Dresda 1945: un altro crimine impunito dei “liberatori” angloamericani

Da sempre etichettata come “la Firenze dell’Elba” per la sua bellezza e la ricchezza sotto il profilo culturale, Dresda era una fiorente città tedesca, capitale dello Stato della Sassonia. Nella notte tra il 13 e il 14 Febbraio 1945 si compiva qui l’ennesima, vergognosa, azione ad opera dei “liberatori” del continente europeo: con un bombardamento a tappeto la città fu rasa al suolo, il suo patrimonio artistico devastato e la popolazione praticamente cancellata.

La distruzione della città fu guidata da Arthur Travis Harris, Maresciallo dell’Aria Capo, al quale fu affidato sin dal 1942 il comando del Bomber Command della RAF, la divisione dell’aviazione di Sua Maestà che, dalla sua fondazione, si prese carico di effettuare ogni bombardamento inglese.
Harris si distinse già dai primi mesi di comando per la sua spietatezza, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Butcher Harris” – vale a dire “Harris il Macellaio” -, e divenne noto quando il 28 Marzo 1942 fu praticato il primo bombardamento a tappeto su una città tedesca: Lubecca. La città, che si trova nella parte settentrionale della Germania, ospitava alcuni stabilimenti della Dornier-Werke GmbH, importante industria aeronautica teutonica, che però subirono danni relativamente leggeri. Obiettivo della RAF furono infatti il centro storico e la zona del mercato in quanto densamente popolati ed edificati prevalentemente in legno.
Questo fu solo il primo atto di una strategia volta a tentare di spingere la popolazione civile ad insorgere contro il proprio governo. I raid infatti non furono condotti unicamente sul porto, le fabbriche e gli obiettivi militari, bensì vennero in particolare diretti sui quartieri residenziali, nei quali trovarono la morte moltissimi tedeschi. Eppure, nel corso del conflitto, mai ci fu una sollevazione popolare contro il governo Nazionalsocialista e il III Reich che, al contrario, fu strenuamente difeso fino all’ultimo da uomini, donne e – finanche – bambini.

Successivamente una sorte simile toccò a molte altre città: Rostock, Anklam, Marienburg, Chemnitz, Lipsia, Kassel, Colonia, Norimberga, Berlino.
Particolarmente cruenta fu un’altra campagna condotta da Harris, l’Operazione Gomorra, la serie di bombardamenti effettuati sulla città di Amburgo dal 26 Luglio al 3 Agosto 1943 dagli oltre tremila velivoli della Royal Air Force che, affiancati da un centinaio di aerei statunitensi, rasero al suolo i tre quarti della città causando oltre quarantamila morti e diverse decine di migliaia tra feriti e dispersi.

I quasi quattro anni di bombardamenti generarono migliaia di profughi in ogni centro colpito dagli attacchi congiunti di RAF e USAF. Molti di questi furono fatti confluire proprio sulla città di Dresda, considerata sicura per l’assenza di qualsiasi tipo di obiettivo militare. Come potevano dunque le forze Alleate farsi scappare un’occasione simile. Erano convinti che con un massiccio sgancio di testate sulla città, con un conseguente enorme numero di civili uccisi, avrebbero finalmente spinto i tedeschi ad una rivolta e la Germania ad una resa. Nella notte tra il 13 e il 14 Febbraio del ’45 fu dunque attuato un violento bombardamento che rase quasi completamente al suolo la città e causò centinaia di migliaia di morti. Gli oltre ottocento aerei inglesi scaricarono sulla città oltre tremila tonnellate di ordigni, tra esplosivi ed incendiari, proseguendo il bombardamento fino al 15 febbraio, quando duecento velivoli dell’USAF continuarono a devastare quella che era diventata oramai una immensa distesa di fuoco e fiamme.
La città divenne una vera e propria fornace che arse per giorni a temperature di oltre duecento gradi, nella quale trovarono la morte per la maggior parte donne e bambini, dal momento che gli uomini erano stanziati sui campi di battaglia o nelle industrie dislocate nel resto della Germania.

Ovviamente anche in merito al numero di vittime causate da questa azione militare vi sono state varie controversie. Un primo rapporto, stilato a Marzo di quell’anno dal Colonnello Grosse, parlava di 202’040 vittime che si prospettava sarebbero salite a oltre 250’000 di lì a poco. Questa informativa fu sminuita dalle forze Alleate che la tacciarono di essere una pura azione propagandistica del governo tedesco. Eppure queste cifre – purtroppo – trovano effettivamente riscontro nonostante vi sia ancora chi, al giorno d’oggi, tenta di etichettarle come facenti parte di un filone revisionista allo scopo di giustificare il bombardamento.

L’azione stessa è stata infatti lungamente dibattuta anche a guerra finita, dal momento che dovrebbe essere considerata a tutti gli effetti un crimine di guerra. Ma ovviamente certe accuse sono riservate ai vinti. Ai vincitori tutto è concesso, tutto è perdonato.
Eppure c’è chi non ha lasciato che questa tragedia andasse dimenticata. C’è chi non ha accettato il silenzio. Molte parole sono state scritte in merito a questa nefasta pagina di storia. Molti libri, molte canzoni – tra le quali è il caso di citare Dresda nella versione degli Janus e in quella dei Malabestia – hanno voluto ricordare questa vigliacca operazione militare che nel numero di vittime ha superato persino quelle causate dalla detonazione dei due ordigni nucleari sganciati su Hiroshima e Nagasaki.
E così, con poche, semplici righe abbiamo voluto ricordarla anche noi, affinché non venga mai dimenticato il prezzo pagato dal Popolo tedesco per aver voluto abbracciare un’Idea che le plutocrazie occidentali hanno cercato in ogni modo di eliminare. Vanamente.

Cioppi Cioppi

 

Dresda

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Nico Azzi: dalle S.A.M. al giovedì nero di Milano

Nico Giuseppe Azzi nasce in provincia di Mantova il 31 luglio 1951. Fin da giovane si avvicina al Fascismo, studiandolo ed unendosi, dapprima, alle Squadre d’Azione Mussolini (S.A.M.), e, poi, alla redazione della rivista La Fenice di istanze ordinoviste. Stringe amicizia con quelli che venivano definiti “sanbabilini”, ovvero tutta quella gioventù di “destra” che era solita incontrarsi sotto i portici di piazza San Babila a Milano. Tuttavia Azzi si distingue dagli altri subito per il coraggio e l’intraprendenza: il 7 aprile del 1973 insieme ad altri camerati della piazza organizza un attentato sul direttissimo Torino-Genova-Roma. Il piano era semplice e comprendeva il far notare nella tasca una copia di Lotta Continua, per depistare future indagini e piazzare una bomba sul treno. Qualcosa andò però storto proprio nel momento culmine dell’operazione e l’ordigno esplose improvvisamente ferendo Azzi, il quale verrà successivamente arrestato.

Questo episodio diede il pretesto per vietare la manifestazione, organizzata dal M.S.I., che avrebbe dovuto avere luogo cinque giorni dopo a Milano, contro la violenza comunista. Ma il divieto arrivò il giorno stesso, solo poche ore prima dell’inizio del corteo che, sfilando da Piazza Cavour a Piazza Tricolore, avrebbe dovuto veder salire sul palco Ciccio Franco. Ovviamente la folla che si era riunita da tutta Italia – e non solo missina (difatti vi erano elementi di Avanguardia Nazionale, Fronte di Popolo, e Ordine Nuovo che comprendeva gli stessi sanbabilini) -, non si lasciò intimidire e proseguì con la mobilitazione. Il clima si fece sempre più teso e venne schierato un reparto della celere per porre freno al concentramento dei militanti sulla piazza, ma ciò aumentò la tensione fino a culminare in degli scontri: ci fu il lancio di due granate da addestramento SRCM da parte dei sanbabilini che si trovarono costretti a difendersi contro le forze dell’ordine. Il primo ordigno provocò due feriti, il secondo, per una sciagurata fatalità, uccise il poliziotto Antonio Marino. Fu proprio Azzi a fornire le bombe ai militanti, e per questo venne arrestato nuovamente e condannato a quindici anni di carcere per l’attentato al treno e per aver fornito gli esplosivi.

Dopo la dura detenzione, restò connesso agli ambienti militanti e si sposò dando alla luce la figlia Matilda. La sua vita procedeva nella normalità finché non fu arrestato per le false accuse nei suoi confronti riguardanti la strage di piazza Fontana. Durante i vari interrogatori che si susseguirono si oppose nel dare qualsiasi nome e fornire qualsiasi informazione, in quanto affermò di non riconoscersi in quello Stato. Ci ha lasciati il 10 gennaio 2007 a causa di un infarto, all’età di 55 anni.

Il suo funerale non riuscì ad avere il rispettoso e doveroso silenzio, a causa dell’urlante isterismo provocatorio e irrispettoso dell’A.N.P.I. e di antifascisti vari che addirittura montarono un caso e urlarono allo scandalo contro il parroco che aveva concesso la chiesa per la cerimonia sacra che spetta a tutti gli uomini.

Morto undici anni fa, Nico Azzi, di sicuro merita un posto nella memoria collettiva e, in special modo, nella nostra per essere stato un combattente duro, schierato con anima e corpo per l’Idea Assoluta, senza mai porsi limiti contro ostacoli o nemici, e nella convinzione di essere e muoversi nel giusto in un mondo sbagliato. Il suo amico Cesare Ferri, lo ricorda dicendo che la per lui è morto «ma solo fisicamente, appunto, perché il suo ricordo di camerata coraggioso, altruista e un po’ guascone mi – e ci – accompagna sempre e quando uno è ricordato è come se non fosse mai morto».

Olmo

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Il guerriero rivoluzionario

Alessandro Alibrandi, detto Alì Babà, è nato a Roma il 12 giugno del 1960. Figlio del giudice Antonio Alibrandi, di dichiarata fede politica fascista – posizione che gli creerà non pochi problemi e inimicizie nel suo lavoro, nonostante la grande serietà e competenza che dimostrava quotidianamente – , milita fin da adolescente nel Fronte della gioventù e nel F.U.A.N.

La sua esperienza politica comincia nel concitato clima delle violenze e delle ingiustizie caratteristiche degli anni di piombo, anni in cui l’odio dell’antifascismo militante colpisce ragazzi giovanissimi rei di amare la propria nazione. Sono gli anni in cui, tra gli altri, cadranno Carlo Falvella, Sergio Ramelli e Francesco Cecchin. Alibrandi e gli altri militanti, non possono più tollerare l’ipocrisia dello Stato, l’arroganza dei media e soprattutto quell’assordante e intollerabile silenzio del M.S.I. nei confronti di tutte quelle vittime, colpevoli solo e unicamente di manifestare orgogliosamente le proprie idee. Avviene così che nel 1977 insieme ai fratelli Valerio e Cristiano Fioravanti, Francesca Mambro e Dario Pedretti nella sede del F.U.A.N. di via Siena, a Roma, fondano i Nuclei Armati Rivoluzionari.

I NAR non sono stati la prima esperienza di spontaneismo armato di Alessandro, difatti egli già nel ’77 si trova in un conflitto a fuoco con la polizia a Borgo Pio, e sempre in quell’anno viene accusato dell’omicidio di Walter Rossi, militante di Lotta Continua, salvo poi essere scagionato e processato con l’accusa di rissa aggravata.

Ma la violenza dei NAR era estranea a tutto ciò. Aveva una base teorica e organizzativa. Non saranno scontri per impadronirsi di una piazza o morti accidentali in uno scontro fisico tra due estremismi; l’unione dei ragazzi ha un solo obiettivo: far comprendere allo Stato e alla sinistra che uccidere un fascista non sarà più un fatto impunito.

Le azioni dei NAR a cui Alibrandi ha partecipato sono state tante: nel 1977 avviene l’omicidio di Roberto Scialabba, militante antifascista il cui gruppo era sospettato di essere il colpevole della strage di Acca Larentia. Un anno dopo, in occasione del primo anniversario della suddetta strage, avviene l’assalto alla sede di Radio Città Futura, rea di aver trasmesso una vergognosa battuta sulla morte di uno dei missini di Acca Larentia: «i fascisti hanno perso una Ciavatta»; la risposta punitiva da parte dei Nuclei è un’incursione nella sede dei colpevoli, durante la trasmissione femminista Radio Donna, nel corso della quale saranno ferite, da colpi di arma da fuoco e dal lancio di alcune bombe a mano, alcune conduttrici.  Il 21 ottobre 1981 i NAR colpiscono il capitano della DIGOS Francesco Straullu, che viene ucciso mentre era in servizio in auto, col suo autista Ciriaco Di Roma. Il dirigente del Dipartimento Investigativo era impegnato in numerose inchieste sul “terrorismo nero” ed era noto per essere solito attuare violenze nei confronti degli arrestati. Si diceva che fosse addirittura arrivato a torturare gli uomini e abusare sessualmente delle donne; tutto ciò per i NAR non poteva restare impunito.

Anni dopo Alì Babà viene accusato di essere l’esecutore materiale del suddetto omicidio Scialabba e viene emesso un mandato di cattura a suo nome. Per sfuggire a quelle istituzioni nelle quali  non credeva prende l’unica decisione che uno come lui, con quel carattere e quella fermezza, avrebbe potuto prendere: va a combattere in Libano con i cristiani maroniti contro i musulmani. La scelta è stata più logica che ideologica: l’obiettivo infatti era apprendere l’“arte della guerra”, e il metodo più efficace per imparare era combattere al fianco del forte vincitore. La discutibile e razionale decisione dura poco, poiché avendo saputo nel febbraio 1981 dell’arresto del suo “camerata” Valerio Fioravanti, decide di tornare in Patria a giugno per costituire, con entusiasmo e rinnovata forza spirituale, i Nuovi Nuclei Armati Rivoluzionari.

Alibrandi viene però ucciso durante l’assalto ad una volante della polizia di Labaro, poco lontano da Roma, con un colpo alla testa, il 5 dicembre 1981.

A ricordarlo sono stati e sono a tutt’oggi in molti. Interessante è stata l’intervista fatta da Barbara Alberti a quella che fu la fidanzata di Alessandro che fornisce il ritratto di un ragazzo altruista, timido, gentile. Uno che, visto dal mondo semplicemente come uno spietato assassino, era in realtà un ragazzo di una bontà fuori dal comune, un uomo disposto a tutto per difendere le proprie idee, i propri affetti e i propri camerati.

Alibrandi è stato molto ma si potrebbe in una parola riassumere l’intensità e l’impetuosità dei suoi modi, del suo carattere e delle sue idee: guerriero.

Olmo

Dallo spazio interiore al mondo esteriore: J.G. Ballard

Perversioni, violenze, individualismo e follia, ovvero come James Ballard ha compreso e raccontato la miseria del mondo contemporaneo

James Graham Ballard nasce a Shangai il 15 novembre del 1930 da genitori britannici ivi residenti per lavoro. Quando l’Impero Giapponese entra in guerra al fianco della Germania contro gli Alleati, nel dicembre del 1941, ancora adolescente, viene separato dalla sua famiglia e internato in un campo di prigionia fino alla fine della guerra. Nel 1984 racconterà di questo periodo nel romanzo autobiografico L’Impero del Sole. Nel 1946 si trasferisce in Gran Bretagna, iscrivendosi alla facoltà di medicina del King’s College di Cambridge, con l’intenzione di conseguire la laurea e diventare psichiatra; dopo due anni tuttavia interrompe gli studi per dedicarsi alla scrittura, dopo l’illuminante lettura dell’Ulisse di Joyce. Negli anni ’50 presta servizio nella Royal Air Force e durante un soggiorno in Canada viene a conoscenza del genere fantascientifico, rimanendo affascinato dalle sue potenzialità. Tornato in patria, comincia a lavorare per diverse riviste a tema sci-fi scrivendo serie di racconti, tra cui una famosa tetralogia di romanzi a tema apocalittico: la Tetralogia degli Elementi, nelle cui trame iniziano a delinearsi i caratteri psicologici tipici dei suoi personaggi. Da qui in poi inizia la sua brillante carriera, concependo una dopo l’altra le sue opere, in cui mette a nudo gli aspetti più terribili e nascosti della società postmoderna.

Proprio a Ballard viene attribuita la nascita della corrente New Wave, di cui i critici rilevano le caratteristiche fondamentali nel suo articolo Which Way to Inner Space?, pubblicato sulla rivista New Worlds nel 1962. Qui espone programmaticamente il rifiuto per i temi mainstream della science fiction: racconti intrisi di romanticismo e spirito d’avventura fatti per diletto del pubblico, per dare spazio ad un’angosciosa indagine su ciò che veramente l’uomo teme e sa di non conoscere, ovvero se stesso e i suoi simili. Il rapido cambiamento dell’individuo in funzione della società di massa è stato forse il tema più importante della letteratura postmodernista, e la fantascienza non poteva essere l’unico genere a rimanere in disparte, fingendo di non rilevare il potenziale distruttivo di questi mutamenti.

«I maggiori progressi dell’immediato futuro avranno luogo non sulla Luna o su Marte, ma sulla Terra; è lo spazio interiore, non quello esterno, che dobbiamo esplorare. L’unico pianeta veramente alieno è la Terra», in questa affermazione viene stabilito che il vero genere fantascientifico doveva concentrarsi sull’analisi del cambiamento, evidenziarne gli aspetti più negativi, e portarli alle estreme conseguenze. Un metodo che aveva già in parte visto la sua attuazione in altre famose opere, come 1984 di George Orwell o Brave New World di Aldous Huxley, ma Ballard azzarda un approccio diverso e più audace: non scrive di ucronie o distopie ambientate in un lontano futuro, ma costruisce una realtà parallela uguale o simile alla nostra. Nulla in queste “finte realtà” è diverso dalla nostra, ma il giovane James se ne serve per mettere a fuoco, uno ad uno, quelle parti di essa che altrimenti non riusciremmo a percepire (o ignoriamo volutamente). Come accade negli esperimenti scientifici, lo scrittore pone l’accento su un solo caso per volta, e descrive la sua evoluzione in un ambiente reale, di cui lui stesso altera le condizioni per favorirne la trasformazione e quindi la comprensione.

«Docu­mentare i disagevoli piaceri del vivere in questo glauco paradiso è divenuto sempre più il compito precipuo della fantascienza» scriverà l’autore in Crash, opera del 1973.
Influenzato sia dalla filosofia esistenzialista che dagli artisti della beat generation, James sviluppa una buona parte dei suoi racconti intorno a personaggi inquieti, egoisti, dominati da istinti primitivi e desideri perversi. La causa principale di questi strani comportamenti è la monotonia che fa da sfondo ad ogni ambientazione; essa è nell’aria e nelle strade in cui avvengono le vicende (spesso periferie di grandi città), come una coltre opaca che reprime le emozioni umane in favore di una vita costituita esclusivamente di abitudini e priva di stimoli, che rende la mente dell’individuo un terreno fertile per i messaggi trasmessi da una società dominante corrotta. Partendo da questo argomento centrale si diramano tutti gli altri temi dei suoi romanzi: la sessualità deviata in Crash, l’alienazione e il conflitto sociale ne Il Condominio, la violenta ribellione al nucleo familiare in Running Wild, il bisogno di rivolta della borghesia cittadina e la critica al consumismo nella tetralogia di Cocaine Nights.
In Regno a venire, ultimo romanzo di Ballard, che va concludere la tetralogia iniziata proprio con Cocaine Nights, e proseguita con Super-Cannes  e Millennium People, questi scrive: «I quartieri residenziali sognano la violenza. Addormentati nelle loro sonnacchiose villette, protetti da benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l’arrivo di incubi che li facciano risvegliare in un mondo più carico di passione…».
In queste opere il conflitto psicologico sia interiore che esteriore tra i protagonisti e chi li circonda è raccontato in modo quasi matematico; un’abilità dovuta sicuramente ai suoi due anni di studi a Cambridge per diventare psichiatra (come dichiarerà lui stesso: «fiction is a branch of neurology»). Non è difficile infatti percepire gli influssi Junghiani e Freudiani nella sua narrazione, fra cui la tematica ricorrente dei tabù infranti, ovvero della nevrosi causata dall’inibizione dell’azione che inevitabilmente porta a compierla, quella dell’inconscio collettivo che si esprime nell’archetipo della violenza, e infine quella della libido. Queste tre tematiche si fondono nel romanzo Crash: l’attrazione sessuale per gli incidenti stradali, per la fusione tra il corpo contorto delle vittime con gli scheletri in ferro delle macchine, portano il protagonista a cercare qualcuno con cui condividere questo piacere proibito al fine di convincersi che sia normale. La sessualità è la parte più vulnerabile della psiche umana, la prima a venire intaccata dai cambiamenti repentini della società, e allo stesso tempo quella che teniamo più a freno. Venuto meno quest’autocontrollo gli istinti animaleschi prendono il sopravvento, e l’uomo cade vittima di se stesso (come succede ad esempio per Vaugham, co-protagonista del libro).

«Sesso e paranoia sono i nostri fantasmi. Presto la morte delle facoltà emotive spalancherà la strada ai piaceri concreti, tutti. Il dolore, la mutilazione… e il sesso saranno l’habitat perfetto per quello che diventerà il mito e l’incubo del XXI secolo: il concetto di possibilità illimitata».
Oltre a redarguirci riguardo i pericoli del consumismo, l’autore britannico sta puntando il dito contro l’ingenuità dell’uomo? Sta forse dicendo che è l’irrazionalità la causa di ogni male? Al contrario, in Ballard è la ragione l’artefice della regressione dell’uomo allo stato animalesco. Non si tratta di una critica sulla falsariga del buon selvaggio rousseauiano, l’uomo è comunque pericoloso se privo di raziocinio, ma lo è ancora di più quando la ragione stessa lo porta ad autodistruggersi, e lo fa costruendo norme sociali fondate solo sulla libertà personale, sostenute da morali prive di contenuti e valori insignificanti, quelle che oggi noi definiremmo con l’espressione “political correctness”. L’estremo e unico atto di ribellione di un individuo oppresso da questo circolo vizioso diventa quindi la follia, la condizione irrazionale per eccellenza.
«In un mondo completamente sano, la pazzia è l’unica libertà» sosterrà.
In questo sconnesso mondo in rovina, chi primeggia e lo comanda sono proprio quelli che ne fanno le regole senza poi rispettarle, chi rende le persone schiave della libertà, assoggettandole ai falsi bisogni materiali. E diciamo “chi” invece di “cosa”, perché anche se Ballard si riferisce, nella sua ultima e più importante serie di libri, al consumismo e alla massificazione come fossero dei fenomeni inspiegabili, egli sa che in realtà sono originati e determinati da persone in carne ed ossa, non solo da apparecchiature d’acciaio e plastica. Per questa riflessione prende pienamente spunto dalla critica sociale del filosofo della Scuola di Francoforte Herbert Marcuse, che già nel suo più famoso testo L’uomo a una dimensione, uscito nel 1964, parlava di una società industriale totalizzante, di una “democratica non-libertà”, dove i bisogni dell’uomo vengono ridotti all’atavico desiderio del produrre e consumare, e dove gli stessi tentativi di ribellione vengono inglobati e irretiti.

Il periodo che va dalla fine degli anni ’50 del XX secolo al primo decennio del XXI è senza dubbio la fase in cui si sono concentrati la maggior parte dei cambiamenti più radicali della storia dell’intera umanità: le rivendicazioni di nuovi diritti civili hanno portato all’abbandono di valori considerati obsoleti, l’enorme crescita economica e la distribuzione della ricchezza ha creato nuovi bisogni sia materiali che spirituali, le scoperte scientifiche hanno allargato gli orizzonti della conoscenza oltre limiti impensabili. Tutto questo viene positivamente definito “progresso”. Ma come Ballard ci ha mostrato, questo “progresso” altro non è che una chimera, un nemico insidioso e misterioso, capace di corrodere il tessuto sociale dell’intera umanità passando totalmente inosservato. Difendersi dai suoi effetti non è per niente facile, bisogna mettere da parte le convenzionali certezze, richiede volontà e sacrificio, ma soprattutto la conoscenza delle sue cause e dei suoi mezzi di propagazione; ed è in questo che le opere di James Graham Ballard, scrittore e critico del suo e del nostro tempo, ci affiancano in questa lunghissima ed aspra lotta per la verità e la sopravvivenza.

 

Saturno

 

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Massimo Morsello: ancora con il sorriso e la spada

Nato a Roma il 10 Novembre 1958, Massimo Morsello, oggi avrebbe compiuto sessant’anni. Massimino, come comincerà ad essere chiamato – soprattutto in ambito musicale – ha vissuto una vita esemplare per la ricchezza e l’importanza delle esperienze vissute; è stato infatti un militante ammirevole, una guida saggia, un cantautore sensibile e, non da ultimo, un generoso e capace imprenditore.

Cresce in una famiglia della media borghesia romana, da madre bulgara, arrivata in Italia dopo l’ascesa del partito comunista, e da un padre che egli stesso descrisse come «profondamente anti-comunista ed estimatore dell’azione sociale del Fascismo». Tuttavia, all’interno della famiglia, la politica attiva non era mai stata un reale impegno per nessun componente fino a quando, nel 1975, dopo la morte del padre, Massimo, ancora adolescente, aderisce al Movimento Sociale Italiano diventando un militante attivo; in un primo momento come membro della componente giovanile, il Fronte della Gioventù, e successivamente di quella universitaria, il Fuan. È però nel ’76 che Morsello si mette in luce con la fondazione di Lotta Studentesca, nucleo originario dal quale deriverà poi Terza Posizione, assieme a Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e Peppe Dimitri.

Già in questi anni Massimino comincia ad appassionarsi allo studio della musica e della chitarra e, nel giugno del 1978, in occasione del secondo Campo Hobbit, tenutosi a Fonte Romana in Abruzzo, si esibisce nella sua prima interpretazione in pubblico, dividendo il palco con molti altri gruppi della scena musicale alternativa, tra i quali la Compagnia dell’Anello e gli Janus – gruppo a cui era appartenuto, in qualità di voce e chitarra Stefano Recchioni, ucciso la sera del 7 gennaio ’78 -.
A pochi mesi da quell’esibizione pubblicherà il suo primo lavoro, Per me e la mia gente, una musicassetta che, tra gli altri, conterrà lo storico brano Noi non siamo uomini d’oggi, uno dei più rappresentativi di un intero scenario politico, di allora e di oggi. Perché in questo brano Morsello non si limita a cantare di un disagio sentito dai giovani fascisti, ma mette finalmente in musica, e sottolinea, quella differenza etica e spirituale che intercorreva tra i militanti della destra radicale e gli altri loro coetanei. Non dunque un disagio dietro il quale rifugiarsi per nascondere la propria incapacità di affrontare il mondo, ma una fiera differenziazione rimarcata dal vitalismo e dalla voglia di combattere le brutture di quel mondo che non li capiva e, per questo, li osteggiava.

Durante gli scontri di Centocelle del 10 gennaio 1979, ad un anno dalla Strage di Acca Larentia, durante una manifestazione, Morsello assiste alla morte dell’amico Alberto Giaquinto, un giovane camerata di diciassette anni freddato da un colpo di pistola esplosogli alla nuca da Alessio Speranza, poliziotto in borghese. Sarà questo un episodio particolarmente segnante per Massimo, che, mosso dal dolore e dal desiderio di giustizia, si presenta in questura per testimoniare contro l’agente che ha sparato, finendo però per ritrovarsi personalmente incriminato con l’accusa di devastazione e saccheggio.
Sono questi gli anni passati alle cronache e alla storia come “anni di piombo”, anni che vedono lo scenario politico italiano diventare sempre più teso: il ricorso alle armi, per una questione di difesa del diritto ad esistere e a far politica, diventa un fatto naturale. Molte sono le vicende non chiare e pilotate da servizi segreti e organi statali che, con azioni terroristiche, alimentavano la cosiddetta strategia della tensione al fine di favorire partiti come la Democrazia Cristiana. È in questo contesto che, sulla scia delle decine di mandati di cattura emanati per i militanti neofascisti in seguito alla strage di Bologna, Massimo viene iscritto nel registro degli indagati e, con superficialità, subito condannato per associazione sovversiva e banda armata a 18 anni di reclusione, che saranno poi ridotti in Cassazione a 8 anni e 10 mesi, per la sua appartenenza ai NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari, nati dalla rabbia e dalla frustrazione di alcuni giovanissimi neofascisti romani. Condannato dunque nel 1980, si renderà irreperibile stabilendosi in un primo momento in Germania e poi nel Regno Unito.
A Londra, insieme – tra gli altri – alla moglie Claudia e Roberto Fiore fonda la società Meeting Point, ribattezzata poi Easy London, che si occupa di procurare alloggio e impiego a studenti e lavoratori soggiornanti nella capitale albionica.
Proprio a Londra, l’anno seguente alla condanna, il cantautore romano pubblica la sua seconda musicassetta intitolata Nostri Canti Assassini – Canzoni dall’esilio, in cui, – particolarmente in brani come Roma e Dove ghignano i ladri della tua libertà -, canta amaramente dell’amore per la terra che è stato costretto a lasciare.
Poco tempo dopo, l’11 Settembre 1982, insieme ad altre otto persone, subisce un fermo da parte degli agenti di Scotland Yard e in questa occasione la magistratura italiana ne chiede l’estradizione, negata fermamente dal governo britannico.

Nella capitale inglese Massimino si prodiga attivamente soprattutto sotto il punto di vista musicale riuscendo ad ottenere diversi successi; di grande importanza è stato il concerto che organizzò e promosse, nel Marzo 1996 al Marriot Hotel, nel quartiere Mayfair, del jazzista Romano Mussolini, figlio del Duce, che ebbe una grande eco a livello internazionale.
Altro successo, nello stesso anno, fu l’organizzazione di una tournée in Inghilterra per Enrico Ruggeri, con il quale intrattenne, anche al rientro in Italia, ottimi rapporti di amicizia che costarono all’ex Frontman dei Decibel, non poche critiche da parte di chi lo accusò di essere amico dei terroristi dell’estrema destra.

Durante gli anni in esilio a Londra, Morsello si rende ormai conto di essere destinato a pagare per le sue idee fino alla fine, e affida al suo nuovo lavoro sul primo CD Punto di non ritorno – edito per l’etichetta romana Rupe Tarpea Produzioni – pensieri ed emozioni. Il titolo viene esplicato dallo stesso cantautore nell’introduzione al disco presente sulla custodia: «In gergo militare è identificato con il punto limite oltre il quale non è più possibile per un velivolo tornare alla base con le sole riserve di carburante previste a bordo. Il pilota che supera il punto di non ritorno può fare affidamento esclusivamente sulle proprie forze, deve confrontarsi con l’ignoto, affrontare la navigazione in mare aperto, cercare nuove audaci soluzioni alla conclusione del suo volo».
Proprio in occasione della pubblicazione del disco, il “De Gregori nero” – come fu definito in seguito da un articolo de Il Messaggero – riesce ad organizzare uno storico concerto, dal titolo Scusate, ma non posso venire, previsto per il 20 Settembre del 1996, che doveva essere trasmesso in diretta anche in Italia. Arriva il fermo dalla questura che, prima di permettere la diffusione dell’esibizione vuole preventivamente visionarla per «assicurarsi che non siano divulgati messaggi di incitamento alla violenza». Lo stop è dunque solo temporaneo dal momento che gli inquirenti dopo aver visionato una cassetta dello spettacolo spedita direttamente da Londra, ne autorizzano la proiezione che avviene a Roma – di cui viene permesso il solo audio -, in piazza SS. Apostoli, e a Milano, al Palalido, davanti a folle di militanti accorsi dalle diverse regioni d’Italia.

Sempre dall’Inghilterra e sempre per l’etichetta Rupe Tarpea Produzioni, pubblica  nel 1998 l’album La Direzione del Vento. Il successo del disco è ampio, tanto che, con ingegno da parte del cantautore romano, riesce ad essere pubblicizzato anche su Il Manifesto, giornale comunista italiano, che lo apostrofa come «Veramente rivoluzionario».
Tra le tracce del disco che colpirono gli ascoltatori dell’epoca risaltano senza dubbio  Palestina, in cui Morsello esprime solidarietà e vicinanza al popolo palestinese sposandone la causa, e Maastricht. Qui esprime, ante litteram, dubbi e dissensi sulla formazione della neonata Unione Europea, che, come sottolinea nel brano, parla di «parametri da rispettare e le frontiere da cancellare», andando ad opporsi all’idea di Europa dei Popoli cara a Massimo e ai suoi camerati di allora e di oggi. È questa un’Europa costituita «solo di banche e di parole», «un guinzaglio stretto bene al collo del popolo e della nazione».
La Direzione del Vento risulta una vera e propria pietra miliare per la musica alternativa italiana, e riuscì a vendere oltre 13000 copie. Un successo, ad oggi, ancora ineguagliato.

L’anno successivo all’uscita del disco, Morsello fa finalmente ritorno in Italia. Alla fine degli anni ’90 gli veniva diagnosticato un cancro, purtroppo non più curabile. Sceglie di affidarsi alla terapia sperimentale del Professor Di Bella, a cui dedicherà l’amichevole Buon anno Professore, canzone inedita scritta per la raccolta Vox Europa del 1999.
Neanche negli ultimi momenti di vita Massimo Morsello si prenderà una tregua. Gira infatti varie città per conoscere quelli che in lui avevano trovato una guida spirituale e politica.
Viene anche a Napoli, con la moglie e la figlia, per conoscere e parlare ai giovani militanti del Cuib Giulio guidato da Antonio Torre, storico leader napoletano di Terza Posizione.
Lo ricordiamo oggi, con le parole che lo stesso Torre usò per definire Morsello: «un Fascista autentico, nel pieno del suo significato: nella vita privata, come capitano d’azienda, come cantautore, ma anche soprattutto, nei confronti dei tanti camerati che gli chiedevano aiuto».

Si spegnerà a Londra il 10 Marzo 2001 a causa di quella malattia che ha tolto a tantissimi di noi la possibilità di conoscere un vero esempio di lotta e sacrificio; che ci ha privati della possibilità di ascoltare, dal vivo, le parole di chi ha cantato delle battaglie per le quali ha speso senza riserva tutta la vita, donando i propri anni migliori. Quella malattia che ci ha privati dall’ascoltare chi, a distanza di anni, ci parla comunque al cuore con quelle stesse parole d’ordine che ci muovono nella medesima direzione: Europa, Rivoluzione, Fascismo.

 

Massimo Morsello

Steiner

Dalla Grecia esempi di buon senso.

Gli studenti greci in lotta contro la “Buona Scuola” di Tsipras.

Molto, nelle ultime settimane, si è dibattuto riguardo la scelta, più che giusta, del Kas (Commissione archeologica della Grecia), di rifiutare la sfilata di Gucci sul sacro terreno del Partenone. Nonostante la pesante crisi economica, che ha ormai distrutto il 25% del Pil, la richiesta della casa di moda è stata bocciata con una risposta categorica: «Il valore e il carattere dell’Acropoli è incompatibile con un evento di questo tipo». 1Arrivano quindi, dal mondo ellenico, segnali di disaccordo allo status imperante che oramai si è consolidato in Europa, sia a livello politico che a livello culturale e sociale. E’ da tempo che gli studenti greci sono in piazza per contestare la controriforma della scuola del governo Tsipras, sostenendo che la storia e la cultura non hanno prezzo e non possono essere svendute a buon mercato ed in base alle “mode” correnti: dalla teoria “gender” alle “adozioni gay”, al rinnegamento di ogni spiritualità in forza di un materialismo oramai imperante. La ribellione degli studenti greci e la presa di posizione della Commissione Archeologica della Grecia sono esempi di come ancora c’è speranza che si possa arrestare il fiume in piena di una globalizzazione che tutto mercifica e tutto svende. Come ci ha insegnato Arthur Moeller van den Bruck «Essere tradizionalisti non significa vivere di ciò che è stato ma di ciò che è eterno». Le manifestazioni degli studenti e l’irrigidimento dei circoli culturali greci intorno l’idea del “tradizionale” sono flebili segnali di un disaccordo che àncora le proprie radici in quel soffio di vento di eternità che si respira tra le colonne sacre del Partenone e tra le pagine degli autori classici greci. In termini politici significa l’aver colto come una sinistra, sempre più becera e reazionaria quanto forte (perché al servizio dell’usura bancaria mondialista), venga sistematicamente impiegata nella distruzione della cultura tradizionale e sociale dei popoli europei. Una sinistra, quest’ultima, che, attraverso misure anticulturali e politico-economiche, lede direttamente gli studenti, i giovani, i lavoratori, il popolo tutto e restringe i diritti sociali. Conseguenza è anche l’ azzeramento della cultura millenaria che è alla base dell’Occidente. La Grecia, abitata dal 3000 a.C. divenne luogo di una cultura le cui arti restano le più evocative nella storia del mondo. La lingua greca, sfruttando la sua estrema malleabilità e la sua formidabile potenza espressiva, ha dato voce al pensiero filosofico e, attraverso di esso, a concetti come quello di libertà, di virtù, di politica. È la lingua in cui s’è forgiato tutto il lessico intellettuale europeo, che ancor oggi s’adopera nell’ intero mondo occidentale ogni volta che si fa riferimento a creazioni o scoperte dello spirito umano, alle scienze della natura, alla medicina, alla filosofia. Radici e sacralità cui non possiamo riunciare. È necessario però che l’Europa unita recuperi anche, e soprattutto, la consapevolezza della propria identità culturale e non dimentichi le civiltà e le lingue che l’hanno prodotta, sebbene le nuove esigenze di tipo pragmatico stiano lavorando in senso opposto. I futuri uomini colti del nostro continente rischiano dunque d’ignorare quasi del tutto il passato in cui affondano le radici della nostra civiltà e del nostro pensiero. Malgrado i tentativi di distruggere il fertile terreno delle tradizioni, perpetrato, negli ultimi secoli, dai socialisti e dai progressisti, dai razionalisti e dai relativisti, oggi assistiamo al riemergere di una domanda di ri-radicamento, di riscoperta del passato, dei suoi valori, della nostra essenza. Occorre ferocemente avere radici nell’ anima che rappresenta tutto ciò che è eterno e non ciò che solo “meramente” è stato. La tradizione è spesso dipinta come ciò che viene trasmesso dal passato al presente. Ciò, spesso, rappresenta un incredibile limite, dal momento che ci si illude che la conoscenza del vecchio sia un rimanere al vecchio senza guardare al nuovo ed ignorando che, al contrario, conoscere ciò che è stato senza dimenticarlo dovrebbe portare ad una migliore presa di coscienza del presente.

Bostik

Napoli borbonica, Masaniello e la Repubblica Partenopea.


Nel periodo successivo alla dominazione aragonese Napoli vide susseguirsi, alla sua guida, una moltitudine di vicerè sottoposti al governo centrale di Madrid ( all’epoca da poco nominata capitale dell’impero spagnolo, probabilmente per la sua posizione centrale). A differenza di quanto, date le premesse, si possa immagine, la Città ricoprì un ruolo tutt’altro che marginale: fu, infatti, protagonista di una esponenziale crescita demografica, urbanistica, culturale ed economica (fino al blocco che conseguì all’introduzione del baronato). Crebbe in particolar modo il settore tessile e ricchi furono gli scambi commerciali per i rifornimenti alimentari; riuscì, grazie alla florida attività artistica e culturale, ad attirare più turisti di quanto facesse la capitale madrilena. Di contro, conobbe già la piaga dell’urbanesimo a seguito della chiusura della città, sia da terra che da mare, operata da Don Pedro di Toledo con la costruzione di Via Toledo e dei Quarteras, risultando già vittima della mala gestione ed organizzazione delle sue risorse e possibilità. Dal punto di vista bellico lo scenario rimase immutato rispetto agli anni precedenti: la città dovette far fronte prima alle angherie della Lega Santa di Papa Clemente VII e successivamente all’avanzata turca. Nonostante il quadro dell’epoca non fosse estremamente florido, la città visse un elevato incremento dell’attività culturale, artistica e letteraria grazie alla presenza di figure del calibro di Torquato Tasso, Giovambattista Basile, Giambattista Marino, Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Giambattista Vico, Battistello Caracciolo, Bernardo Cavallino, Salvator Rosa, Luca Giordano, Pietro Bernini, Girolamo Santacroce e Domenico Fontana. Quadro prospero sicuramente, ma altrettanto sicuro era il malcontento che, data la mancanza di comunicazione tra il governo locale e quello centrale, crebbe vertiginosamente, in particolar modo quando fu aumentato il prezzo della frutta per far fronte alle continue guerre sostenute dalla Spagna sul fronte del centro Europa: “La contrarietà ed i dispareri si moltiplicavano in ragione del numero delle cose superflue.” In questo scenario si distinse Masaniello, giovane pescatore, che al grido di “Viva il re di Spagna, mora il malgoverno”, aizzò le folle contro una tassazione sempre più tagliente nei confronti del basso ceto. Rivolta che non si placò con la sua morte (morì tradito da una parte stessa dei rivoltosi), ma che, non solo continuò a Napoli sotto la guida di Gennaro Annese ma che si espanse anche a Palermo e Salerno e potè essere sedata solo con la venuta di Don Giovanni d’Austria, figlio di Filippo IV, a Napoli. Ai problemi di carattere politico-amministrativo e sociale si aggiunse, nel 1631, una terribile eruzione del Vesuvio che distrusse Portici, Resina (attuale Ercolano), Torre del Greco e Torre Annunziata. La popolazione si riversò per interno dei neonati Quarteras, nella zona del porto e nelle chiese cittadine e, in linea con la veracità dello spirito dei napoletani, nacque, in segno di ringraziamento e devozione, la Guglia di San Gennaro, santo patrono della città. 1 L’incremento massivo della densità abitativa causò, pochi anni dopo l’eruzione, un’epidemia di peste che decimò la popolazione. Dal punto di vista politico, dopo che fu sedata la rivolta di Masaniello diversi furono i problemi legati alla guerra di successione spagnola, periodo durante il quale l’Austria conquistò la città e la tenne fino a quando tornò indipendente, con Carlo III di Borbone. Grazie a Carlo III grandissimo impulso ebbero l’arte e l’architettura: fu costruito il Teatro San Bartolomeno (poi ribattezzato Teatro di San Carlo), la Reggia di Portici e quella di Capodimonte, il Foro Carolino (oggi Piazza Dante), il Real Albergo dei Poveri KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA e la piazza del Reclusorio (oggi Carlo III). Ci troviamo, quindi, nel periodo borbonico, nella Napoli Illuminista, una Napoli in cui, nel 1799 sorse la Repubblica Napoletana, non riconosciuta in Francia, fortemente limitata nelle autonomie e schiava del malcontento dei ceti popolari. Non fu difficile, in questo quadro, per l’armata sanfedista, disfare quanto costruito, grazie all’aiuto dei lazzari (napoletani filo-borbonici).

Antonietta