Il guerriero rivoluzionario

Alessandro Alibrandi, detto Alì Babà, è nato a Roma il 12 giugno del 1960. Figlio del giudice Antonio Alibrandi, di dichiarata fede politica fascista – posizione che gli creerà non pochi problemi e inimicizie nel suo lavoro, nonostante la grande serietà e competenza che dimostrava quotidianamente – , milita fin da adolescente nel Fronte della gioventù e nel F.U.A.N.

La sua esperienza politica comincia nel concitato clima delle violenze e delle ingiustizie caratteristiche degli anni di piombo, anni in cui l’odio dell’antifascismo militante colpisce ragazzi giovanissimi rei di amare la propria nazione. Sono gli anni in cui, tra gli altri, cadranno Carlo Falvella, Sergio Ramelli e Francesco Cecchin. Alibrandi e gli altri militanti, non possono più tollerare l’ipocrisia dello Stato, l’arroganza dei media e soprattutto quell’assordante e intollerabile silenzio del M.S.I. nei confronti di tutte quelle vittime, colpevoli solo e unicamente di manifestare orgogliosamente le proprie idee. Avviene così che nel 1977 insieme ai fratelli Valerio e Cristiano Fioravanti, Francesca Mambro e Dario Pedretti nella sede del F.U.A.N. di via Siena, a Roma, fondano i Nuclei Armati Rivoluzionari.

I NAR non sono stati la prima esperienza di spontaneismo armato di Alessandro, difatti egli già nel ’77 si trova in un conflitto a fuoco con la polizia a Borgo Pio, e sempre in quell’anno viene accusato dell’omicidio di Walter Rossi, militante di Lotta Continua, salvo poi essere scagionato e processato con l’accusa di rissa aggravata.

Ma la violenza dei NAR era estranea a tutto ciò. Aveva una base teorica e organizzativa. Non saranno scontri per impadronirsi di una piazza o morti accidentali in uno scontro fisico tra due estremismi; l’unione dei ragazzi ha un solo obiettivo: far comprendere allo Stato e alla sinistra che uccidere un fascista non sarà più un fatto impunito.

Le azioni dei NAR a cui Alibrandi ha partecipato sono state tante: nel 1977 avviene l’omicidio di Roberto Scialabba, militante antifascista il cui gruppo era sospettato di essere il colpevole della strage di Acca Larentia. Un anno dopo, in occasione del primo anniversario della suddetta strage, avviene l’assalto alla sede di Radio Città Futura, rea di aver trasmesso una vergognosa battuta sulla morte di uno dei missini di Acca Larentia: «i fascisti hanno perso una Ciavatta»; la risposta punitiva da parte dei Nuclei è un’incursione nella sede dei colpevoli, durante la trasmissione femminista Radio Donna, nel corso della quale saranno ferite, da colpi di arma da fuoco e dal lancio di alcune bombe a mano, alcune conduttrici.  Il 21 ottobre 1981 i NAR colpiscono il capitano della DIGOS Francesco Straullu, che viene ucciso mentre era in servizio in auto, col suo autista Ciriaco Di Roma. Il dirigente del Dipartimento Investigativo era impegnato in numerose inchieste sul “terrorismo nero” ed era noto per essere solito attuare violenze nei confronti degli arrestati. Si diceva che fosse addirittura arrivato a torturare gli uomini e abusare sessualmente delle donne; tutto ciò per i NAR non poteva restare impunito.

Anni dopo Alì Babà viene accusato di essere l’esecutore materiale del suddetto omicidio Scialabba e viene emesso un mandato di cattura a suo nome. Per sfuggire a quelle istituzioni nelle quali  non credeva prende l’unica decisione che uno come lui, con quel carattere e quella fermezza, avrebbe potuto prendere: va a combattere in Libano con i cristiani maroniti contro i musulmani. La scelta è stata più logica che ideologica: l’obiettivo infatti era apprendere l’“arte della guerra”, e il metodo più efficace per imparare era combattere al fianco del forte vincitore. La discutibile e razionale decisione dura poco, poiché avendo saputo nel febbraio 1981 dell’arresto del suo “camerata” Valerio Fioravanti, decide di tornare in Patria a giugno per costituire, con entusiasmo e rinnovata forza spirituale, i Nuovi Nuclei Armati Rivoluzionari.

Alibrandi viene però ucciso durante l’assalto ad una volante della polizia di Labaro, poco lontano da Roma, con un colpo alla testa, il 5 dicembre 1981.

A ricordarlo sono stati e sono a tutt’oggi in molti. Interessante è stata l’intervista fatta da Barbara Alberti a quella che fu la fidanzata di Alessandro che fornisce il ritratto di un ragazzo altruista, timido, gentile. Uno che, visto dal mondo semplicemente come uno spietato assassino, era in realtà un ragazzo di una bontà fuori dal comune, un uomo disposto a tutto per difendere le proprie idee, i propri affetti e i propri camerati.

Alibrandi è stato molto ma si potrebbe in una parola riassumere l’intensità e l’impetuosità dei suoi modi, del suo carattere e delle sue idee: guerriero.

Olmo

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Dallo spazio interiore al mondo esteriore: J.G. Ballard

Perversioni, violenze, individualismo e follia, ovvero come James Ballard ha compreso e raccontato la miseria del mondo contemporaneo

James Graham Ballard nasce a Shangai il 15 novembre del 1930 da genitori britannici ivi residenti per lavoro. Quando l’Impero Giapponese entra in guerra al fianco della Germania contro gli Alleati, nel dicembre del 1941, ancora adolescente, viene separato dalla sua famiglia e internato in un campo di prigionia fino alla fine della guerra. Nel 1984 racconterà di questo periodo nel romanzo autobiografico L’Impero del Sole. Nel 1946 si trasferisce in Gran Bretagna, iscrivendosi alla facoltà di medicina del King’s College di Cambridge, con l’intenzione di conseguire la laurea e diventare psichiatra; dopo due anni tuttavia interrompe gli studi per dedicarsi alla scrittura, dopo l’illuminante lettura dell’Ulisse di Joyce. Negli anni ’50 presta servizio nella Royal Air Force e durante un soggiorno in Canada viene a conoscenza del genere fantascientifico, rimanendo affascinato dalle sue potenzialità. Tornato in patria, comincia a lavorare per diverse riviste a tema sci-fi scrivendo serie di racconti, tra cui una famosa tetralogia di romanzi a tema apocalittico: la Tetralogia degli Elementi, nelle cui trame iniziano a delinearsi i caratteri psicologici tipici dei suoi personaggi. Da qui in poi inizia la sua brillante carriera, concependo una dopo l’altra le sue opere, in cui mette a nudo gli aspetti più terribili e nascosti della società postmoderna.

Proprio a Ballard viene attribuita la nascita della corrente New Wave, di cui i critici rilevano le caratteristiche fondamentali nel suo articolo Which Way to Inner Space?, pubblicato sulla rivista New Worlds nel 1962. Qui espone programmaticamente il rifiuto per i temi mainstream della science fiction: racconti intrisi di romanticismo e spirito d’avventura fatti per diletto del pubblico, per dare spazio ad un’angosciosa indagine su ciò che veramente l’uomo teme e sa di non conoscere, ovvero se stesso e i suoi simili. Il rapido cambiamento dell’individuo in funzione della società di massa è stato forse il tema più importante della letteratura postmodernista, e la fantascienza non poteva essere l’unico genere a rimanere in disparte, fingendo di non rilevare il potenziale distruttivo di questi mutamenti.

«I maggiori progressi dell’immediato futuro avranno luogo non sulla Luna o su Marte, ma sulla Terra; è lo spazio interiore, non quello esterno, che dobbiamo esplorare. L’unico pianeta veramente alieno è la Terra», in questa affermazione viene stabilito che il vero genere fantascientifico doveva concentrarsi sull’analisi del cambiamento, evidenziarne gli aspetti più negativi, e portarli alle estreme conseguenze. Un metodo che aveva già in parte visto la sua attuazione in altre famose opere, come 1984 di George Orwell o Brave New World di Aldous Huxley, ma Ballard azzarda un approccio diverso e più audace: non scrive di ucronie o distopie ambientate in un lontano futuro, ma costruisce una realtà parallela uguale o simile alla nostra. Nulla in queste “finte realtà” è diverso dalla nostra, ma il giovane James se ne serve per mettere a fuoco, uno ad uno, quelle parti di essa che altrimenti non riusciremmo a percepire (o ignoriamo volutamente). Come accade negli esperimenti scientifici, lo scrittore pone l’accento su un solo caso per volta, e descrive la sua evoluzione in un ambiente reale, di cui lui stesso altera le condizioni per favorirne la trasformazione e quindi la comprensione.

«Docu­mentare i disagevoli piaceri del vivere in questo glauco paradiso è divenuto sempre più il compito precipuo della fantascienza» scriverà l’autore in Crash, opera del 1973.
Influenzato sia dalla filosofia esistenzialista che dagli artisti della beat generation, James sviluppa una buona parte dei suoi racconti intorno a personaggi inquieti, egoisti, dominati da istinti primitivi e desideri perversi. La causa principale di questi strani comportamenti è la monotonia che fa da sfondo ad ogni ambientazione; essa è nell’aria e nelle strade in cui avvengono le vicende (spesso periferie di grandi città), come una coltre opaca che reprime le emozioni umane in favore di una vita costituita esclusivamente di abitudini e priva di stimoli, che rende la mente dell’individuo un terreno fertile per i messaggi trasmessi da una società dominante corrotta. Partendo da questo argomento centrale si diramano tutti gli altri temi dei suoi romanzi: la sessualità deviata in Crash, l’alienazione e il conflitto sociale ne Il Condominio, la violenta ribellione al nucleo familiare in Running Wild, il bisogno di rivolta della borghesia cittadina e la critica al consumismo nella tetralogia di Cocaine Nights.
In Regno a venire, ultimo romanzo di Ballard, che va concludere la tetralogia iniziata proprio con Cocaine Nights, e proseguita con Super-Cannes  e Millennium People, questi scrive: «I quartieri residenziali sognano la violenza. Addormentati nelle loro sonnacchiose villette, protetti da benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l’arrivo di incubi che li facciano risvegliare in un mondo più carico di passione…».
In queste opere il conflitto psicologico sia interiore che esteriore tra i protagonisti e chi li circonda è raccontato in modo quasi matematico; un’abilità dovuta sicuramente ai suoi due anni di studi a Cambridge per diventare psichiatra (come dichiarerà lui stesso: «fiction is a branch of neurology»). Non è difficile infatti percepire gli influssi Junghiani e Freudiani nella sua narrazione, fra cui la tematica ricorrente dei tabù infranti, ovvero della nevrosi causata dall’inibizione dell’azione che inevitabilmente porta a compierla, quella dell’inconscio collettivo che si esprime nell’archetipo della violenza, e infine quella della libido. Queste tre tematiche si fondono nel romanzo Crash: l’attrazione sessuale per gli incidenti stradali, per la fusione tra il corpo contorto delle vittime con gli scheletri in ferro delle macchine, portano il protagonista a cercare qualcuno con cui condividere questo piacere proibito al fine di convincersi che sia normale. La sessualità è la parte più vulnerabile della psiche umana, la prima a venire intaccata dai cambiamenti repentini della società, e allo stesso tempo quella che teniamo più a freno. Venuto meno quest’autocontrollo gli istinti animaleschi prendono il sopravvento, e l’uomo cade vittima di se stesso (come succede ad esempio per Vaugham, co-protagonista del libro).

«Sesso e paranoia sono i nostri fantasmi. Presto la morte delle facoltà emotive spalancherà la strada ai piaceri concreti, tutti. Il dolore, la mutilazione… e il sesso saranno l’habitat perfetto per quello che diventerà il mito e l’incubo del XXI secolo: il concetto di possibilità illimitata».
Oltre a redarguirci riguardo i pericoli del consumismo, l’autore britannico sta puntando il dito contro l’ingenuità dell’uomo? Sta forse dicendo che è l’irrazionalità la causa di ogni male? Al contrario, in Ballard è la ragione l’artefice della regressione dell’uomo allo stato animalesco. Non si tratta di una critica sulla falsariga del buon selvaggio rousseauiano, l’uomo è comunque pericoloso se privo di raziocinio, ma lo è ancora di più quando la ragione stessa lo porta ad autodistruggersi, e lo fa costruendo norme sociali fondate solo sulla libertà personale, sostenute da morali prive di contenuti e valori insignificanti, quelle che oggi noi definiremmo con l’espressione “political correctness”. L’estremo e unico atto di ribellione di un individuo oppresso da questo circolo vizioso diventa quindi la follia, la condizione irrazionale per eccellenza.
«In un mondo completamente sano, la pazzia è l’unica libertà» sosterrà.
In questo sconnesso mondo in rovina, chi primeggia e lo comanda sono proprio quelli che ne fanno le regole senza poi rispettarle, chi rende le persone schiave della libertà, assoggettandole ai falsi bisogni materiali. E diciamo “chi” invece di “cosa”, perché anche se Ballard si riferisce, nella sua ultima e più importante serie di libri, al consumismo e alla massificazione come fossero dei fenomeni inspiegabili, egli sa che in realtà sono originati e determinati da persone in carne ed ossa, non solo da apparecchiature d’acciaio e plastica. Per questa riflessione prende pienamente spunto dalla critica sociale del filosofo della Scuola di Francoforte Herbert Marcuse, che già nel suo più famoso testo L’uomo a una dimensione, uscito nel 1964, parlava di una società industriale totalizzante, di una “democratica non-libertà”, dove i bisogni dell’uomo vengono ridotti all’atavico desiderio del produrre e consumare, e dove gli stessi tentativi di ribellione vengono inglobati e irretiti.

Il periodo che va dalla fine degli anni ’50 del XX secolo al primo decennio del XXI è senza dubbio la fase in cui si sono concentrati la maggior parte dei cambiamenti più radicali della storia dell’intera umanità: le rivendicazioni di nuovi diritti civili hanno portato all’abbandono di valori considerati obsoleti, l’enorme crescita economica e la distribuzione della ricchezza ha creato nuovi bisogni sia materiali che spirituali, le scoperte scientifiche hanno allargato gli orizzonti della conoscenza oltre limiti impensabili. Tutto questo viene positivamente definito “progresso”. Ma come Ballard ci ha mostrato, questo “progresso” altro non è che una chimera, un nemico insidioso e misterioso, capace di corrodere il tessuto sociale dell’intera umanità passando totalmente inosservato. Difendersi dai suoi effetti non è per niente facile, bisogna mettere da parte le convenzionali certezze, richiede volontà e sacrificio, ma soprattutto la conoscenza delle sue cause e dei suoi mezzi di propagazione; ed è in questo che le opere di James Graham Ballard, scrittore e critico del suo e del nostro tempo, ci affiancano in questa lunghissima ed aspra lotta per la verità e la sopravvivenza.

 

Saturno

 

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Massimo Morsello: ancora con il sorriso e la spada

Nato a Roma il 10 Novembre 1958, Massimo Morsello, oggi avrebbe compiuto sessant’anni. Massimino, come comincerà ad essere chiamato – soprattutto in ambito musicale – ha vissuto una vita esemplare per la ricchezza e l’importanza delle esperienze vissute; è stato infatti un militante ammirevole, una guida saggia, un cantautore sensibile e, non da ultimo, un generoso e capace imprenditore.

Cresce in una famiglia della media borghesia romana, da madre bulgara, arrivata in Italia dopo l’ascesa del partito comunista, e da un padre che egli stesso descrisse come «profondamente anti-comunista ed estimatore dell’azione sociale del Fascismo». Tuttavia, all’interno della famiglia, la politica attiva non era mai stata un reale impegno per nessun componente fino a quando, nel 1975, dopo la morte del padre, Massimo, ancora adolescente, aderisce al Movimento Sociale Italiano diventando un militante attivo; in un primo momento come membro della componente giovanile, il Fronte della Gioventù, e successivamente di quella universitaria, il Fuan. È però nel ’76 che Morsello si mette in luce con la fondazione di Lotta Studentesca, nucleo originario dal quale deriverà poi Terza Posizione, assieme a Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e Peppe Dimitri.

Già in questi anni Massimino comincia ad appassionarsi allo studio della musica e della chitarra e, nel giugno del 1978, in occasione del secondo Campo Hobbit, tenutosi a Fonte Romana in Abruzzo, si esibisce nella sua prima interpretazione in pubblico, dividendo il palco con molti altri gruppi della scena musicale alternativa, tra i quali la Compagnia dell’Anello e gli Janus – gruppo a cui era appartenuto, in qualità di voce e chitarra Stefano Recchioni, ucciso la sera del 7 gennaio ’78 -.
A pochi mesi da quell’esibizione pubblicherà il suo primo lavoro, Per me e la mia gente, una musicassetta che, tra gli altri, conterrà lo storico brano Noi non siamo uomini d’oggi, uno dei più rappresentativi di un intero scenario politico, di allora e di oggi. Perché in questo brano Morsello non si limita a cantare di un disagio sentito dai giovani fascisti, ma mette finalmente in musica, e sottolinea, quella differenza etica e spirituale che intercorreva tra i militanti della destra radicale e gli altri loro coetanei. Non dunque un disagio dietro il quale rifugiarsi per nascondere la propria incapacità di affrontare il mondo, ma una fiera differenziazione rimarcata dal vitalismo e dalla voglia di combattere le brutture di quel mondo che non li capiva e, per questo, li osteggiava.

Durante gli scontri di Centocelle del 10 gennaio 1979, ad un anno dalla Strage di Acca Larentia, durante una manifestazione, Morsello assiste alla morte dell’amico Alberto Giaquinto, un giovane camerata di diciassette anni freddato da un colpo di pistola esplosogli alla nuca da Alessio Speranza, poliziotto in borghese. Sarà questo un episodio particolarmente segnante per Massimo, che, mosso dal dolore e dal desiderio di giustizia, si presenta in questura per testimoniare contro l’agente che ha sparato, finendo però per ritrovarsi personalmente incriminato con l’accusa di devastazione e saccheggio.
Sono questi gli anni passati alle cronache e alla storia come “anni di piombo”, anni che vedono lo scenario politico italiano diventare sempre più teso: il ricorso alle armi, per una questione di difesa del diritto ad esistere e a far politica, diventa un fatto naturale. Molte sono le vicende non chiare e pilotate da servizi segreti e organi statali che, con azioni terroristiche, alimentavano la cosiddetta strategia della tensione al fine di favorire partiti come la Democrazia Cristiana. È in questo contesto che, sulla scia delle decine di mandati di cattura emanati per i militanti neofascisti in seguito alla strage di Bologna, Massimo viene iscritto nel registro degli indagati e, con superficialità, subito condannato per associazione sovversiva e banda armata a 18 anni di reclusione, che saranno poi ridotti in Cassazione a 8 anni e 10 mesi, per la sua appartenenza ai NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari, nati dalla rabbia e dalla frustrazione di alcuni giovanissimi neofascisti romani. Condannato dunque nel 1980, si renderà irreperibile stabilendosi in un primo momento in Germania e poi nel Regno Unito.
A Londra, insieme – tra gli altri – alla moglie Claudia e Roberto Fiore fonda la società Meeting Point, ribattezzata poi Easy London, che si occupa di procurare alloggio e impiego a studenti e lavoratori soggiornanti nella capitale albionica.
Proprio a Londra, l’anno seguente alla condanna, il cantautore romano pubblica la sua seconda musicassetta intitolata Nostri Canti Assassini – Canzoni dall’esilio, in cui, – particolarmente in brani come Roma e Dove ghignano i ladri della tua libertà -, canta amaramente dell’amore per la terra che è stato costretto a lasciare.
Poco tempo dopo, l’11 Settembre 1982, insieme ad altre otto persone, subisce un fermo da parte degli agenti di Scotland Yard e in questa occasione la magistratura italiana ne chiede l’estradizione, negata fermamente dal governo britannico.

Nella capitale inglese Massimino si prodiga attivamente soprattutto sotto il punto di vista musicale riuscendo ad ottenere diversi successi; di grande importanza è stato il concerto che organizzò e promosse, nel Marzo 1996 al Marriot Hotel, nel quartiere Mayfair, del jazzista Romano Mussolini, figlio del Duce, che ebbe una grande eco a livello internazionale.
Altro successo, nello stesso anno, fu l’organizzazione di una tournée in Inghilterra per Enrico Ruggeri, con il quale intrattenne, anche al rientro in Italia, ottimi rapporti di amicizia che costarono all’ex Frontman dei Decibel, non poche critiche da parte di chi lo accusò di essere amico dei terroristi dell’estrema destra.

Durante gli anni in esilio a Londra, Morsello si rende ormai conto di essere destinato a pagare per le sue idee fino alla fine, e affida al suo nuovo lavoro sul primo CD Punto di non ritorno – edito per l’etichetta romana Rupe Tarpea Produzioni – pensieri ed emozioni. Il titolo viene esplicato dallo stesso cantautore nell’introduzione al disco presente sulla custodia: «In gergo militare è identificato con il punto limite oltre il quale non è più possibile per un velivolo tornare alla base con le sole riserve di carburante previste a bordo. Il pilota che supera il punto di non ritorno può fare affidamento esclusivamente sulle proprie forze, deve confrontarsi con l’ignoto, affrontare la navigazione in mare aperto, cercare nuove audaci soluzioni alla conclusione del suo volo».
Proprio in occasione della pubblicazione del disco, il “De Gregori nero” – come fu definito in seguito da un articolo de Il Messaggero – riesce ad organizzare uno storico concerto, dal titolo Scusate, ma non posso venire, previsto per il 20 Settembre del 1996, che doveva essere trasmesso in diretta anche in Italia. Arriva il fermo dalla questura che, prima di permettere la diffusione dell’esibizione vuole preventivamente visionarla per «assicurarsi che non siano divulgati messaggi di incitamento alla violenza». Lo stop è dunque solo temporaneo dal momento che gli inquirenti dopo aver visionato una cassetta dello spettacolo spedita direttamente da Londra, ne autorizzano la proiezione che avviene a Roma – di cui viene permesso il solo audio -, in piazza SS. Apostoli, e a Milano, al Palalido, davanti a folle di militanti accorsi dalle diverse regioni d’Italia.

Sempre dall’Inghilterra e sempre per l’etichetta Rupe Tarpea Produzioni, pubblica  nel 1998 l’album La Direzione del Vento. Il successo del disco è ampio, tanto che, con ingegno da parte del cantautore romano, riesce ad essere pubblicizzato anche su Il Manifesto, giornale comunista italiano, che lo apostrofa come «Veramente rivoluzionario».
Tra le tracce del disco che colpirono gli ascoltatori dell’epoca risaltano senza dubbio  Palestina, in cui Morsello esprime solidarietà e vicinanza al popolo palestinese sposandone la causa, e Maastricht. Qui esprime, ante litteram, dubbi e dissensi sulla formazione della neonata Unione Europea, che, come sottolinea nel brano, parla di «parametri da rispettare e le frontiere da cancellare», andando ad opporsi all’idea di Europa dei Popoli cara a Massimo e ai suoi camerati di allora e di oggi. È questa un’Europa costituita «solo di banche e di parole», «un guinzaglio stretto bene al collo del popolo e della nazione».
La Direzione del Vento risulta una vera e propria pietra miliare per la musica alternativa italiana, e riuscì a vendere oltre 13000 copie. Un successo, ad oggi, ancora ineguagliato.

L’anno successivo all’uscita del disco, Morsello fa finalmente ritorno in Italia. Alla fine degli anni ’90 gli veniva diagnosticato un cancro, purtroppo non più curabile. Sceglie di affidarsi alla terapia sperimentale del Professor Di Bella, a cui dedicherà l’amichevole Buon anno Professore, canzone inedita scritta per la raccolta Vox Europa del 1999.
Neanche negli ultimi momenti di vita Massimo Morsello si prenderà una tregua. Gira infatti varie città per conoscere quelli che in lui avevano trovato una guida spirituale e politica.
Viene anche a Napoli, con la moglie e la figlia, per conoscere e parlare ai giovani militanti del Cuib Giulio guidato da Antonio Torre, storico leader napoletano di Terza Posizione.
Lo ricordiamo oggi, con le parole che lo stesso Torre usò per definire Morsello: «un Fascista autentico, nel pieno del suo significato: nella vita privata, come capitano d’azienda, come cantautore, ma anche soprattutto, nei confronti dei tanti camerati che gli chiedevano aiuto».

Si spegnerà a Londra il 10 Marzo 2001 a causa di quella malattia che ha tolto a tantissimi di noi la possibilità di conoscere un vero esempio di lotta e sacrificio; che ci ha privati della possibilità di ascoltare, dal vivo, le parole di chi ha cantato delle battaglie per le quali ha speso senza riserva tutta la vita, donando i propri anni migliori. Quella malattia che ci ha privati dall’ascoltare chi, a distanza di anni, ci parla comunque al cuore con quelle stesse parole d’ordine che ci muovono nella medesima direzione: Europa, Rivoluzione, Fascismo.

 

Massimo Morsello

Steiner

Cento anni dalla Vittoria: per continuare a combattere

Il 4 novembre 2018 si celebrano i cento anni dalla Vittoria riportata dal Popolo Italiano nella Grande Guerra. Un’impresa eroica riportata attraverso anni di dura lotta, che hanno rinsaldato quell’identità di Nazione ai figli d’Italia.

Il quadro storico in cui si configura l’entrata in Guerra del Regno d’Italia va analizzato sin dall’anno dell’Unificazione, avvenuta nel marzo 1861. Infatti negli anni successivi a questa data, in conseguenza dell’occupazione francese della Tunisia – conquista non ben vista dal governo italiano, che aveva già mire espansionistiche in quella zona -, l’Italia nella data del 20 maggio 1882, stringe un accordo (la Triplice Alleanza) con l’Impero tedesco e con quello asburgico di Austria e Ungheria, contrapposto alla Triplice Intesa tra Francia, Gran Bretagna e Russia.

Erano quelli, anni in cui l’Europa stava ridefinendo le alleanze interne e in cui nuove nazioni, come la giovane Italia, giocavano un ruolo chiave nei rapporti di forza e nelle strategie geopolitiche da mettere in campo. In questi anni in cui gli interessi e le mire espansionistiche erano enormi, allo stesso tempo due nuove grandi potenze sorgevano al di là degli oceani, gli Stati Uniti d’America e il Giappone. Va poi considerato l’impatto della Rivoluzione Industriale del XIX secolo, che stava ridisegnando i sistemi di produzione, e che avrebbe inciso irreversibilmente sugli assetti economico-sociali del mondo. All’interno di questo quadro mutevole e in continuo divenire, si colloca l’ambizione coloniale d’Italia nel 1911 per la Campagna di Libia. Dopo un anno, il conflitto vedrà l’Italia trionfare sul nemico ottomano che fino a quel momento aveva regnato su quei territori, e che intanto perdeva anche i protettorati nei Balcani. La situazione politica europea si faceva sempre più calda ed instabile, proprio nella penisola balcanica forti erano i moti irredentisti slavi; ormai insofferenti nei confronti dell’occupazione asburgica gruppi nazionalisti serbi e bosniaci cominciavano a rivendicare i propri territori e l’indipendenza. Fu in questo infuocato contesto che, il 28 giugno 1914, si arriva all’attentato di Sarajevo, in cui il giovane patriota serbo-bosniaco Gavrilo Princip uccise l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria e Ungheria. Questo episodio fu la scintilla a far scoppiare il primo conflitto mondiale.

L’Italia all’inizio della Guerra ritenne opportuno rimanerne fuori: il governo Salandra prendeva la decisione definitiva di rimanere neutrale al conflitto il 3 agosto 1914, in seguito alla riunione del Consiglio dei ministri. Tuttavia, i movimenti interventisti all’interno della nostra nazione erano forti soprattutto fra i nazionalisti, e prendevano progressivamente consenso anche tra il resto della popolazione. Forte era la spinta di molti intellettuali dell’epoca che, rinvigoriti dallo spirito di Patria e identità nazionale, spingevano per la liberazione dei territori della penisola italica occupati dagli austro-ungarici; spinta che doveva essere finalizzata alla riconquista dei territori irredenti appartenenti al Regno d’Italia. Nasce in quel periodo il Popolo d’Italia, organo di stampa guidato dall’interventista Benito Mussolini, sulle cui pagine Mussolini stesso, il 10 novembre 1914, scrisse «il vecchio antipatriottismo è tramontato» e, cinque giorni dopo, nel famoso articolo Audacia, tuonò «Oggi la propaganda antiguerresca è la propaganda della vigliaccheria». Il nazionalista Alfredo Rocco, spingeva affinché le correnti cattoliche fossero partecipi nella riscoperta dello spirito d’amor di Patria ritrovato e, alla necessità per la Chiesa cattolica, di dare sostegno alla ricomposizione di un blocco sociale capace di adempiere alle nuove sfide a cui la nazione veniva chiamata. Sempre Rocco sul Dovere Nazionale, auspicava una nuova destra «capace di andare oltre le idiosincrasie delle elitès tradizionali della destra salandriana».

Fondamentale fu la partecipazione a Genova il 5 maggio 1915, durante le imponenti manifestazioni per l’anniversario dell’impresa di Garibaldi con i Mille, dell’intellettuale Gabriele d’Annunzio che, nella sua orazione a Quarto, fu capace di colpire l’animo delle folle in ascolto attraverso versi pieni di sacralità. Versi volti a far rifiorire nello spirito degli Italiani la fondamentale opera di civilizzazione e cultura che aveva nei secoli contraddistinto la penisola che si adagiava nel Mediterraneo, attraverso uomini e popoli che avevano scritto e cambiato il volto del mondo, destino che nelle parole del d’Annunzio risuonava come ancora proprio della nazione italica: «Non catasta d’acacia né di lentisco né di mirto ma di maschie anime egli oggi dimanda, o Italiani. Non altro più vuole. E lo spirito di sacrifizio, che è il suo spirito stesso, che è lo spirito di colui il quale tutto diede e nulla ebbe, domani griderà sul tumulto del sacro incendio: `Tutto ciò che siete, tutto ciò che avete, e voi datelo alla fiammeggiante Italia!´. O beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere. Beati quelli che hanno venti anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa. Beati quelli che, aspettando e confidando, non dissiparono la loro forza, ma la custodirono nella disciplina del guerriero. Beati quelli che disdegnarono gli amori sterili per essere vergini a questo primo e ultimo amore. Beati quelli che, avendo nel petto un odio radicato, se lo strapperanno con le lor proprie mani; e poi offriranno la loro offerta. Beati quelli che, avendo ieri gridato contro l’evento, accetteranno in silenzio l’alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi ma i primi. Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore. Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia».

Fu questa l’alba di un nuovo nascente fermento, indomito e poderoso d’amor di Patria. Fu questa l’alba in cui, sotto un nuovo sole che imponeva all’Italia e ai suoi figli di risorgere ancora una volta, il Regno d’Italia, il 23 maggio 1915, decideva di scendere in armi per liberare i territori occupati di Trento e di Trieste dal nemico asburgico, dopo aver abbandonato la Triplice Alleanza e aver trovato nuovi appoggi nella Francia e nella Gran Bretagna.

Una grandiosa macchina industriale per la produzione di nuovi armamenti per la guerra che l’esercito italiano si apprestava ad affrontare veniva messa in moto. Migliaia di giovani soldati e ufficiali si schierarono al fronte nord dove si dovevano conquistare i territori sottratti, dal Trentino Alto Adige al Friuli Venezia Giulia. Fu il coraggio degli uomini e delle donne Italiani a portare al conseguimento della grande Vittoria. Impavidi uomini in armi che combatterono senza sosta contro il nemico in territori difficili e impervi come quelli alpini e carsici, impavide donne contribuirono a mandare avanti la Nazione, senza dimenticare i loro uomini al fronte che non abbandonarono mai; un divampante moto unanime che avrebbe ridefinito i confini dello stato nazionale, e che avrebbe consegnato all’eternità quei giorni.

Furono dure le prove delle più sofferte e cocenti sconfitte subite, ma il nostro esercito fu capace di unione nei momenti più difficili e di reazione quando tutto sembrava perduto, come dopo la disfatta di Caporetto, in cui molte furono le perdite tra le fila italiane. Quello stesso esercito che fu però capace sul fiume Piave di opporre una strenua resistenza al nemico e che, grazie anche alle doti strategiche di ufficiali come Armando Diaz, seppe riorganizzare le truppe sul fronte, e portare a compimento ciò per cui la Patria li aveva chiamati: così, il 3 novembre 1918 le truppe italiane liberavano le città di Trento e Trieste.

Dopo anni l’Italia tornava a riappropriarsi di quelle terre irredente, unendo un popolo ancora una volta sotto un’unica bandiera, unito sotto un unico ideale di identità e di nazione. Un’impresa che necessita oggi più che mai di essere ricordata, e quel mistico spirito che aveva mosso le genti e ridestato gli animi a nuovi orizzonti di libertà, di essere consacrato per sempre alla storia.
Oggi come allora ricordiamo quei guerrieri, quegli eroi che, per amore dell’Italia e della sua cultura e identità millenarie, hanno combattuto per consegnarci una Patria in cui riconoscerci, in cui vivere liberi e sovrani.

Italo Lupo

 

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Donna Rachele: monumento alla dignità italiana

Ultima di cinque sorelle, nata a Predappio Alta l’11 Aprile 1890, da una famiglia contadina, Rachele Anna Guidi conosciuta come “Donna Rachele”, perse il padre a soli otto anni e a causa dell’estrema povertà in cui cadde la sua famiglia dovette rinunciare a proseguire gli studi presso quella stessa scuola elementare nella quale incontrò colui che diventerà il suo futuro marito, Benito Mussolini. Per un periodo, i due vivranno come fratello e sorella, poiché il padre di Mussolini, vedovo, e la madre di Rachele, vedova, divennero compagni. Alessandro Mussolini fu poi costretto a concedere il permesso di sposarsi ai due innamorati, poiché Benito aveva minacciato di uccidere se stesso e Rachele in caso di risposta contraria.

Dalla sua biografia scritta dalla nipote Edda Negri, figlia di Anna Maria, riceviamo un ritratto di donna estremamente forte e per nulla remissiva, tanto da decidere di andare a convivere con Mussolini quando ella era ancora minorenne. Durante questa convivenza a Forlì ebbe una figlia, Edda, illegittima secondo la legislazione dell’epoca, che fu registrata all’anagrafe come figlia di Mussolini e di madre ignota. Successivamente si sposarono una prima volta con rito civile nel 1915 ed una seconda volta con rito religioso nel 1925, quando Mussolini era ormai presidente del Consiglio. In totale la coppia ebbe cinque figli: Edda, Vittorio, Bruno, Romano e Anna Maria.

Nonostante la considerevole posizione politica del marito, mantenne sempre rapporti con gli ambienti popolari della sua Romagna e con i suoi abitanti, non interessandosi mai alle frivolezze mondane e non cedendo alle lusinghe borghesi. Niente e nessuno la distolse mai dalle sue scelte di madre, moglie e padrona di casa; esperta di semina, raccolto, giardinaggio e allevamento.

Sui rapporti personali con il Duce, e in generale di questa complicata e affascinante famiglia, la nipote scrive che la nonna Rachele non interveniva mai direttamente nelle questioni politiche, ma ascoltava, e il marito – interessato al suo parere -, spesso le chiedeva consiglio. Racconta un episodio in particolare, di cui è venuta a conoscenza leggendo un telegramma conservato negli archivi di famiglia: un Ministro, mostrando dei bilanci di Governo in casa Mussolini, proponeva di ridurre la razione di grano spettante alla popolazione italiana. Donna Rachele, non d’accordo, lo fece presente a Mussolini, che addirittura aumentò la suddetta razione!

Durante l’ultima cena della famiglia al completo, Donna Rachele era girata di spalle, per non incrociare la vista e l’immagine del genero Galeazzo Ciano. Chiese poi al marito: «Quando ti libererai dai traditori?». Questa presa di posizione così forte fu la causa dei litigi durati anni con la prima figlia, e moglie di Ciano, Edda, che le rimproverava di essere «il dittatore di casa». E lo sapeva anche la Signora Mussolini in fondo, al corrente dei tradimenti del marito, che “però tornava sempre a casa la sera” dai figli e dalla moglie. Quella moglie che pretese e ottenne il licenziamento di una delle amanti del Duce, Margherita Sarfatti, collaboratrice de L’Avanti! E quella stessa donna che sarà capace di sopportare il dolore della scelta di Claretta Petacci, amante storica, di morire accanto al suo uomo.

Il 17 aprile del 1945, Mussolini si spostò a Milano, mentre lei rimase con alcuni dei suoi figli sul lago di Garda; fu l’ultima volta che vide il marito vivo: i due coniugi parlarono più volte al telefono ma lei non riuscì a raggiungerlo. Tentò di attraversare il confine svizzero a Como, ma venne respinta.

Mussolini, che fece della politica la sua missione umana e volontaria, non si preoccupò mai di far soldi, lasciando così, dopo la fine guerra, la moglie in difficoltà: le furono sequestrati molti terreni e per far fronte alle tasse dovette vendere il castello di Rocca delle Caminate. Successivamente si ritirò a vita privata in Villa Carpena in una frazione di Forlì, rimasta a lungo di proprietà della famiglia Mussolini. La magione nel 2000 è stata acquistata da una coppia di imprenditori, che hanno adibito la villa a museo: ricolma di cimeli – tra cui una lampada a forma di fascio littorio donata al Duce da D’Annunzio -, documenti e fotografie della sua vita pubblica e privata insieme ad altre di Benito Mussolini, testimoniano la vita di questa grande Donna.

Portò avanti risolutamente la battaglia per riavere il corpo del suo defunto marito. Fece invano richiesta a quello che all’epoca era ministro degli Interni, Scelba, il quale rispose aspramente, negando così la salma di Benito alla moglie e ai figli. Nel 1957 fu il primo ministro Andreotti che diede il consenso alla vedova. Giunta al cimitero di Predappio, Rachele si trovò faccia a faccia con l’ex questore di Roma Vincenzo Agnesina, il quale era stato a fianco di Mussolini per vent’anni ed era stato capo della sua scorta, ma non mosse un dito per difenderlo. Dopo il riconoscimento del suo uomo deturpato, rifiuta di spostarlo in una bara più dignitosa, affinché i posteri possano avere vergogna di quella cassa di sapone in cui le era stato consegnato. Devota a Padre Pio, riceverà da lui stesso un rosario per recitargli le preghiere.

Solamente a partire dal 1975 inizia a percepire una pensione di reversibilità che ammontava a duecentomila lire mensili (in pratica, uno stipendio da impiegato dell’epoca): risultò infatti che Mussolini non aveva percepito alcun compenso dallo Stato, quindi i contributi non risultavano versati e di conseguenza – ironia della sorte – non aveva diritto alla pensione. Morirà per collasso cardiocircolatorio il 30 ottobre 1979 nella propria abitazione di Villa Carpena, nella tanto amata campagna romagnola.

Steiner

Rino Gaetano? Eppur ci piace!

“Caso unico” nel panorama artistico italiano di tutti i tempi; uomo nobile di spirito, eterno saggio, cercatore riluttante di verità, poeta oscuro di trobadorica maniera – ma popolare -, cantautore visionario, patriota sentimentale.

Salvatore Antonio Gaetano, per tutti “Rino”, nasce a Crotone il 29 ottobre del 1950 e si trasferisce a Roma all’età di dieci anni con la famiglia. Nonostante il così breve vissuto in Calabria, porterà sempre con sé quella straordinaria ricchezza ereditaria tipicamente meridionale costituita da valori semplici e orgoglio contadino. In Ad esempio a me piace il sud, ode tenera e spontanea, restituisce in maniera quasi fotografica le immagini di quell’attaccamento e rispetto della terra, non solo intesa come terra natale ma anche come lucreziana “terras frugiferentis”: quella «coi fichi d’india e le spine dei cardi». Con quello stesso timbro vocale ruvido, quasi “sporco” dà voce alla denuncia sociale di Agapito Malteni il ferroviere, macchinista «utopista» di Manfredonia, che stanco di vedere la sua gente partire escogita un piano per permettere ai suoi compaesani di non scappare più a cercare fortuna, e lo svela all’altro macchinista, «buono come lui, ma meno utopista». Agapito vuole mettere freno all’emigrazione interna e quindi allo spopolamento forzoso che porta all’emarginazione dei piccoli centri e all’alienazione operaia nelle fabbriche del nord.

A Roma, da ragazzo, comincia a prendere parte alle serate del Folkstudio, locale romano frequentato da artisti emergenti, e subito si rivelano incompatibili i rapporti con i vari Venditti e De Gregori. Rino è un genio, un dissacratore, un anticonformista vero. La distanza intellettiva e culturale che lo separa da questi sedicenti e autoreferenziali “cantautori impegnati” è netta sin da principio, come è subito chiaro quanto poco Rino si rispecchiasse negli ideali di quel tipo di sinistra, rappresentata da borghesi benestanti senza guizzi e senza coraggio. Si sentiranno presi in giro, da questo «erede di un certo tipo di nonsense, di marinetterie, e del surrealismo più antico». Rino, intanto, che “impegnato” lo era sul serio, recita Majakovskij, indossa i panni di un guitto interpretando l’alienato Estragone di Beckett e la volpe del Pinocchio di Bene. Consegue anche il diploma di ragioneria nel frattempo e per un periodo accetta di lavorare in banca, solo perché glielo chiede il papà, scettico sulla possibilità di vivere scrivendo canzoni. Si affaccerà con timidezza al piccolo pubblico, con lo pseudonimo di Kammamuri’s, in omaggio al ciclo dei Pirati della Malesia di Emilio Salgari, con il brano I love you Marianna dedicato all’amata nonna. Comincia pian piano a delinearsi con fermezza il suo stile unico, impossibile da etichettare, la sua vocazione popolare, e produttori e critici musicali iniziano ad accorgersi di lui.

Nel 1976 viene diffuso il singolo Berta Filava. Il titolo prende spunto dall’espressione proverbiale: “E’ passato il tempo in cui Berta filava”, in riferimento a Bertalda di Laon, moglie di Pipino il Breve, stando quindi ad indicare un tempo ormai finito, lontano dal presente. Tuttavia, il tempo che viene snocciolato è quello contemporaneo al cantautore, che si serve del paradosso storico per raccontare una vicenda marcia e piuttosto complicata della storia d’Italia. Nel 1976 c’è stata una crisi di governo -presieduto da Aldo Moro, che allora si era aperto segretamente al PCI- acuita dallo scandalo Lockheed: un caso di corruzione che coinvolse la Democrazia Cristiana, la quale aveva ricevuto grosse tangenti per l’acquisto di velivoli americani per l’aeronautica italiana. «Berta filava con Mario e con Gino, e nasceva il bambino che non era di Mario e non era di Gino» canta Rino. Chi sono dunque questi personaggi? Berta si identificherebbe con Robert Gross, presidente della Lockheed, che “filava” (dunque intesseva rapporti, beninteso, sottobanco) con Mario Tanassi e Gino Gui, Ministri della Difesa, coinvolti nell’inchiesta. Ma da questo rapporto nasce un bambino che non è né dell’uno né dell’altro. Chi è il bambino? E soprattutto, di chi è? Il bambino rappresenterebbe la responsabilità di questo caso di corruzione, e Rino sembrerebbe sottintendere che la responsabilità della crisi e dello scandalo governativo, non è stata propriamente la loro, i ministri sono serviti semplicemente da capri espiatori per occultare personaggi ancor più rilevanti. Durante un concerto in Puglia, nello stesso anno, Rino, sulle note di Berta Filava parla così al suo pubblico: «Vorrei ricordare un grosso personaggio che è nato a pochi passi da qui, è nato a Maglie. E’ uno dei più grossi calzaturieri. E’ uno che ha fatto le scarpe a tutta Italia. E’ uno che ha la freccia bianca in testa. Lui ha inventato diversi termini, è un grosso filologo. Ha inventato le convergenze parallele e la congiuntura, tutte queste cose che tendono a non chiarire nulla… è una cosa dispersiva. Io l’anno scorso ho scritto una cosa ancora più dispersiva, dedicandola a questi personaggi del mondo della politica e di altri mondi. Questa sera la voglio dedicare a questo personaggio che ha fatto le scarpe a tutta Italia».  E probabilmente, per questo «nasceva il bambino che urlava e piangeva».

Nel 1978 Rino partecipa a Sanremo con Gianna con in testa l’emblematica tuba nera (regalatagli da Renato Zero) e l’ukulele. Avrebbe voluto cantare Nun te reggae più, ma poiché particolarmente accusatoria nei confronti di personaggi noti, i suoi produttori glielo vietano. Fa ugualmente scalpore la sola presenza di Gaetano lì. Non tutti i suoi fan però la prendono bene, considerando Sanremo un festival commerciale e sostanzialmente “di sistema”. Quando poi lo intervistano sul perché ci fosse andato, il cantautore risponde che Sanremo non significava niente, non a caso la sua partecipazione è avvenuta con Gianna, canzone che non significa niente, appunto. Un’altra risposta, più spinta è stata: «perché chi gioca a Sanremo» non pensa a «chi vive in baracca», riprendendo due incisi della sua Ma il cielo è sempre più blu, uscita tre anni prima.

Nun te reggae più la canterà comunque da Maurizio Costanzo, nella trasmissione “Acquario”, in presenza anche di Susanna Agnelli, entrambi citati per nome e cognome nella lunga lista di denuncia di persone e fatti non propriamente trasparenti d’Italia. Costanzo sembra prendersi gioco di lui compassionevolmente, presentandolo come un pagliaccio che si diverte a musicare elenchi telefonici. Rino risponde a tono, condannando senza censure ma col sorriso e la spensieratezza: «ministri – ironicamente – puliti», «buffoni di corte – quella dei potenti –», «il grasso ventre dei commendatori» che affamano gli altri, i sempreverdi «evasori legalizzati», chi possiede le auto blu, «l’avvocato Agnelli, Umberto Agnelli, Susanna Agnelli»  sempre presenti senza alcun titolo legittimo negli affari di Stato, il già citato Maurizio Costanzo, membro della loggia P2, il sopravvalutato Villaggio, l’impegnato Guccini. Un inno alla verità, scritto e cantato da un uomo libero, lontano anni luce dalla prostituzione intellettuale a cui assistiamo oggi. Nella prima stesura del brano erano presenti anche Michele Sindona, Aldo Moro e Camillo Crociani. Tra un «ejalalà» e un «nun te reggae più» c’è una voce fuori campo che, imitando l’accento sardo di Berlinguer, interrompe dicendo: «mi sia consentito dire, il nostro è un partito serio, disponibile al confronto…» e un’altra voce gli risponde sarcasticamente negando quanto detto. Mette in ridicolo così l’uomo di punta del PCI e il partito stesso, che agli occhi dell’opinione pubblica voleva apparire come aperto al confronto e al dialogo, quando poi, nei fatti, si occupava di promuovere l’antifascismo, e di tentare di zittire ed ostacolare l’operato di coloro che non fossero in linea con il suo pensiero. Ne Le beatitudini tra i beati, appunto, troviamo: «gli arrivisti, i nobili e i padroni … specie se comunisti!». Rino aveva intuito una realtà che allora si stava formando, e che oggi risulta imperante: quella della dittatura cattocomunista, subdola, silenziosa, cloroformizzante che ha indirizzato il pensiero, formattato le coscienze e distrutto le diversità di vedute e di opinione attraverso propaganda, libri di storia e programmi televisivi.

Nel 1979 durante un concerto a Capocotta, spiaggia nota alle cronache per il delitto Montesi che coinvolse noti personaggi del partito democristiano, Rino grida: «C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che in futuro le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni che grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale e si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta!». In una delle ultime canzoni, E io ci sto, confessa di voler andare avanti con la sua guerra, costi quel che costi. La guerra a cui fa riferimento è la stessa che noi cerchiamo di combattere ogni giorno contro chi vorrebbe processarci per azioni commesse da altri, con l’intento di cancellare e mortificare le nostre idee politiche, contro chi non è capace di discutere perché privo di argomenti, proposte, idee. La guerra che facciamo contro i «beati potenti», e i servi di essi, che si riempiono la bocca con la costituzione, la democrazia – «e chi ce l’ha», sottolinea Rino -, la libertà. Ma che in realtà, di quella libertà che ha prodotto il Fascismo, hanno ancora paura e fa ancora tremare le gambe ai vecchi corrotti e ai politici mestieranti.

Rino morirà, a soli trent’anni, allo stesso modo e nelle stesse condizioni di Renzo, personaggio della sua Ballata, il 2 giugno 1981. Già qualche mese prima un veicolo contro mano distrusse la sua auto, lasciandolo però illeso. Allo stesso modo, quando si ripresenta la medesima situazione, stavolta rimane gravemente ferito. I soccorsi tardano ad arrivare, viene portato in condizioni disperate prima al Policlinico Umberto I, che pare non avere i giusti mezzi per aiutarlo, da lì vengono contattati altri ospedali e nessuno di questi si rende disponibile ad accoglierlo. Tre di questi nosocomi contattati sono tra quelli che lasceranno morire Renzo; al san Camillo infatti, non lo vollero per l’orario, al san Giovanni non lo accettarono per lo sciopero e al Policlinico lo respinsero perché mancava il vicecapo. Morto Renzo, nemmeno per la sepoltura c’è posto. Morto Rino, inizialmente non vogliono seppellirlo al Verano, dove ora riposa, “beato”, lasciando a noi «critici ed esegeti di questa sua canzone» un esempio di reale impegno sociale e di onestà umana e intellettuale.

Marta