Massimo Morsello: ancora con il sorriso e la spada

Nato a Roma il 10 Novembre 1958, Massimo Morsello, oggi avrebbe compiuto sessant’anni. Massimino, come comincerà ad essere chiamato – soprattutto in ambito musicale – ha vissuto una vita esemplare per la ricchezza e l’importanza delle esperienze vissute; è stato infatti un militante ammirevole, una guida saggia, un cantautore sensibile e, non da ultimo, un generoso e capace imprenditore.

Cresce in una famiglia della media borghesia romana, da madre bulgara, arrivata in Italia dopo l’ascesa del partito comunista, e da un padre che egli stesso descrisse come «profondamente anti-comunista ed estimatore dell’azione sociale del Fascismo». Tuttavia, all’interno della famiglia, la politica attiva non era mai stata un reale impegno per nessun componente fino a quando, nel 1975, dopo la morte del padre, Massimo, ancora adolescente, aderisce al Movimento Sociale Italiano diventando un militante attivo; in un primo momento come membro della componente giovanile, il Fronte della Gioventù, e successivamente di quella universitaria, il Fuan. È però nel ’76 che Morsello si mette in luce con la fondazione di Lotta Studentesca, nucleo originario dal quale deriverà poi Terza Posizione, assieme a Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e Peppe Dimitri.

Già in questi anni Massimino comincia ad appassionarsi allo studio della musica e della chitarra e, nel giugno del 1978, in occasione del secondo Campo Hobbit, tenutosi a Fonte Romana in Abruzzo, si esibisce nella sua prima interpretazione in pubblico, dividendo il palco con molti altri gruppi della scena musicale alternativa, tra i quali la Compagnia dell’Anello e gli Janus – gruppo a cui era appartenuto, in qualità di voce e chitarra Stefano Recchioni, ucciso la sera del 7 gennaio ’78 -.
A pochi mesi da quell’esibizione pubblicherà il suo primo lavoro, Per me e la mia gente, una musicassetta che, tra gli altri, conterrà lo storico brano Noi non siamo uomini d’oggi, uno dei più rappresentativi di un intero scenario politico, di allora e di oggi. Perché in questo brano Morsello non si limita a cantare di un disagio sentito dai giovani fascisti, ma mette finalmente in musica, e sottolinea, quella differenza etica e spirituale che intercorreva tra i militanti della destra radicale e gli altri loro coetanei. Non dunque un disagio dietro il quale rifugiarsi per nascondere la propria incapacità di affrontare il mondo, ma una fiera differenziazione rimarcata dal vitalismo e dalla voglia di combattere le brutture di quel mondo che non li capiva e, per questo, li osteggiava.

Durante gli scontri di Centocelle del 10 gennaio 1979, ad un anno dalla Strage di Acca Larentia, durante una manifestazione, Morsello assiste alla morte dell’amico Alberto Giaquinto, un giovane camerata di diciassette anni freddato da un colpo di pistola esplosogli alla nuca da Alessio Speranza, poliziotto in borghese. Sarà questo un episodio particolarmente segnante per Massimo, che, mosso dal dolore e dal desiderio di giustizia, si presenta in questura per testimoniare contro l’agente che ha sparato, finendo però per ritrovarsi personalmente incriminato con l’accusa di devastazione e saccheggio.
Sono questi gli anni passati alle cronache e alla storia come “anni di piombo”, anni che vedono lo scenario politico italiano diventare sempre più teso: il ricorso alle armi, per una questione di difesa del diritto ad esistere e a far politica, diventa un fatto naturale. Molte sono le vicende non chiare e pilotate da servizi segreti e organi statali che, con azioni terroristiche, alimentavano la cosiddetta strategia della tensione al fine di favorire partiti come la Democrazia Cristiana. È in questo contesto che, sulla scia delle decine di mandati di cattura emanati per i militanti neofascisti in seguito alla strage di Bologna, Massimo viene iscritto nel registro degli indagati e, con superficialità, subito condannato per associazione sovversiva e banda armata a 18 anni di reclusione, che saranno poi ridotti in Cassazione a 8 anni e 10 mesi, per la sua appartenenza ai NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari, nati dalla rabbia e dalla frustrazione di alcuni giovanissimi neofascisti romani. Condannato dunque nel 1980, si renderà irreperibile stabilendosi in un primo momento in Germania e poi nel Regno Unito.
A Londra, insieme – tra gli altri – alla moglie Claudia e Roberto Fiore fonda la società Meeting Point, ribattezzata poi Easy London, che si occupa di procurare alloggio e impiego a studenti e lavoratori soggiornanti nella capitale albionica.
Proprio a Londra, l’anno seguente alla condanna, il cantautore romano pubblica la sua seconda musicassetta intitolata Nostri Canti Assassini – Canzoni dall’esilio, in cui, – particolarmente in brani come Roma e Dove ghignano i ladri della tua libertà -, canta amaramente dell’amore per la terra che è stato costretto a lasciare.
Poco tempo dopo, l’11 Settembre 1982, insieme ad altre otto persone, subisce un fermo da parte degli agenti di Scotland Yard e in questa occasione la magistratura italiana ne chiede l’estradizione, negata fermamente dal governo britannico.

Nella capitale inglese Massimino si prodiga attivamente soprattutto sotto il punto di vista musicale riuscendo ad ottenere diversi successi; di grande importanza è stato il concerto che organizzò e promosse, nel Marzo 1996 al Marriot Hotel, nel quartiere Mayfair, del jazzista Romano Mussolini, figlio del Duce, che ebbe una grande eco a livello internazionale.
Altro successo, nello stesso anno, fu l’organizzazione di una tournée in Inghilterra per Enrico Ruggeri, con il quale intrattenne, anche al rientro in Italia, ottimi rapporti di amicizia che costarono all’ex Frontman dei Decibel, non poche critiche da parte di chi lo accusò di essere amico dei terroristi dell’estrema destra.

Durante gli anni in esilio a Londra, Morsello si rende ormai conto di essere destinato a pagare per le sue idee fino alla fine, e affida al suo nuovo lavoro sul primo CD Punto di non ritorno – edito per l’etichetta romana Rupe Tarpea Produzioni – pensieri ed emozioni. Il titolo viene esplicato dallo stesso cantautore nell’introduzione al disco presente sulla custodia: «In gergo militare è identificato con il punto limite oltre il quale non è più possibile per un velivolo tornare alla base con le sole riserve di carburante previste a bordo. Il pilota che supera il punto di non ritorno può fare affidamento esclusivamente sulle proprie forze, deve confrontarsi con l’ignoto, affrontare la navigazione in mare aperto, cercare nuove audaci soluzioni alla conclusione del suo volo».
Proprio in occasione della pubblicazione del disco, il “De Gregori nero” – come fu definito in seguito da un articolo de Il Messaggero – riesce ad organizzare uno storico concerto, dal titolo Scusate, ma non posso venire, previsto per il 20 Settembre del 1996, che doveva essere trasmesso in diretta anche in Italia. Arriva il fermo dalla questura che, prima di permettere la diffusione dell’esibizione vuole preventivamente visionarla per «assicurarsi che non siano divulgati messaggi di incitamento alla violenza». Lo stop è dunque solo temporaneo dal momento che gli inquirenti dopo aver visionato una cassetta dello spettacolo spedita direttamente da Londra, ne autorizzano la proiezione che avviene a Roma – di cui viene permesso il solo audio -, in piazza SS. Apostoli, e a Milano, al Palalido, davanti a folle di militanti accorsi dalle diverse regioni d’Italia.

Sempre dall’Inghilterra e sempre per l’etichetta Rupe Tarpea Produzioni, pubblica  nel 1998 l’album La Direzione del Vento. Il successo del disco è ampio, tanto che, con ingegno da parte del cantautore romano, riesce ad essere pubblicizzato anche su Il Manifesto, giornale comunista italiano, che lo apostrofa come «Veramente rivoluzionario».
Tra le tracce del disco che colpirono gli ascoltatori dell’epoca risaltano senza dubbio  Palestina, in cui Morsello esprime solidarietà e vicinanza al popolo palestinese sposandone la causa, e Maastricht. Qui esprime, ante litteram, dubbi e dissensi sulla formazione della neonata Unione Europea, che, come sottolinea nel brano, parla di «parametri da rispettare e le frontiere da cancellare», andando ad opporsi all’idea di Europa dei Popoli cara a Massimo e ai suoi camerati di allora e di oggi. È questa un’Europa costituita «solo di banche e di parole», «un guinzaglio stretto bene al collo del popolo e della nazione».
La Direzione del Vento risulta una vera e propria pietra miliare per la musica alternativa italiana, e riuscì a vendere oltre 13000 copie. Un successo, ad oggi, ancora ineguagliato.

L’anno successivo all’uscita del disco, Morsello fa finalmente ritorno in Italia. Alla fine degli anni ’90 gli veniva diagnosticato un cancro, purtroppo non più curabile. Sceglie di affidarsi alla terapia sperimentale del Professor Di Bella, a cui dedicherà l’amichevole Buon anno Professore, canzone inedita scritta per la raccolta Vox Europa del 1999.
Neanche negli ultimi momenti di vita Massimo Morsello si prenderà una tregua. Gira infatti varie città per conoscere quelli che in lui avevano trovato una guida spirituale e politica.
Viene anche a Napoli, con la moglie e la figlia, per conoscere e parlare ai giovani militanti del Cuib Giulio guidato da Antonio Torre, storico leader napoletano di Terza Posizione.
Lo ricordiamo oggi, con le parole che lo stesso Torre usò per definire Morsello: «un Fascista autentico, nel pieno del suo significato: nella vita privata, come capitano d’azienda, come cantautore, ma anche soprattutto, nei confronti dei tanti camerati che gli chiedevano aiuto».

Si spegnerà a Londra il 10 Marzo 2001 a causa di quella malattia che ha tolto a tantissimi di noi la possibilità di conoscere un vero esempio di lotta e sacrificio; che ci ha privati della possibilità di ascoltare, dal vivo, le parole di chi ha cantato delle battaglie per le quali ha speso senza riserva tutta la vita, donando i propri anni migliori. Quella malattia che ci ha privati dall’ascoltare chi, a distanza di anni, ci parla comunque al cuore con quelle stesse parole d’ordine che ci muovono nella medesima direzione: Europa, Rivoluzione, Fascismo.

 

Massimo Morsello

Steiner

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Cento anni dalla Vittoria: per continuare a combattere

Il 4 novembre 2018 si celebrano i cento anni dalla Vittoria riportata dal Popolo Italiano nella Grande Guerra. Un’impresa eroica riportata attraverso anni di dura lotta, che hanno rinsaldato quell’identità di Nazione ai figli d’Italia.

Il quadro storico in cui si configura l’entrata in Guerra del Regno d’Italia va analizzato sin dall’anno dell’Unificazione, avvenuta nel marzo 1861. Infatti negli anni successivi a questa data, in conseguenza dell’occupazione francese della Tunisia – conquista non ben vista dal governo italiano, che aveva già mire espansionistiche in quella zona -, l’Italia nella data del 20 maggio 1882, stringe un accordo (la Triplice Alleanza) con l’Impero tedesco e con quello asburgico di Austria e Ungheria, contrapposto alla Triplice Intesa tra Francia, Gran Bretagna e Russia.

Erano quelli, anni in cui l’Europa stava ridefinendo le alleanze interne e in cui nuove nazioni, come la giovane Italia, giocavano un ruolo chiave nei rapporti di forza e nelle strategie geopolitiche da mettere in campo. In questi anni in cui gli interessi e le mire espansionistiche erano enormi, allo stesso tempo due nuove grandi potenze sorgevano al di là degli oceani, gli Stati Uniti d’America e il Giappone. Va poi considerato l’impatto della Rivoluzione Industriale del XIX secolo, che stava ridisegnando i sistemi di produzione, e che avrebbe inciso irreversibilmente sugli assetti economico-sociali del mondo. All’interno di questo quadro mutevole e in continuo divenire, si colloca l’ambizione coloniale d’Italia nel 1911 per la Campagna di Libia. Dopo un anno, il conflitto vedrà l’Italia trionfare sul nemico ottomano che fino a quel momento aveva regnato su quei territori, e che intanto perdeva anche i protettorati nei Balcani. La situazione politica europea si faceva sempre più calda ed instabile, proprio nella penisola balcanica forti erano i moti irredentisti slavi; ormai insofferenti nei confronti dell’occupazione asburgica gruppi nazionalisti serbi e bosniaci cominciavano a rivendicare i propri territori e l’indipendenza. Fu in questo infuocato contesto che, il 28 giugno 1914, si arriva all’attentato di Sarajevo, in cui il giovane patriota serbo-bosniaco Gavrilo Princip uccise l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria e Ungheria. Questo episodio fu la scintilla a far scoppiare il primo conflitto mondiale.

L’Italia all’inizio della Guerra ritenne opportuno rimanerne fuori: il governo Salandra prendeva la decisione definitiva di rimanere neutrale al conflitto il 3 agosto 1914, in seguito alla riunione del Consiglio dei ministri. Tuttavia, i movimenti interventisti all’interno della nostra nazione erano forti soprattutto fra i nazionalisti, e prendevano progressivamente consenso anche tra il resto della popolazione. Forte era la spinta di molti intellettuali dell’epoca che, rinvigoriti dallo spirito di Patria e identità nazionale, spingevano per la liberazione dei territori della penisola italica occupati dagli austro-ungarici; spinta che doveva essere finalizzata alla riconquista dei territori irredenti appartenenti al Regno d’Italia. Nasce in quel periodo il Popolo d’Italia, organo di stampa guidato dall’interventista Benito Mussolini, sulle cui pagine Mussolini stesso, il 10 novembre 1914, scrisse «il vecchio antipatriottismo è tramontato» e, cinque giorni dopo, nel famoso articolo Audacia, tuonò «Oggi la propaganda antiguerresca è la propaganda della vigliaccheria». Il nazionalista Alfredo Rocco, spingeva affinché le correnti cattoliche fossero partecipi nella riscoperta dello spirito d’amor di Patria ritrovato e, alla necessità per la Chiesa cattolica, di dare sostegno alla ricomposizione di un blocco sociale capace di adempiere alle nuove sfide a cui la nazione veniva chiamata. Sempre Rocco sul Dovere Nazionale, auspicava una nuova destra «capace di andare oltre le idiosincrasie delle elitès tradizionali della destra salandriana».

Fondamentale fu la partecipazione a Genova il 5 maggio 1915, durante le imponenti manifestazioni per l’anniversario dell’impresa di Garibaldi con i Mille, dell’intellettuale Gabriele d’Annunzio che, nella sua orazione a Quarto, fu capace di colpire l’animo delle folle in ascolto attraverso versi pieni di sacralità. Versi volti a far rifiorire nello spirito degli Italiani la fondamentale opera di civilizzazione e cultura che aveva nei secoli contraddistinto la penisola che si adagiava nel Mediterraneo, attraverso uomini e popoli che avevano scritto e cambiato il volto del mondo, destino che nelle parole del d’Annunzio risuonava come ancora proprio della nazione italica: «Non catasta d’acacia né di lentisco né di mirto ma di maschie anime egli oggi dimanda, o Italiani. Non altro più vuole. E lo spirito di sacrifizio, che è il suo spirito stesso, che è lo spirito di colui il quale tutto diede e nulla ebbe, domani griderà sul tumulto del sacro incendio: `Tutto ciò che siete, tutto ciò che avete, e voi datelo alla fiammeggiante Italia!´. O beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere. Beati quelli che hanno venti anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa. Beati quelli che, aspettando e confidando, non dissiparono la loro forza, ma la custodirono nella disciplina del guerriero. Beati quelli che disdegnarono gli amori sterili per essere vergini a questo primo e ultimo amore. Beati quelli che, avendo nel petto un odio radicato, se lo strapperanno con le lor proprie mani; e poi offriranno la loro offerta. Beati quelli che, avendo ieri gridato contro l’evento, accetteranno in silenzio l’alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi ma i primi. Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore. Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia».

Fu questa l’alba di un nuovo nascente fermento, indomito e poderoso d’amor di Patria. Fu questa l’alba in cui, sotto un nuovo sole che imponeva all’Italia e ai suoi figli di risorgere ancora una volta, il Regno d’Italia, il 23 maggio 1915, decideva di scendere in armi per liberare i territori occupati di Trento e di Trieste dal nemico asburgico, dopo aver abbandonato la Triplice Alleanza e aver trovato nuovi appoggi nella Francia e nella Gran Bretagna.

Una grandiosa macchina industriale per la produzione di nuovi armamenti per la guerra che l’esercito italiano si apprestava ad affrontare veniva messa in moto. Migliaia di giovani soldati e ufficiali si schierarono al fronte nord dove si dovevano conquistare i territori sottratti, dal Trentino Alto Adige al Friuli Venezia Giulia. Fu il coraggio degli uomini e delle donne Italiani a portare al conseguimento della grande Vittoria. Impavidi uomini in armi che combatterono senza sosta contro il nemico in territori difficili e impervi come quelli alpini e carsici, impavide donne contribuirono a mandare avanti la Nazione, senza dimenticare i loro uomini al fronte che non abbandonarono mai; un divampante moto unanime che avrebbe ridefinito i confini dello stato nazionale, e che avrebbe consegnato all’eternità quei giorni.

Furono dure le prove delle più sofferte e cocenti sconfitte subite, ma il nostro esercito fu capace di unione nei momenti più difficili e di reazione quando tutto sembrava perduto, come dopo la disfatta di Caporetto, in cui molte furono le perdite tra le fila italiane. Quello stesso esercito che fu però capace sul fiume Piave di opporre una strenua resistenza al nemico e che, grazie anche alle doti strategiche di ufficiali come Armando Diaz, seppe riorganizzare le truppe sul fronte, e portare a compimento ciò per cui la Patria li aveva chiamati: così, il 3 novembre 1918 le truppe italiane liberavano le città di Trento e Trieste.

Dopo anni l’Italia tornava a riappropriarsi di quelle terre irredente, unendo un popolo ancora una volta sotto un’unica bandiera, unito sotto un unico ideale di identità e di nazione. Un’impresa che necessita oggi più che mai di essere ricordata, e quel mistico spirito che aveva mosso le genti e ridestato gli animi a nuovi orizzonti di libertà, di essere consacrato per sempre alla storia.
Oggi come allora ricordiamo quei guerrieri, quegli eroi che, per amore dell’Italia e della sua cultura e identità millenarie, hanno combattuto per consegnarci una Patria in cui riconoscerci, in cui vivere liberi e sovrani.

Italo Lupo

 

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Donna Rachele: monumento alla dignità italiana

Ultima di cinque sorelle, nata a Predappio Alta l’11 Aprile 1890, da una famiglia contadina, Rachele Anna Guidi conosciuta come “Donna Rachele”, perse il padre a soli otto anni e a causa dell’estrema povertà in cui cadde la sua famiglia dovette rinunciare a proseguire gli studi presso quella stessa scuola elementare nella quale incontrò colui che diventerà il suo futuro marito, Benito Mussolini. Per un periodo, i due vivranno come fratello e sorella, poiché il padre di Mussolini, vedovo, e la madre di Rachele, vedova, divennero compagni. Alessandro Mussolini fu poi costretto a concedere il permesso di sposarsi ai due innamorati, poiché Benito aveva minacciato di uccidere se stesso e Rachele in caso di risposta contraria.

Dalla sua biografia scritta dalla nipote Edda Negri, figlia di Anna Maria, riceviamo un ritratto di donna estremamente forte e per nulla remissiva, tanto da decidere di andare a convivere con Mussolini quando ella era ancora minorenne. Durante questa convivenza a Forlì ebbe una figlia, Edda, illegittima secondo la legislazione dell’epoca, che fu registrata all’anagrafe come figlia di Mussolini e di madre ignota. Successivamente si sposarono una prima volta con rito civile nel 1915 ed una seconda volta con rito religioso nel 1925, quando Mussolini era ormai presidente del Consiglio. In totale la coppia ebbe cinque figli: Edda, Vittorio, Bruno, Romano e Anna Maria.

Nonostante la considerevole posizione politica del marito, mantenne sempre rapporti con gli ambienti popolari della sua Romagna e con i suoi abitanti, non interessandosi mai alle frivolezze mondane e non cedendo alle lusinghe borghesi. Niente e nessuno la distolse mai dalle sue scelte di madre, moglie e padrona di casa; esperta di semina, raccolto, giardinaggio e allevamento.

Sui rapporti personali con il Duce, e in generale di questa complicata e affascinante famiglia, la nipote scrive che la nonna Rachele non interveniva mai direttamente nelle questioni politiche, ma ascoltava, e il marito – interessato al suo parere -, spesso le chiedeva consiglio. Racconta un episodio in particolare, di cui è venuta a conoscenza leggendo un telegramma conservato negli archivi di famiglia: un Ministro, mostrando dei bilanci di Governo in casa Mussolini, proponeva di ridurre la razione di grano spettante alla popolazione italiana. Donna Rachele, non d’accordo, lo fece presente a Mussolini, che addirittura aumentò la suddetta razione!

Durante l’ultima cena della famiglia al completo, Donna Rachele era girata di spalle, per non incrociare la vista e l’immagine del genero Galeazzo Ciano. Chiese poi al marito: «Quando ti libererai dai traditori?». Questa presa di posizione così forte fu la causa dei litigi durati anni con la prima figlia, e moglie di Ciano, Edda, che le rimproverava di essere «il dittatore di casa». E lo sapeva anche la Signora Mussolini in fondo, al corrente dei tradimenti del marito, che “però tornava sempre a casa la sera” dai figli e dalla moglie. Quella moglie che pretese e ottenne il licenziamento di una delle amanti del Duce, Margherita Sarfatti, collaboratrice de L’Avanti! E quella stessa donna che sarà capace di sopportare il dolore della scelta di Claretta Petacci, amante storica, di morire accanto al suo uomo.

Il 17 aprile del 1945, Mussolini si spostò a Milano, mentre lei rimase con alcuni dei suoi figli sul lago di Garda; fu l’ultima volta che vide il marito vivo: i due coniugi parlarono più volte al telefono ma lei non riuscì a raggiungerlo. Tentò di attraversare il confine svizzero a Como, ma venne respinta.

Mussolini, che fece della politica la sua missione umana e volontaria, non si preoccupò mai di far soldi, lasciando così, dopo la fine guerra, la moglie in difficoltà: le furono sequestrati molti terreni e per far fronte alle tasse dovette vendere il castello di Rocca delle Caminate. Successivamente si ritirò a vita privata in Villa Carpena in una frazione di Forlì, rimasta a lungo di proprietà della famiglia Mussolini. La magione nel 2000 è stata acquistata da una coppia di imprenditori, che hanno adibito la villa a museo: ricolma di cimeli – tra cui una lampada a forma di fascio littorio donata al Duce da D’Annunzio -, documenti e fotografie della sua vita pubblica e privata insieme ad altre di Benito Mussolini, testimoniano la vita di questa grande Donna.

Portò avanti risolutamente la battaglia per riavere il corpo del suo defunto marito. Fece invano richiesta a quello che all’epoca era ministro degli Interni, Scelba, il quale rispose aspramente, negando così la salma di Benito alla moglie e ai figli. Nel 1957 fu il primo ministro Andreotti che diede il consenso alla vedova. Giunta al cimitero di Predappio, Rachele si trovò faccia a faccia con l’ex questore di Roma Vincenzo Agnesina, il quale era stato a fianco di Mussolini per vent’anni ed era stato capo della sua scorta, ma non mosse un dito per difenderlo. Dopo il riconoscimento del suo uomo deturpato, rifiuta di spostarlo in una bara più dignitosa, affinché i posteri possano avere vergogna di quella cassa di sapone in cui le era stato consegnato. Devota a Padre Pio, riceverà da lui stesso un rosario per recitargli le preghiere.

Solamente a partire dal 1975 inizia a percepire una pensione di reversibilità che ammontava a duecentomila lire mensili (in pratica, uno stipendio da impiegato dell’epoca): risultò infatti che Mussolini non aveva percepito alcun compenso dallo Stato, quindi i contributi non risultavano versati e di conseguenza – ironia della sorte – non aveva diritto alla pensione. Morirà per collasso cardiocircolatorio il 30 ottobre 1979 nella propria abitazione di Villa Carpena, nella tanto amata campagna romagnola.

Steiner

Rino Gaetano? Eppur ci piace!

“Caso unico” nel panorama artistico italiano di tutti i tempi; uomo nobile di spirito, eterno saggio, cercatore riluttante di verità, poeta oscuro di trobadorica maniera – ma popolare -, cantautore visionario, patriota sentimentale.

Salvatore Antonio Gaetano, per tutti “Rino”, nasce a Crotone il 29 ottobre del 1950 e si trasferisce a Roma all’età di dieci anni con la famiglia. Nonostante il così breve vissuto in Calabria, porterà sempre con sé quella straordinaria ricchezza ereditaria tipicamente meridionale costituita da valori semplici e orgoglio contadino. In Ad esempio a me piace il sud, ode tenera e spontanea, restituisce in maniera quasi fotografica le immagini di quell’attaccamento e rispetto della terra, non solo intesa come terra natale ma anche come lucreziana “terras frugiferentis”: quella «coi fichi d’india e le spine dei cardi». Con quello stesso timbro vocale ruvido, quasi “sporco” dà voce alla denuncia sociale di Agapito Malteni il ferroviere, macchinista «utopista» di Manfredonia, che stanco di vedere la sua gente partire escogita un piano per permettere ai suoi compaesani di non scappare più a cercare fortuna, e lo svela all’altro macchinista, «buono come lui, ma meno utopista». Agapito vuole mettere freno all’emigrazione interna e quindi allo spopolamento forzoso che porta all’emarginazione dei piccoli centri e all’alienazione operaia nelle fabbriche del nord.

A Roma, da ragazzo, comincia a prendere parte alle serate del Folkstudio, locale romano frequentato da artisti emergenti, e subito si rivelano incompatibili i rapporti con i vari Venditti e De Gregori. Rino è un genio, un dissacratore, un anticonformista vero. La distanza intellettiva e culturale che lo separa da questi sedicenti e autoreferenziali “cantautori impegnati” è netta sin da principio, come è subito chiaro quanto poco Rino si rispecchiasse negli ideali di quel tipo di sinistra, rappresentata da borghesi benestanti senza guizzi e senza coraggio. Si sentiranno presi in giro, da questo «erede di un certo tipo di nonsense, di marinetterie, e del surrealismo più antico». Rino, intanto, che “impegnato” lo era sul serio, recita Majakovskij, indossa i panni di un guitto interpretando l’alienato Estragone di Beckett e la volpe del Pinocchio di Bene. Consegue anche il diploma di ragioneria nel frattempo e per un periodo accetta di lavorare in banca, solo perché glielo chiede il papà, scettico sulla possibilità di vivere scrivendo canzoni. Si affaccerà con timidezza al piccolo pubblico, con lo pseudonimo di Kammamuri’s, in omaggio al ciclo dei Pirati della Malesia di Emilio Salgari, con il brano I love you Marianna dedicato all’amata nonna. Comincia pian piano a delinearsi con fermezza il suo stile unico, impossibile da etichettare, la sua vocazione popolare, e produttori e critici musicali iniziano ad accorgersi di lui.

Nel 1976 viene diffuso il singolo Berta Filava. Il titolo prende spunto dall’espressione proverbiale: “E’ passato il tempo in cui Berta filava”, in riferimento a Bertalda di Laon, moglie di Pipino il Breve, stando quindi ad indicare un tempo ormai finito, lontano dal presente. Tuttavia, il tempo che viene snocciolato è quello contemporaneo al cantautore, che si serve del paradosso storico per raccontare una vicenda marcia e piuttosto complicata della storia d’Italia. Nel 1976 c’è stata una crisi di governo -presieduto da Aldo Moro, che allora si era aperto segretamente al PCI- acuita dallo scandalo Lockheed: un caso di corruzione che coinvolse la Democrazia Cristiana, la quale aveva ricevuto grosse tangenti per l’acquisto di velivoli americani per l’aeronautica italiana. «Berta filava con Mario e con Gino, e nasceva il bambino che non era di Mario e non era di Gino» canta Rino. Chi sono dunque questi personaggi? Berta si identificherebbe con Robert Gross, presidente della Lockheed, che “filava” (dunque intesseva rapporti, beninteso, sottobanco) con Mario Tanassi e Gino Gui, Ministri della Difesa, coinvolti nell’inchiesta. Ma da questo rapporto nasce un bambino che non è né dell’uno né dell’altro. Chi è il bambino? E soprattutto, di chi è? Il bambino rappresenterebbe la responsabilità di questo caso di corruzione, e Rino sembrerebbe sottintendere che la responsabilità della crisi e dello scandalo governativo, non è stata propriamente la loro, i ministri sono serviti semplicemente da capri espiatori per occultare personaggi ancor più rilevanti. Durante un concerto in Puglia, nello stesso anno, Rino, sulle note di Berta Filava parla così al suo pubblico: «Vorrei ricordare un grosso personaggio che è nato a pochi passi da qui, è nato a Maglie. E’ uno dei più grossi calzaturieri. E’ uno che ha fatto le scarpe a tutta Italia. E’ uno che ha la freccia bianca in testa. Lui ha inventato diversi termini, è un grosso filologo. Ha inventato le convergenze parallele e la congiuntura, tutte queste cose che tendono a non chiarire nulla… è una cosa dispersiva. Io l’anno scorso ho scritto una cosa ancora più dispersiva, dedicandola a questi personaggi del mondo della politica e di altri mondi. Questa sera la voglio dedicare a questo personaggio che ha fatto le scarpe a tutta Italia».  E probabilmente, per questo «nasceva il bambino che urlava e piangeva».

Nel 1978 Rino partecipa a Sanremo con Gianna con in testa l’emblematica tuba nera (regalatagli da Renato Zero) e l’ukulele. Avrebbe voluto cantare Nun te reggae più, ma poiché particolarmente accusatoria nei confronti di personaggi noti, i suoi produttori glielo vietano. Fa ugualmente scalpore la sola presenza di Gaetano lì. Non tutti i suoi fan però la prendono bene, considerando Sanremo un festival commerciale e sostanzialmente “di sistema”. Quando poi lo intervistano sul perché ci fosse andato, il cantautore risponde che Sanremo non significava niente, non a caso la sua partecipazione è avvenuta con Gianna, canzone che non significa niente, appunto. Un’altra risposta, più spinta è stata: «perché chi gioca a Sanremo» non pensa a «chi vive in baracca», riprendendo due incisi della sua Ma il cielo è sempre più blu, uscita tre anni prima.

Nun te reggae più la canterà comunque da Maurizio Costanzo, nella trasmissione “Acquario”, in presenza anche di Susanna Agnelli, entrambi citati per nome e cognome nella lunga lista di denuncia di persone e fatti non propriamente trasparenti d’Italia. Costanzo sembra prendersi gioco di lui compassionevolmente, presentandolo come un pagliaccio che si diverte a musicare elenchi telefonici. Rino risponde a tono, condannando senza censure ma col sorriso e la spensieratezza: «ministri – ironicamente – puliti», «buffoni di corte – quella dei potenti –», «il grasso ventre dei commendatori» che affamano gli altri, i sempreverdi «evasori legalizzati», chi possiede le auto blu, «l’avvocato Agnelli, Umberto Agnelli, Susanna Agnelli»  sempre presenti senza alcun titolo legittimo negli affari di Stato, il già citato Maurizio Costanzo, membro della loggia P2, il sopravvalutato Villaggio, l’impegnato Guccini. Un inno alla verità, scritto e cantato da un uomo libero, lontano anni luce dalla prostituzione intellettuale a cui assistiamo oggi. Nella prima stesura del brano erano presenti anche Michele Sindona, Aldo Moro e Camillo Crociani. Tra un «ejalalà» e un «nun te reggae più» c’è una voce fuori campo che, imitando l’accento sardo di Berlinguer, interrompe dicendo: «mi sia consentito dire, il nostro è un partito serio, disponibile al confronto…» e un’altra voce gli risponde sarcasticamente negando quanto detto. Mette in ridicolo così l’uomo di punta del PCI e il partito stesso, che agli occhi dell’opinione pubblica voleva apparire come aperto al confronto e al dialogo, quando poi, nei fatti, si occupava di promuovere l’antifascismo, e di tentare di zittire ed ostacolare l’operato di coloro che non fossero in linea con il suo pensiero. Ne Le beatitudini tra i beati, appunto, troviamo: «gli arrivisti, i nobili e i padroni … specie se comunisti!». Rino aveva intuito una realtà che allora si stava formando, e che oggi risulta imperante: quella della dittatura cattocomunista, subdola, silenziosa, cloroformizzante che ha indirizzato il pensiero, formattato le coscienze e distrutto le diversità di vedute e di opinione attraverso propaganda, libri di storia e programmi televisivi.

Nel 1979 durante un concerto a Capocotta, spiaggia nota alle cronache per il delitto Montesi che coinvolse noti personaggi del partito democristiano, Rino grida: «C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che in futuro le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni che grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale e si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta!». In una delle ultime canzoni, E io ci sto, confessa di voler andare avanti con la sua guerra, costi quel che costi. La guerra a cui fa riferimento è la stessa che noi cerchiamo di combattere ogni giorno contro chi vorrebbe processarci per azioni commesse da altri, con l’intento di cancellare e mortificare le nostre idee politiche, contro chi non è capace di discutere perché privo di argomenti, proposte, idee. La guerra che facciamo contro i «beati potenti», e i servi di essi, che si riempiono la bocca con la costituzione, la democrazia – «e chi ce l’ha», sottolinea Rino -, la libertà. Ma che in realtà, di quella libertà che ha prodotto il Fascismo, hanno ancora paura e fa ancora tremare le gambe ai vecchi corrotti e ai politici mestieranti.

Rino morirà, a soli trent’anni, allo stesso modo e nelle stesse condizioni di Renzo, personaggio della sua Ballata, il 2 giugno 1981. Già qualche mese prima un veicolo contro mano distrusse la sua auto, lasciandolo però illeso. Allo stesso modo, quando si ripresenta la medesima situazione, stavolta rimane gravemente ferito. I soccorsi tardano ad arrivare, viene portato in condizioni disperate prima al Policlinico Umberto I, che pare non avere i giusti mezzi per aiutarlo, da lì vengono contattati altri ospedali e nessuno di questi si rende disponibile ad accoglierlo. Tre di questi nosocomi contattati sono tra quelli che lasceranno morire Renzo; al san Camillo infatti, non lo vollero per l’orario, al san Giovanni non lo accettarono per lo sciopero e al Policlinico lo respinsero perché mancava il vicecapo. Morto Renzo, nemmeno per la sepoltura c’è posto. Morto Rino, inizialmente non vogliono seppellirlo al Verano, dove ora riposa, “beato”, lasciando a noi «critici ed esegeti di questa sua canzone» un esempio di reale impegno sociale e di onestà umana e intellettuale.

Marta

E videro a festa sventolar il vessillo Tricolor!

La storia della città di Trieste è tra le più articolate e avvincenti d’Italia. Rappresenta un esempio di orgoglio e virtù, e celebra la Sovranità italiana esaltando le gesta di coloro che hanno combattuto per difendere i confini del proprio legittimo Stato. Ma, prima di arrivare alla definitiva annessione di Trieste all’Italia, è bene fare un passo indietro e ricordare, en passant, le vicende significative che hanno coinvolto i cittadini triestini, fino al 26 ottobre del 1954, data, a partire dalla quale, la città resterà territorio Italiano. Già durante la Prima Guerra di Indipendenza Italiana (1848-49), i nostri patrioti, tentarono di liberarsi dal dominio austriaco. Durante questa guerra, infatti, gli insorti nazionalisti, riuscirono a cacciare, seppur temporaneamente, gli austriaci dalla maggioranza dei territori appartenenti al Regno Lombardo-Veneto. Le truppe italiane, non adeguatamente equipaggiate ma animate dal solo, grande, sentimento di insurrezione, erano in netto svantaggio rispetto agli uomini guidati del generale Radetzky: si parla di 7.000 unità italiane contro le 80.000 austriache. Gli Italiani, guidati dal Re di Piemonte Carlo Alberto, dal comandante Eusebio Bava e dai generali Antonio Franzini e Ettore De Sonnaz registrarono come prima vittoria quella di Governolo, poi quella del ponte di Goito e, ancora, quella di Goito, puntando così verso Verona. La battaglia finale si tenne a Santa Lucia, nei pressi della città scaligera, dove gli Italiani, prima di soccombere alla violenta controffensiva austriaca, resistettero per tre giorni. Trieste rimaneva così ancora sotto la dominazione austriaca.

Garibaldi, che in quel momento si trovava in America latina, venuto a conoscenza della sconfitta subita, rientrò subito in Patria con l’intento di organizzare un esercito, più efficiente e più moderno, fatto di volontari capaci di percorrere instancabilmente la Penisola. Siamo nel 1859 e storicamente, si parla della Seconda Guerra di Indipendenza Italiana. Al fianco degli Italiani, questa volta, ci sono i francesi che, in accordo ai Trattati di Plombières del 1858 stipulati tra Napoleone III e Cavour, intervengono al fine di spezzare la morsa austriaca sui territori italiani. Alla notizia di tali Patti, gli austriaci, dopo aver chiuso ogni forma di negoziato con l’Italia, dichiarano guerra all’Alleanza. Stavolta il bilancio sarà però diverso, e numerose vittorie in favore degli Italiani saranno sancite per mano dell’esercito guidato dal Ministro della Guerra Enrico Morozzo della Rocca, che aveva già partecipato alla Prima Guerra di Indipendenza. “I cacciatori delle Alpi” conquistarono tre delle maggiori città sotto il controllo austriaco, ovvero Varese, Brescia e Bergamo. Garibaldi, giunto oramai alle porte del Trentino, dovette fermarsi su ordine di Cavour. Cessarono così, con l’armistizio di Villafranca, le ostilità della Seconda Guerra di Indipendenza. Gli Italiani erano arrivati ad un passo da Trieste e dalla fatidica Unità. La città rimase tuttavia, anche questa volta, sotto il dominio invasore, covando sentimenti di insofferenza e sviluppando quell’Irredentismo che portò Guglielmo Oberdan all’impiccagione per aver complottato l’assassinio di Francesco Giuseppe I, Imperatore d’Austria. Secondo un rapporto ufficiale Oberdan esclamò in punto di morte: «Viva l’Italia, viva Trieste libera, fuori lo straniero!». Questi sentimenti viscerali di appartenenza all’Italia, si tradussero, allo scoppio della Grande Guerra, con diserzioni da parte di Irredentisti – tra cui gli intellettuali Scipio Slataper, Ruggero Timeus e Carlo Stuparich – che decisero di non unirsi all’esercito austro-ungarico. Aderirono infatti ad un movimento filo irredentista denominato “La Lega Nazionale”. Ostinati e coraggiosi, cacciarono gli austriaci invasori e ripresero il controllo di alcune città italiane occupate, tra cui Trieste. Dopo la terza battaglia del Piave – più comunemente conosciuta come battaglia di Vittorio Veneto -, che sancì definitivamente la sconfitta austriaca, l’esercito nazionale fu libero di entrare nella città e issare il Tricolore. L’annessione ufficiale avvenne con la stipulazione del Trattato di Rapallo.

Durante il Fascismo la città fu travolta da un notevole sviluppo voluto dal Duce, attraverso politiche economiche mirate soprattutto per il settore industriale. Il porto di Trieste divenne, ad esempio, un importante polo di riferimento per l’economia e il commercio della Nazione intera. Ma i cambiamenti furono anche di matrice culturale: fu avviata a Trieste e in tutta la Venezia Giulia, una politica di restringimento delle minoranze allogene e l’italianizzazione dei toponimi e dei cognomi. Nel 1929 l’insegnamento in sloveno, e in altre lingue slave, fu vietato nelle scuole pubbliche. L’obiettivo era quello di integrare in maniera efficace e ragionata – a differenza dei giorni nostri – i gruppi etnici minoritari.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale provocò nuovamente l’insorgere di problemi di natura etnica a Trieste, a causa dei tentativi di invasione da parte dei Paesi Jugoslavi, ma il governo respinse prontamente i facinorosi e restaurò l’ordine. Il 3 settembre del 1943, però, a Cassibile, in provincia di Siracusa, viene firmato segretamente l’armistizio con quelli che il pensiero unico dominante definisce alleati. Quel giorno, viene scritta una delle pagine più miserabili dell’intera storia d’Italia. I vili architetti del tradimento nazionale sono: Pietro Badoglio, Vittorio Emanuele III, Pietro d’Acquarone, Vittorio Ambrosio, Mario Roatta, Giacomo Carboni e Giuseppe Castellano. Sarà proprio quest’ultimo a firmare a nome dell’Italia intera. In Istria e nell’entroterra carsico triestino si diede inizio a stragi a tappeto ai danni di chi aveva la sola colpa di essere Italiano. Sotto l’ufficioso controllo tedesco, le città furono più volte furono assaltate dal CNL, con la scusa della “liberazione”, ma ardentemente gli italiani difesero fino all’estremo sacrificio le loro mura fin quando le incursioni comuniste non ebbero il sopravvento. Le uccisioni contro gli oppositori, e i simpatizzanti del governo Fascista si intensificarono e raggiunsero l’apice a Trieste, con l’entrata in città dell’esercito Jugoslavo che assunse il comando della polizia locale. Durante il periodo di occupazione jugoslava furono effettuate dalla polizia titina requisizioni, confische, e arresti di numerosi cittadini italiani anche solo se ritenuti inaffidabili per posizione sociale, censo e origine familiare. Nell’immediato dopoguerra si arriverà ai massacri delle Foibe: eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia – indistintamente dall’aderenza politica – da parte dei partigiani e dell’OZNA. Gli scampati al massacro furono costretti a fuggire da quelle zone che erano ora jugoslave. Con gli accordi di Belgrado i territori della Venezia Giulia vennero divisi in due zone, al di sotto di queste venne creata una zona militarmente libera posta sotto il controllo dell’ONU. Proprio in questa zona cominciarono le prime ribellioni da parte della popolazione italiana, che raggiunsero il culmine nella Rivolta di Trieste, ai primi di novembre del 1953. Il 4 si celebrava la Festa della Vittoria Italiana e molti triestini andarono a rendere omaggio ai propri caduti al Sacrario militare di Redipuglia, valicando il posto di blocco di Duino ed entrando dunque in territorio italiano. Al rientro, ebbero luogo le prime manifestazioni. Il mattino del 5 novembre il sindaco di Trieste fece issare sulla torre del municipio il Tricolore al posto della bandiera rosso-alabardata. Il giorno successivo fu indetto, per protesta, uno sciopero generale, e i triestini confluirono in massa in Piazza Unità, per manifestare contro il governo militare occupante. I poliziotti inglesi, che si trovavano nella zona A, retta dal Governo Militare Alleato, agli ordini del generale Winterton, spararono uccidendo quattro dimostranti: Emilio Bassa, Leonardo “Nardino” Manzi, Saverio Montano e Francesco Paglia. Truppe americane, estranee agli avvenimenti, intervennero e le autorità cittadine protestarono energicamente contro gli autori del barbaro massacro. Fu chiesto ufficialmente al Governo Militare Alleato di consegnare la truppa inglese e la polizia civile nel giorno del funerale delle vittime. In seguito a queste tensioni e violente dispute che si tennero nei mesi successivi tra i governi occupanti e l’Italia, fu sottoscritto il 5 ottobre 1954 fra i governi d’Italia, del Regno Unito, degli Stati Uniti d’America e della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, il “Memorandum di Londra”, nel quale si stabiliva il passaggio di pertinenza della Zona A dall’amministrazione militare alleata a quella civile italiana. Trieste torna Italiana ufficialmente il 26 ottobre 1954 con il passaggio anche della zona B allo stato italiano. Allora e per sempre.

Nibbio

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Il trionfo del lavoro: la rivoluzione di Nicola Bombacci

Non sintesi, ma idea pura. Non dottrina, ma applicazione. Non rigidità, ma dinamismo. Il pensiero di Bombacci attraverso la sua vita.

«Caro mio, già una volta sono stato tacciato di tradimento. Due volte traditore, no. Io parto. Sarà quel che sarà», così Cesare Rossi riporta la risposta di Nicola Bombacci ad un amico che cercava di convincerlo a non partire per Salò, una frase che ricorda molto l’accorato saluto di Berto Ricci quando questi partì da Napoli per la Libia: “Nella vita si può smettere di credere una volta. E io l’ho già fatto ripudiando la mia militanza anarchica. Non posso rifarlo: diventerebbe un mestiere”, ma entrambi sapevano in cuor loro di non aver mai tradito nulla e nessuno. Quando Bombacci fu esposto a Piazzale Loreto, sul suo cadavere appesero una targa con su scritto “Supertraditore”, e con lo stesso aggettivo Luigi Longo lo indicò quando parlò al volgo lì riunito: “Questo è Nicola Bombacci, il super traditore. Di lui non si deve parlare mai più”. Eppure, coloro che lo hanno sempre accusato di tradimento sono stati gli stessi che hanno obbedito in maniera servile ai piani di Stati Uniti e Gran Bretagna, gli odiati stati capitalisti; che hanno lasciato in balia dei bolscevichi migliaia di prigionieri italiani; che hanno permesso le vessazioni a danno del nostro popolo in Istria. Hanno cercato di eliminarlo dalla memoria collettiva, di farlo passare come personaggio di nicchia o semplice collaboratore di un regime tirannico e violento, ma la sua vita è il modo migliore per smentire tutte queste menzogne. È l’esatta dimostrazione dell’originalità e della correttezza delle sue idee rivoluzionarie, varie ma estremamente coerenti. Ma procediamo con ordine.

Nicola Bombacci nasce il 24 ottobre del 1879 a Civitella di Romagna, paese a 12 chilometri di distanza in linea d’aria da Predappio. Nel 1904 si diploma a Forlimpopoli come maestro di scuola elementare ricevendo, di lì a poco, i suoi primi incarichi. Grazie al suo nuovo mestiere nel 1906 conoscerà e diverrà amico di Benito Mussolini; entrambi fino ad allora avevano avuto trascorsi simili: di umili origini (Mussolini era figlio di un fabbro, Bombacci di un carrettiere), avevano frequentato la stessa scuola ed erano diventati insegnanti, ma soprattutto li accomunava la lunga e movimentata militanza nel Partito socialista. I ruoli assunti all’interno delle federazioni locali li fecero incontrare in più di un’occasione, ma all’entrata in guerra dell’Italia le loro strade si divisero a causa dell’espulsione di Mussolini per la sua decisa posizione interventista. Bombacci continuò il suo attivismo all’interno del PSI come esponente della corrente socialista massimalista fino a divenirne uno dei segretari. Lo scoppio della Rivoluzione russa lo portò a mettersi in contatto con vari leader bolscevichi e a partecipare con una delegazione al II congresso dell’Internazionale Comunista. Questa ulteriore radicalizzazione delle sue idee politiche lo spingerà, nel 1921, a partecipare alla scissione dal Partito Socialista per fondare il Partito Comunista d’Italia assieme a Bordiga e Gramsci.

Avverso all’integralismo dell’ala ordinovista di Gramsci e Terracini, col tempo, assunse un atteggiamento critico verso la dirigenza del suo stesso partito, che accusava di essere autoreferenziale e troppo votata alla discussione teorica. L’esperienza politica del primo ‘900 e del biennio rosso gli avevano insegnato una comunicazione diretta e aggressiva col popolo, completamente diversa da quella dei sermoni degli intellettuali; credeva che l’azione rivoluzionaria in sé fosse l’elemento fondamentale per mobilitare il proletariato e quindi creare nuove condizioni sociali, di conseguenza le teorie politiche avevano un ruolo secondario. Un pensiero che presentava numerosissime somiglianze con il sindacalismo rivoluzionario (con la differenza che quest’ultimo non riconosceva il ruolo di un organo politico centrale per coordinare i rapporti di produzione), di cui l’esponente principale in Italia al tempo era Alceste de Ambris, uno dei più noti partecipanti all’Impresa di Fiume, autore, assieme a D’Annunzio, della Carta del Carnaro. Non è un caso che, proprio riferendosi alla ribellione fiumana, Bombacci affermò: “il movimento dannunziano è perfettamente e profondamente rivoluzionario”.

La sua ben nota amicizia con Lenin gli faceva scudo dalle accuse di tradimento mosse da varie voci interne al partito e alimentate dalle simpatie che provava per altri movimenti rivoluzionari, primo fra tutti il neonato Partito Nazionale Fascista. Dopo la marcia su Roma, si era spesso confrontato con il leader della rivoluzione d’ottobre circa una possibile alleanza tra fascisti e comunisti italiani, al fine di tramandare all’interno delle nuove strutture corporative e sindacali il concetto di lotta di classe. Con il favore di Lenin e i suoi ministri, Bombacci cercò di concretizzare questo processo di avvicinamento a partire dalla sua battaglia per il riconoscimento dell’URSS in parlamento. Il socialista romagnolo rappresentò il punto di svolta nella decisione finale, su cui il gruppo parlamentare fascista si trovava fortemente diviso.

Con la morte di Lenin nel 1924 e la successione di Stalin come capo supremo, Bombacci si trovò privo di protezione quando, nel 1927, il nuovo segretario filostalinista Palmiro Togliatti decretò la sua espulsione. Già esautorato da ogni incarico politico, quando scattò l’ondata di arresti nei confronti degli esponenti del Partito Comunista e la messa al bando di quest’ultimo, “Nicolino” (come veniva chiamato dagli amici) fu l’unico ad essere risparmiato. Come racconta Sergio Romano in un suo articolo sul Corriere “Quando il suo nome apparve fra quelli contro i quali la polizia politica suggeriva qualche provvedimento, il capo del governo lo depennò e disse bruscamente: «Di questo mi occupo io».” E così fu. Durante tutto il periodo tra il 1927 e il 1930 visse con la famiglia a Roma in difficili condizioni economiche, e l’oramai Duce Benito Mussolini, amico di vecchia data, provvide a pagare le cure del figlio Wladimiro. Fino al 1935 lavora presso l’ICE (Istituto Cinematografia Educativa) su raccomandazione di un altro vecchio compagno di lotte, Leandro Arpinati.

In questi anni sviluppò una genuina ammirazione per il suo vecchio “compagno” di partito e per le sue riforme, come testimoniato dal frequente scambio di lettere. Nel 1936 gli fu concesso di dirigere la rivista politica “La Verità” (nome che rimanda alla “Pravda” sovietica), in cui continuò ad esporre le sue tesi a favore di un’alleanza tra il governo sovietico e quello italiano fascista. Questa idea aveva già inziato da tempo a diffondersi all’interno dei vecchi ambienti socialisti e sindacalisti che sostenevano il regime, come testimoniato dagli scritti di Sergio Panunzio, che parlava di “punti d’irradiazione delle due grandi rivoluzioni moderne”. Nel maggio 1936 Bordiga, che nel frattempo era stato cacciato dal PCI e dalla Terza Internazionale sempre su ordine di Togliatti, scriveva sulle sue memorie: “Mosca oggi è così vicina a Roma come non lo fu mai (…) I fatti sono oggi questi: Mosca si muove per tendere la mano a Roma. (…) Mosca vuole che l’imperialismo inglese si rassegni o che esso si scontri con quello italiano per uscirne sconfitto.” Gli indubbi vantaggi economici per entrambi i Paesi, isolati economicamente dalle altre potenze occidentali, li avevano quindi avviati ad un progressivo avvicinamento diplomatico, che fu interrotto solo dal patto Molotov-Ribbentrop, con il quale la Germania si sostituì bruscamente all’Italia nei rapporti con la Russia. Ancora una volta però la posizione di Bombacci si dimostrava anticonformista rispetto a quella ufficiale: nonostante vedesse di buon occhio questi legami che lui stesso aveva voluto e contribuito a formare, non mancò mai di criticare le condizioni disumane dei lavoratori dell’Unione Sovietica, e prima del 1941, fu più volte richiamato dal Ministero della Cultura Popolare per alcuni suoi articoli. In uno di questi, dal titolo “Questo è il bolscevismo”, scriverà: “Nella Russia di Stalin l’operaio e i contadini non hanno raggiunto una sola delle aspirazioni che voi desideravate giustamente di realizzare. Non hanno realizzato un salario equo; non hanno conquistato un orario umano; non hanno una casa degna di questo nome; non posseggono i mezzi né materiali né spirituali per elevarsi, per educarsi ed istruire i loro figlioli. Nella Russia di Stalin non esiste uno Stato socialista, ma uno Stato-padrone, autoritario, che ha accentrato tutti i poteri economici, politici e polizieschi nella mani di una pletorica e plutocratica burocrazia, la quale ha di fatto il potere di fissare i salari agli operai agricoli ed industriali e di stabilire i prezzi di vendita dei prodotti agricoli ed industriali.”Il sogno socialista poteva dirsi realizzato più nel progetto corporativo fascista che in quello sovietico. Di questo Bombacci era certo, molto più di altri intellettuali fascisti “di sinistra” come Berto Ricci e Ugo Spirito. Per lui il fine dello stato socialista, come per Marx, doveva essere il benessere e la partecipazione dei lavoratori, e l’Unione Sovietica del tempo non ne dava nemmeno la parvenza.

Tra le pagine de “La Verità”, in cui trattava di politica interna, parlava con tanto entusiasmo delle nuove riforme sociali quanto con risentimento dei conservatori filomonarchici che cercavano di limitarle. Furono infatti questi, il 25 luglio del ’43, a volere l’arresto di Mussolini e a consegnare il sud Italia agli Alleati. Dopo la sua liberazione Bombacci intravide ancora un barlume di speranza, e l’11 dicembre inviò un’emozionata lettera allo stesso Duce per chiedergli di poter aderire alla Repubblica Sociale. A differenza del periodo di regime, a Salò ebbe la possibilità di partecipare attivamente alla vita politica del nuovo Stato pur non avendo mai avuto la tessera del partito o ricevuto incarichi rilevanti: aiutò a redigere il Manifesto di Verona, si fece curatore delle nuove leggi corporative (come il decreto del 12 febbraio 1944 sulla partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende) e tenne numerosi comizi nelle varie fabbriche del nord per portare agli operai le notizie delle nuove riforme e convincerli a difendere la repubblica. Dirà nel suo ultimo famoso discorso a Genova del 15 marzo 1945: “…ora il Duce si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo stato proletario!” Ma ormai la guerra era quasi giunta al termine. Al suo di discorso seguirà quello del Duce il 23 marzo, dopodiché entrambi lasceranno insieme Milano per dirigersi in Valtellina. In luoghi separati, verranno giustiziati a Dongo il 28 aprile dai partigiani. Gli aguzzini probabilmente saranno rimasti increduli a sentir pronunciare come ultime parole di Nicolino “Viva l’Italia! Viva il socialismo!”

“Oggi come ieri ci muove lo stesso ideale: il trionfo del lavoro.” – La Verità, 6 aprile 1936

Saturno