Chuck Palahniuk: l'istinto dell'Uomo

Chuck Palahniuk, classe ’62 nasce a Pasco nello stato di Washington, fino all’età di 14 anni, cresce a Burbank, ma dopo la separazione ed il successivo divorzio dei genitori, insieme ai tre fratelli, vive nella tenuta dei nonni materni. Una volta laureatosi in giornalismo, inizia a lavorare presso un emittente radiofonica, la KLCC. Dopo il conseguimento della laurea, decide di cambiare la sua vita diventando meccanico di motori, e le sue giornate vengono scandite dalle attività alla radio alla riparazione dei camion.

Nel 1988 lascia definitivamente il giornalismo e si dedica, come volontario, ai senza tetto e alle case di riposo, provvedendo anche al trasposto dei malati terminali nei gruppi di appoggio. Nel 1990 termina il suo sostegno come volontario e si trasferisce a Portland. Passati i trent’anni, inizia a scrivere vari romanzi, frequentando un laboratorio di scrittura che, detto da lui, ha influenzato il suo stile letterario. Il suo primo romanzo è “If You Lived Here”, tentativo da parte di Chuck di imitare Stephen King: progetto che non avrà successo, tanto da vedersi rifiutare anche la pubblicazione del secondo romanzo “Manifesto” per la durezza dei temi trattati. Ciò non lo demoralizza e durante il tempo libero come meccanico, continua a scrivere, dando vita ad uno dei romanzi per il quale è conosciuto in tutto il mondo: “Fight Club”, che grazie all’aiuto di Gerry Howard, famoso editore, otterrà anche un contratto con una famosa cosa editrice.

Fight Club

Racconto con evidenti influenze della filosofia nichilista, soprattuto per l’evidente rappresentanza di violenza. Malgrado il pensiero popolare, Palahniuk non si è ispirato ne tanto meno partecipato ad un vero Fight Club, ma ad esperienze di vita vissute in ambito violento, come quando dopo un litigio il nonno avrebbe sparato e ucciso la nonna. La trama ruota intorno ad un consulente di una casa automobilistica, che entra in contatto con Tyler Durden (Brad Pitt), produttore e venditore di sapone. I due insieme daranno vita al Fight Club, circolo segreto nel quale i membri danno vita a combattimenti tra di loro. L’uomo trova una superficiale cura ai suoi problemi quotidiani, cominciando a frequentare gruppi d’ascolto. In questo modo incontra una certa Marla Singer, una ragazza che come lui finge di avere gravi malattie. I membri del Fight Club ben presto divengono centinaia e il circolo da vita ad un gruppo sovversivo con intenti terroristici. Tyler scompare e non trovando risposta a tutti gli avvenimenti che sconvolgono la sua vita, decide di denunciare se stesso alla polizia, rivelando i progetti del gruppo, ovvero far scoppiare le principali banche della città provocando il caos. Ritrovato il suo amico, egli gli spiega di essere in realtà un suo alter-ego, frutto dell’immaginazione del protagonista, il quale, ormai fuori di sé, decide di suicidarsi con un colpo alla testa, dal quale riesce miracolosamente a salvarsi. Sopravvissuto al tentativo di togliersi la vita, vedrà il crollo delle dodici banche in cui erano state posizionate le bombe da lui stessi piazzate. 

Fight Club 2

Non finisce qui, nel 2015, Chuck ritorna a cavalcare la scena dei romanzi, proponendo un sequel dopo vent’anni, del primo Fight Club. Chuck Palahniuk ha deciso di tornare a raccontare quindi, la storia dell’uomo nel quale si nasconde il sovversivo Tyler Durden. Il narratore senza nome ora si fa chiamare Sebastian, ha sposato Marla Singer e insieme hanno un bambino, che ha una particolarità: costruisce bombe fatte in casa. E quando Marla comincia ad avere nostalgia di Tyler, decide di ritoccare i dosaggi dei suoi farmaci, fino a far succedere qualcosa di irreparabile. 

I racconti di Palahniuk sono lo specchio di una società in cui l’uomo, ormai privo della sua identità, era rifugio in sé stesso. Scrutando nella propria anima, il protagonista riscopre quello che ogni uomo cela: il senso del gruppo, la voglia di reagire, il bisogno di combattere. Il materialismo può imprigionarci fisicamente in moltissimi modi, anche a livello inconscio, ma nel momento in cui prevale l’istinto, nel segreto della propria mente, il materialismo viene sconfitto e prevale la volontà. 

Steiner

La nascita del Futurismo: 111 anni di lotta al passato

Un immediato e costante cambiamento del tutto nel tempo: velocità.

Questo il Dio unico e assoluto del futurismo, nato nell’epoca dove il montaggio a catena, le automobili, gli aerei… etc muovevano i primi passi, quando le più imponenti civiltà dell’Europa si preparavano per quella guerra che canterà la denominazione di Grande, dove tutto ciò che era, e tutt’oggi è, per definizione vecchio (monarchia, chiesa, capitalismo… etc) poggiava il proprio didietro sui troni del potere, era opposto a una rabbia coscienzioso e argomentata dal meglio dell’intelletto Italiano ed Europeo dell’epoca. Di fatto il semplice affermare che Filippo Tommaso Marinetti abbia “creato” il Futurismo è un errore, egli l’ha tratto dall’anima ardita ed anticonformista della gioventù Europea, tramutandola in Arte. L’arte Futurista ha l’arroganza di arrecarsi il diritto di rappresentare non il volgare e tediante presente, il cui unico scopo è di permettere l’esistenza del Futuro, ma di rappresentare, cantare, narrare, gustare… etc l’invisibile in quanto ancora non è. La stessa nascita del Futurismo è un simbolo di arditismo e goliardia, difatti si dice che per far pubblicare il manifesto del futurismo su Le Figarò (20 febbraio 1909), Marinetti sedurrà la giovane figlia del direttore del giornale (riuscendo egregiamente nell’intento).

Per quanto l’urlo di gioventù espresso dal movimento con “l’invito a bruciare i musei e le chiese” o l’affermare che “non v’è più bellezza se non nella lotta” abbia scosso non poco il panorama reazionario Europeo, le prime opere presentate al pubblico non possono vantare grande successo. Basti pensare che nel 1910 la prima della rappresentazione teatrale (composta da Marinetti il 1910)  Il re Baldoria, riceverà fischi e insulti da tutto il pubblico in sala. Ma sotto un certo punto di vista questo fallimento è stata la vera vittoria dell’opera, alla fine era ovvio che la classe antiquata, accademica e morente di intellettuali resti offesa e disgustata da un movimento il cui obiettivo principale è quello di distruggerla. Difatti lo stesso Marinetti salirà sul palco urlando: “Ringrazio gli organizzatori di questa fischiata che mi onora profondamente”. Ma il disgusto è solo l’inizio: quello stesso anno l’artista pubblicherà il romanzo Mafarka il Futurista, dove si narrano le avventure di un re africano che sogna di governare tutta l’Africa, facendosi strada tra massacri e stupri di massa. L’opera viene accusata di oltraggio al pudore e per questo censurata, ma sono innumerevoli gli intellettuali che restano affascinati dal movimento e si uniscono alla crociata Marinettiana fin dalla sua nascita: Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Aldo Palazzeschi… etc.

 Oltre il dissacramento e l’oltraggio il Futurismo dispone di un altro carattere per portare scandalo: la violenza. Non per niente era abitudine prendere a pugni i critici troppo severi, o fare passeggiate in vicino le sedi dei comunisti per delle sane, arditissime mazzate. Il fine non è una goliardica e giovanile scazzottata di strada, no, si parla di un sacrificio di sangue che possa dare il via alla totale industrializzazione del paese, rendendo gli uomini un’unica grande entità spirituale individuata nella Patria, nonché il modo per liberare l’Europa intera dal passatismo che la affligge: e nel 1914 questa occasione giunse con la Grande Guerra. Il Futurismo fu l’avanguardia dell’interventismo, perché ciò coincideva con lo scopo di rendere gli uomini partecipi di qualcosa più grande di loro, risvegliare in essi il senso di dover difendere quel qualcosa dal male del mondo è l’atteggiamento ardito che più di ogni cosa volevano i futuristi, lo stesso Marinetti affermò che la guerra è l’unica igiene dell’uomo.

Dopo il Conflitto nel 1918 il Futurismo avrà una mutazione che viene generalmente definita Secondo Futurismo, è l’anno di nascita del Movimento Politico Futurista, qui il movimento vuole rendere quella protesta portata avanti con atteggiamenti goliardico che sfiorano l’anarchia, una proposta di cambiamento sociale. Tra le varie proposte è possibile ricordare: l’abolizione del matrimonio, della polizia e delle carceri, l’istituzione di un governo tecnico (una sorta di pre-corporativismo), stipendi ai combattenti e parità dei sessi in lavoro e politica. È assolutamente corretto affermare che le proposte, così come tutta la vita del futurismo, siano forme di proto-fascismo, ancora una volta Marinetti ne darà conferma nel 1924: “Il Fascismo nato dall’interventismo e dal futurismo si nutrì di principi futuristi”, e lo stesso fu detto da Benedetto Croce: “per chi abbia il senso delle connessioni storiche, l’origine ideale del fascismo si ritrova nel futurismo”. Tutto ciò basterebbe a tralasciare anche che Marinetti partecipò quel famoso 23 marzo 1919 alla fondazione dei Fasci di Combattimento a piazza San Sepolcro.

Oggi noi del Blocco Studentesco continuiamo a guardare al Futurismo come ciò che è stato: un’irrefrenabile e goliardica forza spirituale che guarda dove a Marinetti, Boccioni, Carrà, Mussolini e a noi più interessava e interessa: Il Futuro.

Gabbo

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Giulio Douhet: alla conquista del Cielo

Giulio Douhet nacque a Caserta il 30 maggio 1869 in una famiglia aristocratica con forti sentimenti patriottici. Scelse la carriera delle armi e nel 1886 entrò all’accademia militare di Torino, da cui poi passò alla scuola di applicazione d’artiglieria e genio.  Nel 1920, mentre era un colonnello in congedo, fondò l’Unione nazionale ufficiali e soldati e, sulla scorta di analoghe iniziative già attuate in Francia e in altri paesi, propose di erigere monumenti ai caduti della “Grande Guerra” in ogni città del Bel Paese, tuttavia è lui il primo in Europa ad avanzare l’idea di costruire uno di questi memoriali per il ricordo dei soldati i cui corpi non vennero mai identificati: così venne concepito quello che tutt’ora chiamiamo Altare del Milite Ignoto, posto in seno al Vittoriale.
Basterebbe questa sua idea per ricordarlo in eterno, tuttavia il suo più grande merito, quello che espresse al meglio il suo genio, fu sicuramente il concepimento di un nuovo tipo di conflitto. Nel 1921 il ministero della Guerra, dopo un parere favorevole del generale A. Diaz, pubblicò a Roma l’opera più nota del Douhet, “Il Dominio dell’Aria”, un testo di un centinaio di pagine destinato a diventare rapidamente un classico del pensiero militare moderno, divenuto popolare in tutto il mondo grazie alle sue traduzioni, e punto di riferimento per avanguardisti che, come il generale casertano, aveva inteso l’importanza dei veicoli aerei per scopi bellici: primi fra tutti Billy Mitchell e Hugh Trenchard, ideatori della potenza aeronautica statunitense e britannica.
Secondo Douhet l’aeroplano non poteva più essere inteso solo come un mezzo ausiliario dell’Esercito e della Marina per colpire obiettivi terrestri e navali, bensì era diventato l’unico mezzo per combattere una terza lotta in una nuova dimensione, l’aria.

«Immediatamente sorge il primo principio del suo impiego: l’Armata Aerea deve venire impiegata in massa. Questo principio è perfettamente identico a quello che regge la guerra terrestre e quella marittima. L’effetto materiale e morale delle offese aeree – come di qualunque altra offesa – è massimo quando le offese stesse vengono concentrate nello spazio e nel tempo.»

Nel 1911, durante la guerra Italo-Turca per il controllo della Libia, gli venne assegnato il compito di scrivere un rapporto sull’uso dell’aviazione da guerra. Ciò non è un caso, infatti il primo impiego militare di aeroplani della storia fu condotto proprio dagli Italiani nel corso di questo conflitto il 1º novembre 1911, quando Giulio Gavotti della sezione aviazione del Battaglione specialisti del Genio, che bombardò le posizioni turche di Ain Zara.Le teorie di Douhet vennero subito criticate in Italia, tanto da portarlo allo scontro con l’establishment militare, che nella sua miopia non vedeva di buon occhio le innovazioni da lui riportate, e a causa dei suoi criticismi venne anche condannato ad un anno di carcere nel 1917.
La seconda guerra mondiale ha visto gli impieghi massicci di bombardieri strategici e tattici che lui aveva già immaginato, e sfortunatamente si rivelarono corrette anche le sue previsioni che i bersagli principali di un utilizzo così consistente sarebbero infine stati i centri abitati. A segnare la fine del conflitto fu proprio la distruzione di Hiroshima e Nagasaki, un bombardamento come lui aveva previsto, ma che portò la guerra di nuovo su un altro livello.

«Ed, in ordine al conseguimento della vittoria, avrà certamente più influenza un bombardamento aereo che costringa a sgombrare qualche città di svariate centinaia di migliaia di abitanti che non una battaglia del tipo delle numerosissime che si combattono durante la grande guerra senza risultati di apprezzabile valore.»

Nel 1922 iniziò a collaborare con il Popolo d’Italia di Mussolini che, gli diede l’incarico di responsabile dell’aviazione militare ma presto abbandonò tutto per dedicarsi interamente allo studio. Le sue ripetute denunce al Duce contro la gestione dell’aeronautica italiana e le sue richieste di posizioni di responsabilità venivano poi accolte con complimenti e promesse, ma fortemente ostacolate sempre dalle lobby di potere che ancora gestivano l’esercito secondo i propri interessi, negandone ogni tipo di sviluppo come successe con l’invenzione del radar di Guglielmo Marconi.
In futuro non poté che accettare il ruolo di teorico e profeta privo di poteri, che gli garantì però la possibilità di diffondere ampiamente la sua dottrina. Poté quindi dare alle stampe nel 1927 la seconda edizione ampliata del “Dominio dell’Aria” presso l’Istituto Nazionale Fascista di Cultura e nel 1928 presso lo stesso istituto il volumetto “i probabili aspetti della guerra futura”.
Giulio Douhet morì il 15 febbraio 1930 a Roma, colpito da un infarto. Fu seppellito insieme alla moglie Gina Casalis che morì 30 anni dopo.
La moglie, oramai vedova, gli fece scolpire la seguente scritta:

«Anima e cuore di soldato italiano spirito colto geniale lungimirante fin dai primi tentativi dell’aviazione intravide l’ineluttabile avvento delle armate del cielo e per la patria una ne invocò strenuamente con gli scritti e con la parola sprezzando ogni personale interesse. Di ogni ideale umano e patriottico fervidamente pervaso primo in Italia e fuori il culto del milite ignoto propose. Doveva triste destino del genio chiudere la vita perché le sue idee fossero attuate e fosse proclamato maestro. MCMXXX – La vedova orgogliosa»

Nel 2006 a lui gli fu dedicata anche la scuola militare aeronautica di Firenze.
Nel 2008 un articolo sulla rivista della Associazione Arma Aeronautica denunciò lo stato di degrado della tomba. L’articolo portò al lancio di iniziative per il restauro, che si completarono in occasione della commemorazione degli 80 anni dalla morte, deponendogli una corona di alloro alla presenza degli allievi della Scuola Militare Aeronautica Giulio Douhet.

Noi del Blocco Studentesco lo vogliamo ricordare come uno dei più grandi luminari che la nostra Nazione abbia mai avuto, le cui idee per presunzione di alcuni e fame di potere di altri non furono sufficientemente ascoltate. Quando si riferiscono all’Italia di quegli anni come un paese arretrato, privo di innovazioni, che ha saputo solo mantenersi sulle scoperte di altre nazioni, voi parlate a loro di Giulio Douhet.

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Lorenzo

«Affondate quel mostro»: la corazzata Bismarck

Dopo l’uscita unilaterale dal trattato di Versailles, che imponeva alla Germania una riduzione delle sue forze armate a sei navi da guerra, 100.000 soldati e nessuna aviazione, si giunse alla firma dell’accordo Navale Anglo-Tedesco che imponeva alla Germania di limitare la propria flotta del 35% rispetto a quella britannica. Nel periodo precedente al secondo conflitto mondiale, Hitler ordinò un piano di riarmo che prevedeva la costruzione di grandi navi che fossero qualitativamente all’avanguardia.

Le prime navi che entrarono in servizio, in accordo con questa linea strategica, furono le Panzerschiff, delle piccole corazzate. Successivamente, nel 1936, fu dato il via alla realizzazione del progetto della Bismarck (varata tre anni dopo) che avrebbe dovuto rappresentare insieme alla Tirptiz e alla portaerei Graf Zeppelin, la nuova frontiera delle navi da battaglia.

La nave, considerata tra le più potenti del proprio tempo e capace da sola di minacciare l’intera marina inglese, era lunga 251 metri, larga 36 e composta da 41700 tonnellate di acciaio corazzato e altre leghe. Nonostante le enormi dimensioni e gli ingenti armamenti, costituiti da 8 cannoni calibro 380 mm, 12 da 150 mm e 20 contraeree da 20 mm, l’imbarcazione era in grado di raggiungere i 30,5 nodi e di rappresentare, con il suo equipaggio di 2100 uomini, la punta di diamante della Kriegsmarine.

Compito della Bismarck era quello di pattugliare il Mare del Nord, andando a bloccare il traffico navale proveniente dagli Stati Uniti che, con carichi formati prevalentemente di viveri, carburante e aiuti militari, si dirigeva verso I’Inghilterra.

La flotta tedesca, dopo mesi di indiscussa supremazia che tolsero il sonno a Churchill, fu avvistata alle ore 18 del 23 Maggio dall’incrociatore Suffolk mentre l’incrociatore da battaglia Hood, simbolo della supremazia britannica sugli oceani e orgoglio della marina Inglese, insieme alla Prince of Wales si apprestavano a intercettarlo.

Al comande della Bismarck si trovava l’ammiraglio Günther Lütjens divenuto una leggenda per la marina germanica dopo aver affondato ben 22 navi Inglesi in soli 2 mesi.

Alle prime luci dell’alba Lütjens avvistò la Hood e quando fu dato il permesso di sparare, una pioggia di fuoco si riversò sulla Hood, in prossimità dello stretto di Danimarca, Facendola affondare in poco meno di due minuti.

La notizia del suo affondamento fece il giro del mondo, poiché era stata spacciata fino a quel momento dalla Royal Navy come una nave inaffondabile.

Alla notizia dell’affondamento l’Ammiraglio inglese ‎John Tovey chiamò a raccolta tutte le navi della Marina di sua Maestà, facendo ricorso finanche a quelle datate e della Prima Guerra Mondiale e, grazie all’aiuto del radar, riuscirono a individuare la posizione della Bismarck nell’Atlantico.

Nonostante la Bismarck fosse continuamente controllata dai radar, la flotta Inglese non riusciva a intercettarla a causa della sua velocità. Per poter ingaggiare lo scontro, fu fatta risalire un’ulteriore squadra da Gibilterra che avrebbe potuto incrociare la grossa corazzata Tedesca non molto lontano dalle coste Francesi.

gli inglesi diedero inizio all’attacco con 15 biplani lanciati dalla portaerei Ark Royal che fu fatta venire appositamente dal Mediterraneo. Questi riuscirono a colpire il retro della nave danneggiandone gravemente il sistema di timonaggio.

All’indomani l’attacco da parte delle navi Inglesi che arrivarono a spararono 255 colpi in circa 1 ora.

È facile immaginare le condizioni della Bismarck dopo essere stata colpita anche solo da una piccola percentuale di un tale arsenale di munizioni.  I ponti e la sovrastruttura erano a brandelli e invasi dalle fiamme. Una cannonata della King George V aveva attraversato la corazzatura della torre B facendo saltare la parte posteriore e la Rodney sosteneva di aver mandato a segno almeno 40 colpi da 40,6 cm, ma, nonostante le sue condizioni, non sembrava che la corazzata stesse affondando. Pertanto l’Ammiraglio Tovey ordinò all’incrociatore Dorsetshire di silurarla. Alle 10.25 l’incrociatore piantò due siluri nella fiancata sinistra della Bismarck senza sortire apparentemente un grande effetto. Ne lanciò poi un terzo nella fiancata di dritta e quattro minuti dopo la corazzata si ribaltò sulla dritta e cominciò a sprofondare di poppa.

Il Dorsetshire recuperò 85 naufraghi e il Maori 25, prima che il salvataggio fosse interrotto da un allarme antisommergibile.  In seguito, l’U74 raccolse tre uomini aggrappati a un relitto e il 28 maggio l’unità del servizio meteorologico Sachsenwald ne trovò altri due. L’epopea della Bismarck finiva in questo modo tragico, catastrofico ed eroico.

Per molto tempo la Marina Inglese, nonostante le ingenti perdite subite, e nonostante la quasi totalità delle proprie forze messe in campo, vantò l’affondamento della Bismarck come emblema del proprio primato bellico e navale. Solo a guerra finita però si venne a conoscenza della verità:

Da fonti tedesche si scoprì che alle ore 9:30 del 27 maggio l’ammiraglio Lütjens, vendo orami fallita la missione e prevedendo la perdita oramai sicura della nave, nel giorno del suo compleanno, dopo aver letto un telegramma firmato dal Führer che si complimentava con lui per le operazioni condotte e gli porgeva i propri omaggi, ordinò le operazioni per l’autoaffondamento della corazzata, impedendone così la cattura da parte della Royal Navy.

L’8 giugno del 1989 il relitto è stato localizzato da una spedizione americana condotta dal dottor Robert Ballard. Esso giace ai piedi d’una catena montuosa sommersa alla profondità di 4791 m, circa 650 chilometri ad Ovest del porto francese di Brest, in Bretagna. Le esatte coordinate del relitto sono a conoscenza del solo governo tedesco che lo ha dichiarato sacrario militare.

A distanza di anni è nostro dovere ricordare quella che è stata la nave più temuta della seconda guerra mondiale, capace, da sola, di impegnare l’intera flotta britannica e di sottolineare ancora una volta, oltre che la superiorità bellica del III Reich, lo spirito di quei mariani che per amor di patria decisero di affondare con la propria nave piuttosto che essere catturati dagli Inglesi.

Agiade

Il caso Sébastien Deyzieu a 25 anni dall’omicidio

Da oramai 25 anni, a Parigi, ogni 9 maggio si compie il rituale del presente che, ogni anno, fa risuonare il nome di Sébastien Deyzieu in Rue Des Chartreux, quella strada dove il giovane militante dell’Œuvre Française trovò la morte nel 1994.

Quella di Sébastien è una storia forse poco nota ai più ma che colloca il giovane militante di 22 anni in quel pantheon di eroi che, caduti sotto i colpi dei servi dello stato, marciano al nostro fianco ogni giorno nelle manifestazioni, nei banchetti e nelle affissioni  che scandiscono l’incedere della nostra lotta al sistema.

Il 7 maggio 1994 fu indetta dai vari gruppi nazionalisti parigini, tra cui spiccavano il GUDGroupe Union Defense –, e il Jeunesses Nationalistes Révolutionnaire, una manifestazione per protestare contro le ingerenze statunitensi in Europa in occasione dell’avvicinarsi delle commemorazioni per i 50 anni dell’invasione di Parigi da parte delle truppe Alleate, avvenuta il 9 giugno 1944. I diversi movimenti chiamarono dunque a raccolta camerati non solo da Parigi ma anche dal resto della Francia con un volantino che, con l’emblematico titolo di «Bienvenue aux ennesi de l’Europe»«Benvenuto ai nemici dell’Europa» ndr – dava a militanti e simpatizzanti appuntamento alle ore 17 in Place Denfert-Rochereau,  situata nel XIV arrondissement.
I militanti nazionalisti, arrivati da ogni parte del paese, si radunarono già dal mattino presso il locale La Libraire e qui giunse loro la notizia che il prefetto della polizia aveva appena ritirato il permesso per lo svolgimento dell’azione dimostrativa. Questa decisione arrivò evidentemente su pressione del Ministro degli Interni, Charles Pasqua, storico gollista del centro-destra, che in gioventù si era schierato con la resistenza francese per contrastare i tedeschi e che, anche durante il suo mandato ministeriale, aveva sempre espresso posizioni filo sioniste e filo americane.
Ciò tuttavia non intimidì gli attivisti che scelsero di aggirare il divieto pronti, se si fosse rivelato necessario, a fronteggiare gli ingenti schieramenti della polizia dislocati per impedire il raduno.

I militanti nazionalisti decisero dunque di darsi appuntamento ai Giardini di Lussemburgo, nel VI arrondissement, per recarsi compattamente presso la piazza adibita al concentramento. Qui tutti, riuscendo abilmente a sfuggire a fermi e controlli delle forze di polizia, decisero di raggiungere il luogo prefissato alla manifestazione utilizzando la metropolitana, scendendo alla fermata limitrofa all’omonima piazza di Donfert-Rochereau. Una volta giunti i giovani nazionalisti trovarono alcuni agenti della polizia e della gendarmeria, anche in borghese, che, alla loro vista, chiamarono i rinforzi. Questi sopraggiunsero in brevissimo tempo, arrivando a soverchiare dopo poco il numero degli attivisti presenti in piazza.
In breve il clima divenne dunque molto teso con i nazionalisti che, circondati da poliziotti in assetto antisommossa, si videro provocati dagli agenti che speravano in una reazione che avrebbe giustificato l’uso della forza. Ovviamente i militanti, consci della strategia delle forze dell’ordine, cercarono di mantenere la calma ma, improvvisamente la polizia diede il via a delle cariche e iniziò a fermare e ad arrestare molti attivisti. Alcuni piccoli gruppi di nazionalisti riuscirono però ad uscire dall’accerchiamento e si recarono in direzione dell’Università Panthéon-Assas nel tentativo di sfuggire all’arresto. La sede dell’ateneo, situata in Rue D’Assas, era infatti una roccaforte del GUD che specialmente in quel periodo si era posto alla testa delle numerose manifestazioni studentesche che avevano contraddistinto un autunno di forti contestazioni.
I poliziotti inseguirono questi militanti fermandone e arrestandone a decine. Proprio tra queste schiere si trovava Sebastién che, provando ad evitare il fermo della polizia, cercò riparo in un palazzo al civico 4 di Rue des Chartreux. Gli agenti lo inseguirono anche all’interno dell’edificio. Ciò che avvenne nello stabile rimarrà probabilmente per sempre un mistero. Si sa solo che, improvvisamente, Sébastien venne lanciato dal tetto dell’edificio o da una finestra tra il quarto e quinto piano. Il ragazzo venne immediatamente trasportato in ospedale dove trovò la morte solo dopo due giorni di agonie, il 9 maggio.
Nel frattempo il resto dei militanti, ancora radunati in piazza, continuò a lanciare cori e ad innalzare al cielo le insegne con il tricolore francese e con le croci celtiche ignaro di quanto fosse accaduto al loro fratello a poche centinaia di metri. Solo al termine della giornata seppero dunque di quanto accaduto.
Tutti gli arrestati, che quel giorno furono circa 110, al termine della manifestazione furono immediatamente rilasciati senza riportare ripercussioni legali.

Anche questa sera dunque, come accade ogni anno da quel fatidico 9 maggio, con il rito del presente migliaia di militanti nazionalisti e della destra radicale di tutta Europa giungeranno in Rue Des Chartreux, per rispondere alla chiamata del suo nome con un solenne «Present!» che vuole essere una promessa, un giuramento, di proseguire quella lotta per la quale un ragazzo di soli 22 anni ha immolato la propria vita.

Cioppi Cioppi

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Enrico Pedenovi: quando Prima Linea colpì il MSI milanese

Enrico Pedenovi, nato a Pavia il 2 settembre 1926, fu uno delle vittime dei così detti “Anni di Piombo”. Svolgendo il mestiere di avvocato fu durante la guerra un membro della decima MAS; finito il conflitto decise di continuare a sostenere l’ideale per cui aveva già combattuto, militando nel Movimento Sociale Italiano fino a venire eletto consigliere provinciale di Milano nella propria lista. Descritto da molti come una persona tranquilla e pacata, viveva serenamente con sua moglie e le sue due figlie. Alla sua ascesa al consiglio provinciale, entra da subito nel mirino di Lotta Continua e Avanguardia Operaia, movimenti terroristici dell’estrema sinistra che già da lungo tempo avevano mietuto numerose vittime innocenti con la scusante dell’antagonismo politico. Furono proprio i militanti di Avanguardia Operaia a pubblicare il nome di Pedenovi tra quelli dell’elenco dei neo-fascisti da colpire: “Pagherete per tutto” questo era il nome della lista di proscrizione che mise in pericolo le vite di molte persone.

I gruppi passarono direttamente dalle parole ai fatti, quando il 29 aprile del 1976, Pedenovi, dovendo tenere un discorso in ricordo dell’anniversario della morte di Sergio Ramelli, studente ucciso a sprangate l’anno prima da un commando di Avanguardia Operaia, mentre si apprestava a ripartire sulla sua auto per andare sul posto di lavoro, venne improvvisamente avvicinato da una Simca 1000 verde da cui uscirono tre individui che gli spararono senza esitazione. Enrico fu così, freddato sul colpo tanto che i soccorsi furono vani.

Per rendergli giustizia si dovranno attendere altri 8 lunghi anni, quando nell’ottobre del 1984, la Corte d’Assise di Milano cominciò ad emanare le prime condanne. I condannati in Corte d’Appello furono Enrico Galmozzi, condannato a 27 anni, Bruno Laronga condannato a 29, e Giovanni Stefan, già latitante, condannato all’ergastolo. Tutti facevano parte di Prima Linea, movimento terroristico dell’estrema sinistra nato nel 1974 da una scissione di Lotta Continua.

Il caso Pedenovi, fu un dei pochi per i quali venne fatta giustizia condannando, dopo tempi relativamente brevi, quasi tutti i colpevoli dell’omicidio. Stafan, tuttavia, latitante al momento della condanna fu arrestato solo nel 2005 in Francia, dove reputarono la condanna oramai prescritta.

Di contro sono purtroppo tantissime altre le vittime – tra cui lo stesso Sergio Ramelli a cui Pedenovi voleva rendere onore – che non ebbero e non avranno mai la giustizia dei tribunali. Pedenovi fu una delle vittime dell’odio antifascista di quegli anni. Anni durissimi, durante i quali amare la propria Nazione e il proprio Popolo era considerata una colpa da chi, di contro, agendo nell’ombra, ha sempre covato solo odio e rancore.

In suo onore, dopo il terribile agguato, la provincia di Milano dedicò un’aula nel cortile d’onore nella quale ogni anno viene celebrata una cerimonia in sua memoria.

Matt

«Non è finita, dobbiamo ancora morire»: Carlo Borsani e la vita al servizio dell’Idea

Nato a Legnano nel 1917, Carlo Borsani ricoprì uno degli incarichi di maggior rilievo nella Repubblica Sociale Italiana, nata subito dopo la dissoluzione dello Stato Italiano. Fu proprio negli anni della RSI che la vita di Borsani s’intrecciò strettamente con quella di Mussolini.

La esistenza fu breve e straordinaria: figlio di un operaio rimase in giovane età orfano di padre e visse per molto tempo in povertà. Con enormi sacrifici da parte della madre, riuscì a iscriversi alla facoltà di giurisprudenza ma non a portare a termine i suoi studi dal momento che fu chiamato a prestare servizio nel Regio Esercito, dove, in breve tempo, divenne Sottotenente.

Nella notte tra l’8 e il 9 Marzo 1941 fu ferito in combattimento e, mentre veniva portato lontano dal campo di battaglia, fu colpito da proiettile di mortaio. La relazione medica fu critica: pur riuscendo a scampare la morte perse la vista. Ciò gli valse medaglia d’oro al valore militare Congedato perché dichiarato mutilato di guerra e grande invalido, al ritorno dal fronte, iniziò una grande propaganda patriottica nell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra che lo fece raggiungere in breve i vertici del Regime.

Dopo gli avvenimenti dell’8 Settembre, nonostante l’armistizio firmato da Badoglio, egli decise di consacrare la propria esistenza alla patria tradita proseguendo la guerra sotto i vessilli della RSI; per Borsani il non seguire Mussolini, sarebbe stato un affronto a tutti quegli Italiani che avevano fatto sposato la causa Fascista e che, per amore dell’Italia, avevano lottato fino all’estremo sacrificio.

Divenuto Presidente dell’Associazione, gli fu affidata direttamente da Mussolini la direzione di un nuovo quotidiano, La Repubblica Fascista.

Rimase sei mesi alla conduzione del giornale durante i quali entrò spesso in disaccordo con la linea oltranzista tenuta da Farinacci e Pavolini per i propri appelli a superare gli odi fratricidi. Il suo ultimo editoriale prima di essere deposto dalla guida della testata titolava Per incontrarci, un invito alla conciliazione in nome del bene nazionale rivolto a chi, in quel momento, seppur italiano si trovava dall’altra parte delle barricate. Istanza che – inutile dirlo – rimase inascoltata.

Nonostante ciò e nonostante il proseguire di quella guerra che sembrava dagli esiti oramai immutabili, Borsani dimostrò grande spirito di fedeltà e proseguì nelle proprie attività di sprono dei soldati e del Popolo che nel Fascismo Repubblicano avevano visto la salvezza della Patria: «No, non è vero che tutto è finito: dobbiamo ancora morire».

Il 26 aprile del ’45, con la feccia partigiana che commetteva atrocità nei confronti del nemico sconfitto e della popolazione civile, trovò rifugio all’Istituto Oftalmico di via Commenda dove da anni era in cura a causa della sua cecità e lì venne individuato da alcuni antifascisti. Il giorno seguente venne dunque prelevato insieme ad un suo commilitone, il Maggiore Bertoli, e trasferito in una cella del palazzo di giustizia insieme ad altri detenuti politici.

La mattina del 29 Aprile alcuni partigiani, i cui nomi sono rimasti sempre sconosciuti, si presentarono con documenti del C.L.N. per trasferirlo in un’altra località. Il Maggiore Bertoli richiese di poterlo seguire al fine di poterlo assistere data la sua disabilità, ma i partigiani gli negarono il permesso e mentre questi stava preparando gli effetti personali che Borsani avrebbe dovuto portare con sé, i partigiani esclamarono: «Dove va lui non servono!».

Il 29 aprile, dopo un processo sommario di cui non c’è traccia documentale, Borsani fu portato a Piazzale Susa e lì, assieme ad un prete, Don Calcagno, che come lui aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana, fu assassinato, con un colpo di fucile alla nuca, da un gruppo di ignoti partigiani. Prima dell’esecuzione, Borsani ebbe modo di trarre dal portafogli la prima sciarpetta di lana della figlia Raffaella, baciarla per l’ultima volta e gridare «VIVA L’ITALIA!».

Il suo corpo venne poi messo su un carretto della spazzatura con un cartello recante la scritta «ex medaglia d’oro», per essere poi portato al campo 10 di Musocco, quello dei “criminali di guerra” dove tutt’ora giace assieme agli altri caduti della Repubblica Sociale Italiana.

Quando Borsani morì, a soli 28 anni, sua moglie attendeva un figlio che volle chiamare Carlo, in memoria dell’assasinato genitore. Fu lui che ricostruì la vita del padre grazie ai racconti della madre, alle testimonianze e ai documenti raccolti in anni di pazienti ricerche.

Borsani si schierò con quanti avevano deciso di aderire alla RSI in nome di quello spirito di sincero patriottismo che aveva portato oltre 600 mila persone a non accettare la resa e la sconfitta del Fascismo e della loro Nazione. Maturato dalla cecità e sorretto da una genuina fede cristiana, Borsani vedeva nella Repubblica di Salò l’emblema di un Paese che, stretto d’assedio, andava difeso difeso ad ogni costo.

Intransigente fascista della prima ora, imperniava i suoi numerosi editoriali sui motivi di patria, dovere, onore, e necessità di sopportare le sofferenze della guerra in nome di un bene superiore e più alto e mai vi furono parole d’odio per il nemico.

Alcune delle cose accadute nell’aprile 1945 resteranno per sempre senza spiegazione. Fu guerra civile, è vero, ma un colpo di pistola alla nuca di un mutilato e invalido è cosa che nemmeno con la guerra civile può essere spiegata. Evidentemente sai che per essersi guadagnato una medaglia d’oro al Valore Militare, la guerra la sa fare davvero, senza abbassarsi al livello infimo del banditismo partigiano e, anzi, elevandosi a una ristretta cerchia di soldati che trovano nella coscienza e nel dovere la forza per sfidare la materia, compresa quella del proprio corpo ormai dilaniato dai combattimenti. Perché non solo con il corpo si combatte ma, soprattutto, con lo Spirito.

Eppure l’assassinio di Carlo Borsani, a guerra finita, non ha attenuanti. Meno ancora può essere accettabile che abbiano fatto del suo corpo un “trofeo” da esibire sconciamente per le vie di Milano, con appeso al collo un cartello che oltraggia chi l’ha scritto non certo la vittima.

Forse loro non lo sanno, ma la medaglia d’oro non si revoca. Carlo Borsani è, sarà sempre, medaglia d’oro al Valor Militare. Oggi come allora, per aver difeso la Patria, terra dei padri, di tutti i padri, anche di quelli che hanno generato i suoi assassini vigliacchi. Ecco perché Carlo Borsani, oggi, ha una targa a Piazzale Susa che fa urlare il “Presente” a centinaia di ragazzi ogni 29 aprile. Ecco perché lo custodisce il Campo 10, il Campo dell’Onore. Ed ecco perché siamo orgogliosi, persino un po’ smarriti, quando ci avviciniamo alla sua lapide per pulirla e decorarla, come le altre mille, e a lui, primo delle tre medaglie d’oro sepolte al Campo, ancora oggi, rivolgiamo, sull’attenti il grido «Presente!».

Agiade