pallotta e Luigi Stefanini, nonché i più famosi Berto Ricci e Julius Evola. La creatura di Giani aveva già iniziato la formazione di militanti che avrebbero rappresentato l’avanguardia del nuovo partito, studiando intensivamente il pensiero del Duce come primo interprete e ideatore del Fascismo. La conoscenza approfondita trasmessa a persone capaci di esprimerla avrebbe aperto la strada ad un nuovo scopo: cominciare la missione civilizzatrice dell’Italia Fascista in tutto il mondo, conquistare i popoli con l’idea dell’elevazione spirituale dell’uomo attraverso un più alto senso del dovere, e convincerli così a fare propria la “dottrina Fascista”, reinventarla secondo le proprie caratteristiche (in quanto il Fascismo vero e proprio era comunque considerato frutto della cultura italiana), renderla una vera e propria Rivoluzione permanente. Giani espone interamente tali obbiettivi nel libro “La marcia sul Mondo”, dove si scaglia duramente contro l’Europa che lui chiama “del toro”, erede della rivoluzione francese e portatrice dei mali della società moderna, in primis il materialismo, manifestatosi nei sistemi economici dei due più grandi paesi capitalisti, Gran Bretagna e USA, e nello stato comunista Sovietico. A quell’Europa egli contrappone quella “dell’ariete”, fatta di ideali romantici, giovanili, fondati appunto sul volontarismo e l’impegno costante, la dedizione verso valori più alti, incarnatisi storicamente nella civiltà latina e mediterranea.

Nel 1939, con una solenne cerimonia, la palazzina dove fu fondato “Il Popolo d’Italia”, detta “Il Covo”, venne consegnata alla Scuola di Mistica, che ne fece la sede principale. A causa dell’importanza del luogo, che era considerato a tutti gli effetti un monumento nazionale, l’intenzione di Niccolò Giani era quello di trasformarlo in un sacrario della Rivoluzione, essendo stato il punto da cui Benito Mussolini iniziò a diffondere le sue idee, ed era proprio la diffusione delle idee il fine principale dell’istituzione in quel momento, attraverso il carattere dei suoi membri, che lo stesso fondatore invitava ad essere «Intransigenti, domenicani!».
Nel 1940 venne organizzato a Palazzo Marino la 1° Convegno nazionale di Mistica Fascista con circa 500 partecipanti; in quel momento più che mai si espresse il bisogno di dover formare un’élite non solo culturale e politica, ma che mostrasse la propria dedizione in ogni situazione, col compito di salvaguardare, come era in principio, l’Ideale nella sua purezza attraverso le asperità. E le asperità ben presto giunsero. Pochi mesi dopo l’Italia entrò in guerra, e molti membri della Scuola, risposero alla chiamata alle armi: il momento decisivo era giunto, ma non si era fatto abbastanza per prepararsi.
Le attività continuarono, seppur con minor frequenza, anche dopo la morte di Giani che il 14 marzo 1941 cadde sul fronte Greco-Albanese, mentre si lanciava all’assalto, in testa ai suoi uomini, col fucile in pugno e la baionetta innestata. Con il proseguire delle attività belliche la quasi totalità degli studenti e degli insegnanti partì volontaria pronta a dare finanche la vita per l’Italia Fascista e la Rivoluzione nonostante il parere sfavorevole delle più alte cariche del Partito e dello stesso Mussolini che, vedendo negli appartenenti alla Scuola di Mistica Fascista i migliori frutti dell’Idea, avrebbero voluto preservarne l’integrità. Ebbene fu proprio la smisurata devozione degli aderenti della Scuola a spingerli a combattere e a cadere al fronte, portando così nel 1943 alla definitiva chiusura della Sandro Italico Mussolini.

La Scuola di Mistica Fascista ha lasciato un’eredità culturale enorme, spesso ignorata, che al suo tempo rappresentava il baluardo, l’avanguardia, contro le forze interne ed esterne che hanno tentato di distruggere il Fascismo, così come rappresentava la falange, la punta di freccia che la più audace, la più originale, la più mediterranea ed europea delle idee si preparava a scagliare contro il mondo intero. Niccolò Giani, così come Mussolini, sapevano che la Rivoluzione a quel punto non era ancora compiuta, ed infatti, il compito più importante dell’esperienza del Misticismo Fascista è stato questo: portarla avanti, sempre più avanti, passando ogni volta il testimone alla generazione successiva, lasciare che i giovani, passo dopo passo, ne diventassero fautori e la interiorizzassero, per renderla, infine, perfetta. Oggi, i testimoni siamo noi.

Saturno

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