Io mi ricordo di Mikis Mantakas…

È in un paese appena uscito da una guerra civile e in cui vigeva una forte instabilità politica, la Grecia dove il 13 luglio del 1952 nacque Mikaeli Mantakas. Nel clima di tensione in cui è venuto al mondo Mikis (come veniva affettuosamente chiamato dagli amici) assassinii politici, censure e repressioni di ogni tipo erano all’ordine del giorno, causate dal timore generale che ogni giorno potessero scoppiare nuove rivolte e dallo scontento per la mancata autorevolezza dell’allora sovrano Costantino II, ritenuto un mero fantoccio degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Fu così che il 27 aprile del 1967 l’esercito, guidato dal carismatico ufficiale Georgios Papadopoulos prese il potere con un golpe per ristabilire l’ordine, iniziando quella che viene ancora oggi comunemente definita “la dittatura dei colonnelli”.

Non si sa quale fosse la posizione di Mikis riguardo il governo militarista, di cui ancora oggi si discutono i pregi e i difetti, sappiamo di sicuro tuttavia che quando decise di andare a Bologna per studiare Medicina, nel ’69, egli non aveva ancora idee politiche ben chiare: era un greco, e come molti altri studenti greci amava la sua patria. Il conflitto ideologico che era iniziato in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale aveva appena cominciato a trasformarsi in un’ecatombe di martiri e vittime innocenti, dove la linea tra bene e male era praticamente impossibile da definire.

La prima volta che Mikis fu coinvolto inconsapevolmente in questa lotta tra fazioni fu sulle scale della facoltà di Biologia, dove fu aggredito da un gruppo della sinistra extraparlamentare e picchiato a sangue, un pestaggio che gli aveva procurato 40 giorni di prognosi. Il motivo era molto semplice: se non eri dell’opinione giusta (la loro) eri sicuramente di quella sbagliata, e essere greco senza opporsi attivamente al regime significava sostenerlo. L’infame aggressione forse serviva come vendetta per tutti i prigionieri comunisti uccisi, esiliati o arrestati, ma fu un atto compiuto ai danni di una persona, fino ad allora inconsapevole, che da quel giorno in poi decise di non poter più rimanere inerme e di non poter più chinar la testa rimanendo estraneo al conflitto che imperversava attorno a sé. Mikis decise così di trasferirsi da Bologna a Roma, in cerca di un posto in cui la situazione fosse un po’ più agevole, ma trovò di più: trovò persone che la pensavano come lui, e con le quali poteva finalmente consacrarsi al raggiungimento di uno scopo comune.

Li conobbe per la prima volta in un bar di via Siena, vicino alla facoltà, e facevano tutti parte del FUAN, una comunità unita, solidale e determinata, che fin dalla sua formazione si era impegnata a difendere ogni centimetro dello spazio universitario dal controllo sempre più dispotico dei gruppi di sinistra. Tra questi, due ragazzi, Umberto Croppi e Stefano Gallito, divennero i suoi amici più fidati, arrivando a stare al suo fianco anche nei suoi ultimi istanti di vita. Vi era anche una ragazza nel gruppo, Sabrina Andolina, di cui Mikis si era profondamente innamorato, un sentimento che gli venne presto ricambiato e portò al loro fidanzamento.
Il gruppetto dei quattro affezionati passava le giornate quasi interamente insieme, condividendo battaglie politiche e vita di tutti i giorni. Intanto il ragazzo greco continuava a mantenersi, tra varie vicissitudini, con le scarse 157.000 mila lire che il padre Nikos gli inviava ogni mese e qualche lavoretto occasionale, aiutandosi anche facendosi stampare i buoni pasto per la mensa da Sabrina, che lavorava come segretaria nella sede locale dell’MSI.

Chissà cosa avrà pensato il padre, vecchio ufficiale dell’esercito monarchico che aveva combattuto le forze d’occupazione Italo-Tedesche durante la Seconda Guerra mondiale, chissà che cosa avrà pensato la madre, che si era trasferita assieme a lui a Bologna nella speranza di vivere una vita serena, quando quel fatidico giorno del 28 febbraio 1975 Mikis venne ucciso dalla spietatezza vergognosa di Alvaro Lojacono. Quel giorno lui e Umberto, accordatisi il pomeriggio prima a pranzo, si erano dati appuntamento la mattina a piazzale Clodio, per assistere al quarto giorno di processo contro gli esecutori dell’ennesimo delitto di una guerra sporca condotta sotto l’insegna dell’antifascismo: il rogo di Primavalle, l’omicidio dei fratelli Mattei, rei di essere figli di un dirigente dell’MSI. Gli accusati erano tre terroristi di Potere Operaio, ma l’unico presente che non riuscì a scampare alla cattura era Achille Lollo. Fuori dal tribunale per i primi tre giorni la presenza in massa sia dei missini, in presidio per chiedere giustizia, che dei comunisti, causò violenti scontri. Croppi, che era uno dei dirigenti del Fronte della Gioventù, era lì sin dal primo giorno a difendere la piazza, e proprio insieme a lui e ad altri ragazzi del FUAN, la sera del 27, Mikis era andato al cinema a vedere, ironia della sorte, Mondo Candido di Jacopetti e Prosperi, ispirato al racconto di Voltaire, dove l’ingenuo protagonista fa esperienza delle nefandezze e delle violenze inutili compiute dall’uomo.

Il mattino seguente i due amici assisterono al processo assieme ad un drappello di altri militanti, tra insulti e grida di sdegno provenienti da ambo le parti, ma la situazione cominciò a precipitare dopo che l’udienza fu rinviata: all’uscita del tribunale iniziarono tutti a spostarsi verso la sede del Movimento Sociale di via Ottaviani, cercando di trovare riparo dalle violenze. Mikis giunge per primo, ma a difendere la sezione sono solo lui ed altre 25 persone, mentre fuori un distaccamento del corteo antagonista aveva già iniziato a lanciare molotov contro il portone principale del palazzo, successivamente venne staccata anche la corrente dall’esterno. Trovandosi completamente in trappola, e con il fumo delle bottiglie incendiarie che iniziava a saturare l’aria, decisero di dividersi in due gruppi per uscire da piazza del Risorgimento e colpire il corteo ai fianchi; così Mikis e altri due ragazzi si diressero dall’uscita della piazza verso la via, armati solo con cinture strette in pugno, ma girato l’angolo trovarono ad attenderli due figuri, entrambi armati di pistola. Uno di loro era Alvaro Lojacono.

Mikaeli viene colpito in testa dalla calibro 38 di Lojacono, cade a terra, intorno a lui inizia a formarsi subito una pozza di sangue. Franco Anselmi, uno dei due che era vicino a lui, assieme ad altri ragazzi sopraggiunti, lo sollevano per portarlo velocemente via di lì, mentre gli altri manifestanti continuavano a bersagliarli con le molotov. Mantakas respirava ancora, ma perdeva molto sangue: il proiettile era rimasto conficcato nel cranio, e lo stava uccidendo lentamente. Viene portato in un garage sotto la sezione mentre l’assalto dei manifestanti imperversa ancora. Si sentono fuori altri spari, un altro militante, Fabio Rolli, cade colpito al fianco mentre cercava riparo. Umberto Croppi, che era rimasto bloccato con il secondo gruppo di studenti missini al tribunale, giunge in quel momento assieme ai rinforzi, mettendo in fuga il distaccamento degli autonomi che stava assaltando da più di un’ora la sezione. A domanda di cosa sia successo, uno dei camerati gli risponde «Hanno ammazzato il greco». Mikis era morto alle 18:45. Accanto a lui vi era Stefano Sabatini, l’altro giovane che aveva visto il momento del suo omicidio, rimasto a vegliare sul suo corpo ma totalmente impotente difronte all’agonia della vittima.

I due aggressori vennero identificati in Alvaro Lojacono e Fabrizio Panzieri: il primo venne giudicato innocente in primo grado, dandogli la possibilità di scappare prima in Algeria e poi in Svizzera, venendo condannato in contumacia a 16 anni di reclusione. Da latitante entrò poi nelle Brigate Rosse, partecipando all’omicidio del giudice Girolamo Tartaglione e al rapimento di Aldo Moro. Oggi vive in Svizzera con lo status di “uomo libero”, senza aver scontato nemmeno un giorno di prigione per l’omicidio di Mikis.
Il complice Panzieri ricevette 9 anni, ma nel 1977 gli venne concessa la libertà provvisoria, permettendo anche a lui di scappare all’estero, in Nicaragua.

Ad oggi, Mikaeli “Mikis” Mantakas è uno dei tanti martiri della nostra idea che ancora non hanno ricevuto giustizia, che ogni anno ricevono solo il ricordo dei propri familiari, delle persone che sono state vicine per tanti anni, dei camerati di tutta Europa. Dopo la sua morte, la macchina del fango della propaganda antifascista si è come sempre attivata per diffamarlo, per gettare ombre e dubbi sulle vicende, riunendo come è successo sempre un imponente schieramento di intellettuali, politici e affaristi per sostenere l’innocenza dei colpevoli e sviare l’opinione pubblica. Non ci sono riusciti. Nonostante tutto quello che è stato detto su di lui, Mikis era un combattente che ha scelto di combattere per le sue idee, e si è sacrificato per esse; pur stando in un paese che non era il suo, ha lottato al fianco dei suoi camerati come fossero suoi fratelli, e nemmeno la vigliaccheria del suo assassinio ha potuto cancellare ciò che lui realmente era: una persona che non ha abbassato la testa di fronte alle ingiustizie, e che si è trovato in un conflitto che ha voluto combattere fino all’ultimo.
Per lui come per tante altre vittime innocenti che si sono sacrificate o che sono state giustiziate per ciò in cui credevano e si crede ancora, chiediamo giustizia e commemoriamo in eterno.

«Io mi ricordo di Mikis Mantakas, del 7 gennaio del Settantotto

Anni di piombo e stragi di stato: uccidere un fascista non era reato.»

Saturno

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