Boccioni: Il futurista volontario

Umberto Boccioni, uomo di punta dell’avanguardia artistica italiana, nasce a Reggio Calabria il 19 ottobre 1882. A causa delle necessità lavorative del padre, usciere di prefettura, fin dalla tenera età alloggia in diverse località italiane. Trascorre l’infanzia con la famiglia a Forlì per poi trasferirsi, in pochi anni di distanza, da una città all’altra a Genova, poi Padova e Catania e, nel 1901, a Roma. Qui comincia ad interessarsi all’arte e alla pittura, contemporaneamente conosce Gino Severini e insieme iniziano a frequentare lo studio del già noto Giacomo Balla e la Scuola Libera di Nudo.

Persuaso dal clima e dall’ambiente d’avanguardia di Parigi, nel 1906 vi si reca e ha modo di constatare le differenze tra il livello artistico francese e quello italiano, ma quel viaggio sarà soprattutto fondamentale per l’impostazione delle basi per le sue future ricerche e sperimentazioni. Qui incontra una donna, e da questo fugace amore, nascerà il suo unico discendente. L’anno dopo è a Venezia, dove frequenta la Scuola di Nudo, poi si sposta in Russia e infine a Monaco di Baviera. In questo lasso di tempo dipinge in modo attivo ma con rammarico, riconoscendo i limiti della cultura artistica italiana, da lui ritenuta “provinciale” e si avvia verso una nuova esperienza: la scultura. La sua sarà rivoluzionaria. Nel 1907 giunge Milano, dove in quel periodo vivono la madre e la sorella, e ha modo di visitare numerose gallerie e musei, di conoscere opere di artisti di epoca antica, tra i quali, alcuni, resteranno suoi modelli ideali. Sempre nel capoluogo lombardo nel 1910 insieme a Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Giacomo Balla e Gino Severini redige il Manifesto dei pittori futuristi, a cui segue, nel 1912 il Manifesto tecnico del movimento futurista, ricco, quest’ultimo, di intenzioni concrete di carattere operativo ed esecutivo. In essi, più che un programma artistico, viene annunciata una nuova materia esistenziale, che deve necessariamente tradursi in azione. Quelle parole, vive, imperative, si rivolgono non più solo ad una cerchia elitaria di uomini di cultura, ma a tutti quegli uomini accomunati dallo stesso spirito e dalla stessa disposizione d’animo. Si afferma il primato fisico sul pensiero, l’imperante modernità, la velocità, il dinamismo ed una nuova Bellezza: un’automobile è più bella della Nike di Samotracia. Sono giovani, combattenti e lucidamente provocatori: dispongono di un presente che si rivolta al passato, glorificano la guerra, mezzo di lotta e audacia, auspicano all’immediata distruzione dei musei e delle accademie. Ultimo motto del programma è: «Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa», una dichiarazione dunque d’intento per un’arte nazionale, che parli agli Italiani. Col Futurismo, ci si trova per la prima volta di fronte ad un movimento artistico che non abbraccia solo tutti i campi dell’espressione e della comunicazione, ma si fa carico di questioni etiche, politiche e sociali.

Boccioni dunque inizierà a dipingere i soggetti emblematici dell’arte futurista: città, treni, macchine, luci; seguendo quell’ idea di continuo movimento ed evoluzione, le città dipinte non sono statiche ma sono esseri viventi che continuano a mutare e a generare. Ciò che si voleva rappresentare non era la società ma il continuo cambiamento di questa, in divenire industriale, con i palazzi in costruzione: esemplificativa è l’opera La città sale, in un primo tempo chiamata ll lavoro, dove più si evince questo continuo mutamento; la violenza cromatica collabora con le linee ondulate e continue per restituire disordine e caos, per far fede alla rappresentazione della realtà. Tali principi vengono delineati anche nel Manifesto tecnico della scultura futurista, dove lo stesso Boccioni parla di «rovesciare tutto e proclamare l’assoluta e completa abolizione della linea finita e della statua chiusa». Ciò viene applicato nella scultura in bronzo di un corpo/macchina aerodinamico: Forme uniche della continuità nello spazio.

Qualche anno dopo, nel 1915, l’Italia entra in Guerra e Boccioni, convinto interventista, non solo si arruola volontario con la divisa del Corpo Volontari Ciclisti e Automobilisti, ma scende in strada a fare propaganda e caricare gli animi; spiega alla gente comune di questa straordinaria possibilità per cambiare le sorti del Paese, per liberarsi dalle politiche inique del liberalismo e per ribellarsi alla politica di mestiere dei pochi, riuscendo a cogliere con estrema lungimiranza le sorti e i destini attuali degli Italiani, e pagherà per questo, affrontando un arresto a Milano. Morirà giovane accidentalmente, cadendo dalla sua cavalla, imbizzarritasi alla vista di un autocarro, durante un’esercitazione militare, a Chievo il 17 agosto 1916.

La vita di Umberto Boccioni può essere dunque paragonata all’etica Futurista: i continui trasferimenti e cambiamenti, le accese passioni di cui viveva e si nutriva, lo hanno reso un uomo dalle grandi visioni, non adatto a essere imbrigliato in quella mentalità provinciale italiana, ancora avversa ad egli e ai suoi fratelli futuristi, e non ancora rovesciata dalla Rivoluzione Fascista.

Olmo

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