Il Vate: poesia e bacio di vita eterna.

Amava circondarsi di lodi e poesia Gabriele D’Annunzio: lo testimonia una delle sue ultime apparizioni pubbliche al Vittoriale. Il poeta allieta gli ospiti declamando alcuni versi della Commedia di Dante; appare divertito, muove sapientemente la poesia, la mescola alla sua elegante ironia. Disturbati dai flash dei fotografi, i suoi occhi intravedono il culmine di una esistenza dedita alla mondanità, pervasa di trionfi letterari e imprese militari. A settantasette anni dalla scomparsa, la sua straordinaria opera d’arte vince ancora gli eventi. Gabriele D’Annunzio muore a Gardone Riviera, il 1° marzo 1938. La terra accoglie le sue spoglie mortali in un clima di solenne commozione. Il trapasso dalla passione terrena alla tormentata attesa della morte, può considerarsi l’estrema impresa del poeta. La sensazione della corda al cervello che può spezzarsi, l’improvvisa morte raggiunge il Vittoriale alle 20:05. Ella si accomoda nel suo studio; si fa largo fra i libri e le memorie accumulati ovunque. Egli le chiede ancora del tempo, perché un poeta non può andare via così, senza aver annunciato a tutti la sua scomparsa. Questo ci riporta agli anni dell’adolescenza pescarese: Gabriele D’Annunzio, autore della raccolta poetica Primo Vere, romantico e abile ammaliatore, muore cadendo da cavallo a soli sedici anni. L’espediente sposta tutta l’attenzione su di lui; giornali e riviste celebrano la sua morte, tanto da accrescerne la figura negli ambienti intellettuali e mondani del tempo. D’Annunzio sapeva bene come trattare la morte, quante attenzioni doveva rivolgerle per aggiudicarsi quel bacio di vita eterna. Egli l’ha vista nelle pupille dilatate dei suoi legionari al fronte, nelle campagne militari che tanto facevano vibrare l’anima sprezzante del pericolo. Il volo su Vienna, l’orizzonte prendeva le sembianze del tricolore; poi Fiume, quegli arditi sentieri scavati dalla sua ingegnosa parola. D’Annunzio ha incontrato la morte nella bellezza decaduta sotto il suo sguardo attento, sul volto delle donne amate, appassite come rose di un prato sconfinato. Quel logoramento visivo gli ha sottratto istanti di vita preziosi, il suo corpo cerca nel buio il battesimo di una seconda giovinezza. La marcia comincia una tiepida sera di marzo: il poeta è seduto al suo scrittoio, legge il Lunario Barbanera, l’aria sembra raffreddarsi di colpo. La morte gli porge il suo saluto, D’Annunzio le giura fedeltà e spira fra le sue braccia. Ai funerali di Stato, organizzati dal regime fascista, il poeta pescarese fu celebrato con i dovuti onori. La patria accoglie il suo figlio prediletto nella gloria dei secoli.D'Annunzio

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