Antonio_Rastrelli

Antonio Rastrelli (27/10/1927 – 15/08/2019), Uomo, Politico, Militante.

In memoriam.

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Cavour: al sorgere di una Nazione

Camillo Paolo Filippo Benso, conte di Cavour, nasce a Torino il 10 agosto del 1810. Grande imprenditore e ministro del Regno di Sardegna, fu successivamente alla proclamazione dello stato italiano presidente del consiglio dei ministri, rappresentando una delle figure più rilevanti per la realizzazione dell’Italia unita. In gioventù prese parte al servizio militare che abbandonò all’età di 21 anni in modo tale da poter viaggiare per l’Europa analizzando quelli che furono gli effetti conseguenti alla rivoluzione industriale avvenuta in Gran Bretagna, Francia e Svizzera.

Nel 1835, quasi quattro anni dopo, il nobile sabaudo rientrò in Piemonte per applicare quanto aveva imparato dai suoi viaggi in campo agricolo ed economico, comprendendo anche l’importanza della formazione scolastica per il successo di una nazione moderna. L’applicazione dei suoi apprendimenti giovò alla sua impresa privata, e grazie ad essi divenne in breve tempo uno degli uomini più ricchi del Regno di Sardegna. 

Con la fondazione del quotidiano “Il Risorgimento”, avvenuta nel 1847, il conte entrò ufficialmente nel dibattito politico, presentando agli ambienti intellettuali del tempo la sua conclusione per quanto concerneva la questione unitaria, ovvero che solo unendo l’Italia sotto un’unica bandiera, questa avrebbe potuto rilanciare la sua economia, liberandola dalla sua sudditanza politica e finanziaria rispetto alle potenze straniere. 

Schiarandosi con la destra storica in parlamento, quindi in forte contrasto con gli ideali repubblicani degli altri gruppi unitaristi, Cavour propose il suo piano per lo sviluppo del regno di Sardegna, ritenendolo il primo passo per la creazione di uno stato forte e capace di affrontare le sfide del domani: forte delle sue esperienze personali, introdusse l’uso di concimi chimici nella coltivazione in massa di cereali e patate, nuovi metodi di irrigazione capaci di raggiungere anche aree ad alta siccità, e altre innovazioni che resero in breve tempo il regno dei Savoia il paese più avanzato della penisola. 

Con l’ormai consolidato primato politico dello stato piemontese, Cavour ricominciò a progettare l’unità del territorio Italiano spezzando anche l’isolamento diplomatico del regno. Raggiungendo un’intesa con i repubblicani guidati da Giuseppe Mazzini, iniziò a formare alleanze ed accordi vantaggiosi con altre nazioni europee che già erano all’apice della loro potenza, mostrando il regno sabaudo come parte attiva nelle questioni del vecchio continente, esempio più eclatante ful’intervento nella contesa della Crimea. Prima con la Francia di Napoleone III, poi con la Prussia di Otto von Bismarck, le guerre di indipendenza al fianco di questi due potenti alleati fecero a poco a poco guadagnare al neonato regno d’italia quasi tutta la parte nord della penisola, anche se a discapito di alcune rinunce, come la cessione della città di Nizza e della provincia di Savoia. 

Convinto da Mazzini dell’importanza di unificare anche il meridione, Cavour  assegnò tale compito a Giuseppe Garibaldi, il quale aveva fatto da poco ritorno dalle Americhe, mettendosi in contatto con lui attraverso l’amico Giuseppe La Farina. Pur avendo continuamente espresso dubbi sulla fedeltà dell’eroe dei due mondi alla causa monarchica e pur avendo già avuto con lui aspri dibattiti circa la cessione della sua città natale ai francesi, diede alla fine il via libera per la spedizione, pianificandola nei minimi dettagli e rifornendo l’armata di volontari delle giubbe rosse di armi ed equipaggiamento. A seguito della sua riuscita, il 17 marzo 1861 fu proclamato il Regno d’italia. Cavour, divenutone presidente del consiglio, non riuscì tuttavia a terminare il suo mandato, e morì il 6 giugno 1861, avendo visto il suo sogno e quello di tanti altri patrioti di ogni appartenenza politica, finalmente realizzato.

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Hiroshima e Nagasaki: il lato oscuro della democrazia USA

Situate nel sud del Giappone, queste due città situate rispettivamente nelle grandi isole di Honshū e Kyūshū sono divenute simbolo della potenza distruttiva e devastante di quell’angosciante strumento di morte conosciuto come bomba atomica.


Durante il secondo conflitto mondiale attraverso il patto tripartito si dà vita a una strategica alleanza politico militare con Roma e Berlino. Nella prima fase di questo conflitto il Giappone è protagonista di una serie di successi militari in Cina, in Malesia e nelle Filippine. Preoccupati da questo espansionismo giapponese, gli USA impongono ai nipponici un embargo navale. Il Giappone che dipendeva in quasi total parte dai traffici marittimi provenienti dal Pacifico, si trovò costretto, dopo una serie di provvedimenti, a sfidare l’egemonia statunitense sul grande oceano, tentando il tutto per tutto con l’attacco alla base navale di Pearl Harbor nelle Hawaii, nel tentativo di distruggere definitivamente la flotta americana. 

L’attacco, sebbene devastante, non riuscì a tardare abbastanza a lungo la reazione avversaria, che già nel 1942, potendo contare su una nuova flotta, inflisse pesanti sconfitte alla marina nipponica, nonostante la strenua resistenza di ogni sua singola unità, opposta fino all’ultimo uomo anche attraverso l’uso dei così detti attacchi kamikaze. 

 

Nel 1945, nonostante il conflitto in Europa fosse già giunto al termine, l’Impero Giapponese non volle saperne di arrendersi. L’obiettivo era quello di resistere il più a lungo possibile, nella speranza di imporre un armistizio a condizione non troppo negative per i vinti.

 

Questo almeno era l’obiettivo dei gerarchi Giapponesi, obiettivo che però non vide realizzazione a causa di quella che fa la dolorosa conquista di Okinawa da parte degli Americani, che indussero il presidente Truman a dare l’ok per lo sgancio della bomba atomica, prima arma di distruzione di massa.

 

Il sei Agosto 1945 alle 8:15 un aereo statunitense sganciò la bomba soprannominata little boy sulla città giapponese di Hiroshima. Quella giornata, come tanti altre, uomini, donne e bambini erano del tutto estranei all’orrore che si sarebbe abbattuto su di loro di lì a poco. L’esplosione dell’ordigno generò in pochi secondi una devastante esplosione che rase al suolo la città per un raggio di 2Km, uccidendo in un frangente 70mila persone con una tempesta rovente che avanzò a 800 Km all’ora. Con molta probabilità le prime vittime furono le più fortunate, molte altre se ne aggiunsero a causa dei nefasti effetti delle radiazioni.

 

Tre giorni dopo gli Americani attaccarono un’altra città giapponese quella di Nagasaki. Il secondo ordigno lanciato fu soprannominato Fat man, uccise 40 mila persone nell’immediato e molte altre se ne aggiunsero in seguito.

Il 15 agosto, il discorso di resa di sua maestà l’imperatore Hirohito fu annunciato alla radio, tra i pianti disperati della popolazione. Era definitivamente conclusa la Seconda Guerra Mondiale.

 

Oltre 70 anni dopo, abbiamo ormai capito che questi crimini contro l’umanità, contro dei civili, degli innocenti furono del tutto inutili al fine della vittoria statunitense. Hitler e Mussolini erano già morti, il Giappone era sul punto di arrendersi. Lo stesso Winston Churchill, primo ministro britannico, affermò: “Sarebbe un errore supporre che il destino del Giappone fu suggellato dalla bomba atomica. La sua sconfitta era certa prima che fosse sganciata la prima bomba”. In realtà, quelle bombe furono sganciate per due ragioni. La prima era di mandare un messaggio a Mosca; già durante il secondo conflitto mondiale si comprese che l’antagonismo futuro sarebbe stato tra le due potenze vincitrice della guerra, Usa e Urss. Secondo motivo era giustificare l’immensa spesa del progetto Manhattan, da cui scaturì la realizzazione della bomba atomica.

 

Dopo quelle due esplosioni (le uniche vere armi di distruzione di massa mai usate dall’uomo) gli Usa, sostituendo quello britannico, divennero un nuovo, tracotante, impero che in 70 anni ha sottomesso con la violenza militare ed economica quasi l’intero pianeta. Corea, Nicaragua, Congo, Vietnam, Laos, Cambogia, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria sono soltanto alcune guerre dirette o per procura che hanno imposto il dominio a stelle e strisce. A partire da quel 6 agosto, gli Usa sono diventati un’economia di guerra, un keynesismo militarista difficile da disinnescare per l’immensa rete di interessi che ha svuotato del significato etimologico i termini come pace e democrazia.

Se proprio dovevano manifestare la loro potenza malefica, quei due ordigni atomici potevano essere fatti brillare in zone disabitate del Giappone, il mondo intero comunque avrebbe saputo di tale nuova arma. Invece, si sono colpiti i civili prima a Hiroshima replicando poi, pur avendo visto gli effetti di tale mostruosità, a Nagasaki. Circa 300mila civili furono uccisi, molti sono sopravvissuti tra immense sofferenze fisiche e psicologiche.

Noi ragazzi del Blocco Studentesco Vogliamo ricordare quell’anniversario di morte con questa foto che è passata alla storia. Un popolo che non si arrese nello spirito all’ormai invasore.

 

Glauro

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Enrico Toti: Fino all’ultimo respiro

7-DeAng-TotiFronte3.jpgEnrico Toti nasce a Roma, il 20 agosto 1882. Appena quattordicenne s’imbarcò in diverse navi, diventando elettricista scelto, successivamente iniziò a lavorare come fuochista per le ferrovie italiane. Tre anni dopo, a causa di un incidente con una locomotiva, perse la gamba sinistra e per i problemi che derivano della sua menomazione, perse suo malgrado anche il posto di lavoro. Nonostante ciò non si perse d’animo e continuò a coltivare le sue passioni, continuò gli studi interrotti da ragazzino, e si cimentò nell’invenzione di oggetti per la vita quotidiana: da uno spazzolino protettore per biciclette a una benda per cavalli, cimeli regolarmente brevettati e tuttora custoditi presso il museo dei bersaglieri a Roma. 

 

Un’altra passione che Toti coltivava, era viaggiare. Con la sua bicicletta, che aveva modificato per poterla portare con una sola gamba, intraprese nel 1911 un viaggio che lo portò prima a Parigi, dove dovette fronteggiare anche i problemi finanziari che lo affliggevano, proseguendo poi per la Finlandia, la Russia e la Polonia, e infine ritornando a Roma nel giugno 1912. 

 

Oltre alla passione per i viaggi e la sua grande volontà d’animo, nutriva forti sentimenti patriottici, che lo portarono ad arruolarsi nel primo mese di guerra del 1915, presentando 3 domande che vennero talvolta rifiutate per la sua menomazione, ma riuscì infine ad arrivare al fronte raggiungendo Cervignano del Friuli, rendendosi subito utile nelle retrovie con la sua fedele bicicletta. 

 

Lo stesso Duca D’Aosta si interessò alle sue eroiche prestazioni sul campo di battaglia e con il suo aiuto Toti entrò nel Terzo Battaglione Bersagliere Ciclisti, venendo schierato in prima linea. Fu sempre tra i primi all’assalto delle  trincee, e un giorno mentre si tentava la conquista di un’altra fortificazione Astro-Ungarica, venne colpito tre volte. Poco prima di morire egli gettò la sua stampella verso i suoi nemici e disse “non moro io”, incitando nuovamente e con fervore i suoi compagni a proseguire l’attacco. 

 

Oggi Enrico Toti è uno dei simboli italiani della prima guerra mondiale, per il suo valore, il coraggio e la voglia di non mollare mai. La sua salma si trovava a Monfalcone, successivamente però scelsero di trasferirla nella sua città natale, Roma, dove lì ricevette un partecipatissimo e solenne funerale. 

Oggi ricordiamo Enrico Toti come un eroe patrìo, che ancora ai giorni nostri, in una generazione che è priva di coraggio, vive nelle piazze e nelle strade di tutta Italia. 

 

Scrisse di lui il suo Comandante nell’agosto del 1916: “Nelle giornate di combattimento rendeva servizi preziosi ai combattenti, ma dove si mostrò instancabile è stato nel parlare di amor patrio ai bersaglieri”.

 

Mirtilla

Quella sera era di giugno: Francesco Cecchin Presente!

Se la differenza tra il ragazzo e l’uomo sta nel modo in cui si affronta la vita allora, la differenza tra l’uomo e l’eroe sta nel come si affronta la morte.La storia di Francesco è quella di un ragazzo che è divenuto eroe.

È il 2 novembre 1961, a Nusco in provincia di Avellino nasce Francesco Cecchin, già da piccolissimo ha due caratteristiche che lo contraddistinguono da tutto e da tutti: la prima sono i suoi capelli ricci, la seconda il suo carattere combattivo. Un ragazzo così non può che avere il destino di combattere il mondo, e qual miglior campo di battaglia della politica? E soprattutto qual miglior schieramento del fascismo? Fu così che si unì al Fronte della Gioventù e inizia a percorrere la sua strada.

Andando avanti con gli anni il 28 maggio 1979 durante una nottata di affissione,Francesco insieme ad altri quattro camerati hanno un litigio con una ventina di militanti del PCI, il motivo è la contesa di un tabellone. Tra i comunisti spiccava Sante Moretti, 46 anni ex pugile, che affronta impetuosamente il giovane del FdG Francesco, di 17 anni, affermando, secondo testimonianza dei ragazzi e per stessa ammissione di Moretti, “ Tu stai attento. Perché se poi mi incazzo ti potresti fare male. Vi abbiamo fatto chiudere la sezione di via Migiurtina, vi faremo chiudere anche quella di via Somalia». Finisce in una rissa e si torna a casa, solita storia di una qualsiasi nottata di affissioni insomma, purtroppo solo ora inizia la tragedia, anzi, il mito di Francesco Cecchin.

Il giorno dopo a mezzanotte Francesco passeggia insieme a sua sorella , quando una FIAT 850 lo affianca, all’interno ci sono 4 persone e si sente “è lui prendetelo”, Francesco scappa per evitare che venisse coinvolta la sorella, che lo rincorre e ciò che incontrerà sarà solo la salma del suo amato fratello dinanzi ad un muro alto 4 metri, Francesco manteneva nella mano sinistra un mazzo di chiavi che sporgevano dalle dita come fosse un tirapugni. Il ragazzo va in coma e dopo 19 giorni muore.

La magistratura ovviamente parte fin da subito con la teoria della morte accidentale, e le indagini sono mal eseguite con deduzioni e risposte incoerenti, difatti dopo anni dirà la Corte di Assise:

«Veramente grave e singolare appare pertanto che i periti non abbiano approfondito l’indagine, non si siano recati sul terrazzo dell’abitazione degli Ottaviani, ma semplicemente si siano limitati a dare un’occhiata dall’alto del ballatoio; e abbiano dato una “scorsa” altrettanto superficiale ai rilievi effettuati dalla polizia scientifica, come dichiarato dal professor Umani Ronchi all’udienza del 20 dicembre 1980. Altrettanto singolare che non abbiano tenuto in alcun conto i referti dell’ospedale San Giovanni».

Tra i sospettati vi sono Marozza e Moretti ambedue assolti per “non aver commesso il fatto”. Nonostante non furono individuati i colpevoli venne riconosciuta l’aggressione e l’omicidio, difatti scrive sempre la Corte di Assise: «È convinzione della Corte che, nel caso di specie, non si sia trattato di omicidio preterintenzionale, ma di vero e proprio omicidio volontario.»

Ad oggi vi sono state varie commemorazioni oltre all’annuale adunata del presente, è stato intitolato un giardino a Roma e fu lanciata la proposta di fare lo stesso con una via, ma all’antifascismo si sa non basta rubare le vite, per questa maligna entità non vi è soddisfazione se non nella totale distruzione del ricordo dei caduti, difatti ANPI, PD e personaggi vari hanno prontamente battuto queste proposte e si sono opposti anche alla proposta di aggiungere Francesco nella lista delle vittime del terrorismo.

Francesco è, insieme a tutti gli altri camerati caduti, ciò che più deve spronarci ad andare avanti, perché se loro hanno combattuto fino a dar la vita per l’idea, qual diritto abbiamo noi di rinnegare qualsivoglia forma di sacrificio? Il nostro andare avanti, il nostro combattere, il nostro essere, dimostra che nonostante tutto non è bastato uccidere questi ragazzi per fermare un’idea.

Olmo

«Affondate quel mostro»: la corazzata Bismarck

Dopo l’uscita unilaterale dal trattato di Versailles, che imponeva alla Germania una riduzione delle sue forze armate a sei navi da guerra, 100.000 soldati e nessuna aviazione, si giunse alla firma dell’accordo Navale Anglo-Tedesco che imponeva alla Germania di limitare la propria flotta del 35% rispetto a quella britannica. Nel periodo precedente al secondo conflitto mondiale, Hitler ordinò un piano di riarmo che prevedeva la costruzione di grandi navi che fossero qualitativamente all’avanguardia.

Le prime navi che entrarono in servizio, in accordo con questa linea strategica, furono le Panzerschiff, delle piccole corazzate. Successivamente, nel 1936, fu dato il via alla realizzazione del progetto della Bismarck (varata tre anni dopo) che avrebbe dovuto rappresentare insieme alla Tirptiz e alla portaerei Graf Zeppelin, la nuova frontiera delle navi da battaglia.

La nave, considerata tra le più potenti del proprio tempo e capace da sola di minacciare l’intera marina inglese, era lunga 251 metri, larga 36 e composta da 41700 tonnellate di acciaio corazzato e altre leghe. Nonostante le enormi dimensioni e gli ingenti armamenti, costituiti da 8 cannoni calibro 380 mm, 12 da 150 mm e 20 contraeree da 20 mm, l’imbarcazione era in grado di raggiungere i 30,5 nodi e di rappresentare, con il suo equipaggio di 2100 uomini, la punta di diamante della Kriegsmarine.

Compito della Bismarck era quello di pattugliare il Mare del Nord, andando a bloccare il traffico navale proveniente dagli Stati Uniti che, con carichi formati prevalentemente di viveri, carburante e aiuti militari, si dirigeva verso I’Inghilterra.

La flotta tedesca, dopo mesi di indiscussa supremazia che tolsero il sonno a Churchill, fu avvistata alle ore 18 del 23 Maggio dall’incrociatore Suffolk mentre l’incrociatore da battaglia Hood, simbolo della supremazia britannica sugli oceani e orgoglio della marina Inglese, insieme alla Prince of Wales si apprestavano a intercettarlo.

Al comande della Bismarck si trovava l’ammiraglio Günther Lütjens divenuto una leggenda per la marina germanica dopo aver affondato ben 22 navi Inglesi in soli 2 mesi.

Alle prime luci dell’alba Lütjens avvistò la Hood e quando fu dato il permesso di sparare, una pioggia di fuoco si riversò sulla Hood, in prossimità dello stretto di Danimarca, Facendola affondare in poco meno di due minuti.

La notizia del suo affondamento fece il giro del mondo, poiché era stata spacciata fino a quel momento dalla Royal Navy come una nave inaffondabile.

Alla notizia dell’affondamento l’Ammiraglio inglese ‎John Tovey chiamò a raccolta tutte le navi della Marina di sua Maestà, facendo ricorso finanche a quelle datate e della Prima Guerra Mondiale e, grazie all’aiuto del radar, riuscirono a individuare la posizione della Bismarck nell’Atlantico.

Nonostante la Bismarck fosse continuamente controllata dai radar, la flotta Inglese non riusciva a intercettarla a causa della sua velocità. Per poter ingaggiare lo scontro, fu fatta risalire un’ulteriore squadra da Gibilterra che avrebbe potuto incrociare la grossa corazzata Tedesca non molto lontano dalle coste Francesi.

gli inglesi diedero inizio all’attacco con 15 biplani lanciati dalla portaerei Ark Royal che fu fatta venire appositamente dal Mediterraneo. Questi riuscirono a colpire il retro della nave danneggiandone gravemente il sistema di timonaggio.

All’indomani l’attacco da parte delle navi Inglesi che arrivarono a spararono 255 colpi in circa 1 ora.

È facile immaginare le condizioni della Bismarck dopo essere stata colpita anche solo da una piccola percentuale di un tale arsenale di munizioni.  I ponti e la sovrastruttura erano a brandelli e invasi dalle fiamme. Una cannonata della King George V aveva attraversato la corazzatura della torre B facendo saltare la parte posteriore e la Rodney sosteneva di aver mandato a segno almeno 40 colpi da 40,6 cm, ma, nonostante le sue condizioni, non sembrava che la corazzata stesse affondando. Pertanto l’Ammiraglio Tovey ordinò all’incrociatore Dorsetshire di silurarla. Alle 10.25 l’incrociatore piantò due siluri nella fiancata sinistra della Bismarck senza sortire apparentemente un grande effetto. Ne lanciò poi un terzo nella fiancata di dritta e quattro minuti dopo la corazzata si ribaltò sulla dritta e cominciò a sprofondare di poppa.

Il Dorsetshire recuperò 85 naufraghi e il Maori 25, prima che il salvataggio fosse interrotto da un allarme antisommergibile.  In seguito, l’U74 raccolse tre uomini aggrappati a un relitto e il 28 maggio l’unità del servizio meteorologico Sachsenwald ne trovò altri due. L’epopea della Bismarck finiva in questo modo tragico, catastrofico ed eroico.

Per molto tempo la Marina Inglese, nonostante le ingenti perdite subite, e nonostante la quasi totalità delle proprie forze messe in campo, vantò l’affondamento della Bismarck come emblema del proprio primato bellico e navale. Solo a guerra finita però si venne a conoscenza della verità:

Da fonti tedesche si scoprì che alle ore 9:30 del 27 maggio l’ammiraglio Lütjens, vendo orami fallita la missione e prevedendo la perdita oramai sicura della nave, nel giorno del suo compleanno, dopo aver letto un telegramma firmato dal Führer che si complimentava con lui per le operazioni condotte e gli porgeva i propri omaggi, ordinò le operazioni per l’autoaffondamento della corazzata, impedendone così la cattura da parte della Royal Navy.

L’8 giugno del 1989 il relitto è stato localizzato da una spedizione americana condotta dal dottor Robert Ballard. Esso giace ai piedi d’una catena montuosa sommersa alla profondità di 4791 m, circa 650 chilometri ad Ovest del porto francese di Brest, in Bretagna. Le esatte coordinate del relitto sono a conoscenza del solo governo tedesco che lo ha dichiarato sacrario militare.

A distanza di anni è nostro dovere ricordare quella che è stata la nave più temuta della seconda guerra mondiale, capace, da sola, di impegnare l’intera flotta britannica e di sottolineare ancora una volta, oltre che la superiorità bellica del III Reich, lo spirito di quei mariani che per amor di patria decisero di affondare con la propria nave piuttosto che essere catturati dagli Inglesi.

Agiade

Il caso Sébastien Deyzieu a 25 anni dall’omicidio

Da oramai 25 anni, a Parigi, ogni 9 maggio si compie il rituale del presente che, ogni anno, fa risuonare il nome di Sébastien Deyzieu in Rue Des Chartreux, quella strada dove il giovane militante dell’Œuvre Française trovò la morte nel 1994.

Quella di Sébastien è una storia forse poco nota ai più ma che colloca il giovane militante di 22 anni in quel pantheon di eroi che, caduti sotto i colpi dei servi dello stato, marciano al nostro fianco ogni giorno nelle manifestazioni, nei banchetti e nelle affissioni  che scandiscono l’incedere della nostra lotta al sistema.

Il 7 maggio 1994 fu indetta dai vari gruppi nazionalisti parigini, tra cui spiccavano il GUDGroupe Union Defense –, e il Jeunesses Nationalistes Révolutionnaire, una manifestazione per protestare contro le ingerenze statunitensi in Europa in occasione dell’avvicinarsi delle commemorazioni per i 50 anni dell’invasione di Parigi da parte delle truppe Alleate, avvenuta il 9 giugno 1944. I diversi movimenti chiamarono dunque a raccolta camerati non solo da Parigi ma anche dal resto della Francia con un volantino che, con l’emblematico titolo di «Bienvenue aux ennesi de l’Europe»«Benvenuto ai nemici dell’Europa» ndr – dava a militanti e simpatizzanti appuntamento alle ore 17 in Place Denfert-Rochereau,  situata nel XIV arrondissement.
I militanti nazionalisti, arrivati da ogni parte del paese, si radunarono già dal mattino presso il locale La Libraire e qui giunse loro la notizia che il prefetto della polizia aveva appena ritirato il permesso per lo svolgimento dell’azione dimostrativa. Questa decisione arrivò evidentemente su pressione del Ministro degli Interni, Charles Pasqua, storico gollista del centro-destra, che in gioventù si era schierato con la resistenza francese per contrastare i tedeschi e che, anche durante il suo mandato ministeriale, aveva sempre espresso posizioni filo sioniste e filo americane.
Ciò tuttavia non intimidì gli attivisti che scelsero di aggirare il divieto pronti, se si fosse rivelato necessario, a fronteggiare gli ingenti schieramenti della polizia dislocati per impedire il raduno.

I militanti nazionalisti decisero dunque di darsi appuntamento ai Giardini di Lussemburgo, nel VI arrondissement, per recarsi compattamente presso la piazza adibita al concentramento. Qui tutti, riuscendo abilmente a sfuggire a fermi e controlli delle forze di polizia, decisero di raggiungere il luogo prefissato alla manifestazione utilizzando la metropolitana, scendendo alla fermata limitrofa all’omonima piazza di Donfert-Rochereau. Una volta giunti i giovani nazionalisti trovarono alcuni agenti della polizia e della gendarmeria, anche in borghese, che, alla loro vista, chiamarono i rinforzi. Questi sopraggiunsero in brevissimo tempo, arrivando a soverchiare dopo poco il numero degli attivisti presenti in piazza.
In breve il clima divenne dunque molto teso con i nazionalisti che, circondati da poliziotti in assetto antisommossa, si videro provocati dagli agenti che speravano in una reazione che avrebbe giustificato l’uso della forza. Ovviamente i militanti, consci della strategia delle forze dell’ordine, cercarono di mantenere la calma ma, improvvisamente la polizia diede il via a delle cariche e iniziò a fermare e ad arrestare molti attivisti. Alcuni piccoli gruppi di nazionalisti riuscirono però ad uscire dall’accerchiamento e si recarono in direzione dell’Università Panthéon-Assas nel tentativo di sfuggire all’arresto. La sede dell’ateneo, situata in Rue D’Assas, era infatti una roccaforte del GUD che specialmente in quel periodo si era posto alla testa delle numerose manifestazioni studentesche che avevano contraddistinto un autunno di forti contestazioni.
I poliziotti inseguirono questi militanti fermandone e arrestandone a decine. Proprio tra queste schiere si trovava Sebastién che, provando ad evitare il fermo della polizia, cercò riparo in un palazzo al civico 4 di Rue des Chartreux. Gli agenti lo inseguirono anche all’interno dell’edificio. Ciò che avvenne nello stabile rimarrà probabilmente per sempre un mistero. Si sa solo che, improvvisamente, Sébastien venne lanciato dal tetto dell’edificio o da una finestra tra il quarto e quinto piano. Il ragazzo venne immediatamente trasportato in ospedale dove trovò la morte solo dopo due giorni di agonie, il 9 maggio.
Nel frattempo il resto dei militanti, ancora radunati in piazza, continuò a lanciare cori e ad innalzare al cielo le insegne con il tricolore francese e con le croci celtiche ignaro di quanto fosse accaduto al loro fratello a poche centinaia di metri. Solo al termine della giornata seppero dunque di quanto accaduto.
Tutti gli arrestati, che quel giorno furono circa 110, al termine della manifestazione furono immediatamente rilasciati senza riportare ripercussioni legali.

Anche questa sera dunque, come accade ogni anno da quel fatidico 9 maggio, con il rito del presente migliaia di militanti nazionalisti e della destra radicale di tutta Europa giungeranno in Rue Des Chartreux, per rispondere alla chiamata del suo nome con un solenne «Present!» che vuole essere una promessa, un giuramento, di proseguire quella lotta per la quale un ragazzo di soli 22 anni ha immolato la propria vita.

Cioppi Cioppi

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