Un cuore pulito non si scorderà: Franco Anselmi

«In questo mondo di ipocrisia, di false regole e di moralismi! Mi viene voglia di abbracciare chi ha il coraggio di sbagliare!»

Così cantavano gli Amici del Vento nella canzone NAR, dedicata a quei camerati che, nel difficile clima degli anni ’70, decisero di imbracciare le armi per rispondere ai vili attacchi che colpivano, talvolta mortalmente, tutti quei ragazzi che, non arresisi, continuavano a combattere per l’Idea che aveva infiammato i cuori dei loro padri e dell’Europa intera. Ed è proprio con queste parole che vogliamo esordire per parlare di Franco Anselmi, esponente dei NAR che in questo giorno del 1978 venne ucciso dal proprietario dell’armeria Centofanti, nel quartiere Monteverde, nel corso di una rapina messa in atto dal gruppo di rivoluzionari neofascisti.

Franco Anselmi nacque a Bologna il primo marzo del ’56, e nel 1973 si trasferì a Roma assieme alla famiglia. Qui iniziò la propria militanza avvicinandosi immediatamente, con l’inizio degli studi superiori, al Fronte della Gioventù, componente studentesca del MSI. Porprio a causa del suo attivismo, nel corso del 1972, all’uscita da scuola, il Liceo Keplero IX del quartiere Portuense, venne aggredito da alcuni militanti di estrema sinistra che, colpendolo ripetutamente alla testa con dei bastoni, gli provocarono ferite gravissime che gli costarono la perdita della vista ad un occhio e oltre tre mesi di coma.
A causa di questo evento e della lunga riabilitazione che ne seguì, Franco, avendo due anni da recuperare, si iscrisse all’Itituto Tozzi di Monteverde, dove fece la conoscenza di quelli che, assieme a lui, avrebbero poi costituito la base dei Nuclei Armati Rivoluzionari: Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, del quale sarà compagno di banco, Alessandro Alibrandi e Massimo Carminati.

È in questo periodo che si cementa quel rapporto che spingerà i ragazzi a scegliere, congiuntamente, la via della lotta armata che sarà vista dal gruppo come l’unica possibilità di difendere se stessi e i propri camerati dalle quotidiane violenze comuniste che, troppo spesso, mietevano vittime tra le fila dei neofascisti.
Anselmi le conosceva bene non solo per averle subita direttamente qualche anno prima, ma soprattutto per I fatti che videro coinvolta la sede del MSI nel quartiere Prati: il 28 febbraio del 1975 Franco partecipò al presidio in Piazzale Clodio, fuori il tribunale nel quale, quella mattina, si stava svolgendo il processo per gli imputati del Rogo di Primavalle. Proprio lui, durante il successivo assalto che i compagni effettuarono alla sede di Via Ottaviano, si trovò al fianco di Mikaeli Mantakas, lo studente greco che venne mortalmente colpito dal proiettile esploso da Alvaro Lojacono, militante di Potere Operaio che poi passerà tra le fila delle Brigate Rosse. Un evento drammatico che segnerà irrimediabilmente Franco.
In quell’occasione, il sangue di Mikis macchiò il passamontagna di Anselmi. Questi lo conserverà come una reliquia che, in un intimo rituale, come fosse una promessa di giustizia, bagnerà anche il 7 gennaio del ’78 nel sangue ancora fresco dei camerati appena uccisi in Via Acca Larentia.

Acca Larentia rappresenterà per tutto il gruppo del Tozzi il punto di non ritorno. Il culmine di un climax di violenze subite e mai vendicate che spingerà i NAR ad imbracciare le armi contro lo stato e i suoi servitori che troppi amici avevano portato via ai giovani militanti del MSI.
Solo pochi giorni prima, d’altronde, Anselmi aveva avuto un diverbio con Pino Romualdi, quando, in occasione dell’omicidio di Angelo Pistolesi, il 28 dicembre del 1977, questi gli aveva negato il “permesso” di vendicare la morte dell’amico, caduto sotto i colpi di chi, probabilmente, dieci giorni dopo attuerà la strage nella sede del Tuscolano.

Per vendicare i camerati caduti Franco e gli altri decisero che era il momento di alzare il tiro rispetto alle azioni che i NAR avevano compiuto fino a quel momento. C’era bisogno di iniziare a pareggiare i conti. C’era bisogno di ripagare i servi del sistema con la stessa moneta.
Proprio per questo il 28 febbraio del ’78, nell’anniversario della morte di Mantakas, dando adito ad una notizia arrivata dal carcere che asseriva che gli assassini di Acca Larentia fossero venuti da una casa occupata in Via Calpurnio Fiamma, a Cinecittà, il gruppo si organizzò e andarò sul posto con tre pistole con l’intento di assaltare gli antagonisti.
Il caso volle che proprio quella mattina l’edificio fosse stato sgomberato dalla polizia, perciò i camerati decisero di perlustrare il quartiere in cerca di qualcuno che potesse sembrare “colpevole”, e, in particolare, si diressero vero i giardini di Piazza San Giovanni Bosco, noto punto di ritrovo dei militanti di sinistra della zona. Qui trovarono effettivamente alcuni ragazzi che vennero riconosciuti, probabilmente sulla base dell’abbigliamento, come militanti comunisti. I neofascisti scesero dalle auto a bordo delle quali viaggiavano e fecero fuoco. Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio, riuscì a ferire alcuni dei ragazzi nella piazza prima che gli si inceppasse la pistola. Alcuni riuscirono comunque a scappare ma, in terra, rimase Roberto Scialabba, spacciatore e ladro militante tra le fila di Lotta Continua, che fu immediatamente raggiunto da Giusva e freddato con un colpo alla testa.

L’azione era stata portata a termine, ma le pistole avevano dato problemi. Le armi erano scarse e poco efficienti. Per proseguire in quella guerra c’era bisogno di ben altri mezzi.
Fu per questa ragione che il gruppo organizzò, per il 6 marzo, una rapina all’armeria Centofanti – la più grande della città – nella quale avrebbero di certo trovato ciò che serviva. All’azione presero parte Anselmi, Alibrandi, i fratelli Fioravanti e Francesco Bianco che era alla guida dell’auto. Dopo aver preso undici pistole, documenti e gioielli, Alibrandi e i Fioravanti uscirono dal locale, mentre Franco si attardò all’interno per cercare di sviare le indagini e far sì che non risultasse evidente la matrice politica del gesto. Togliendo una collana d’oro al titolare del locale, Danilo Centofanti, ci fu una breve discussione nella quale questi chiese a Franco di lasciargliela perché costituiva un caro ricordo di famiglia. Franco acconsentì e voltò le spalle per raggiungere gli altri in auto. A quel punto, Centofanti fece fuoco, colpendo Alibrandi, che rimase ferito ad una spalla, e Anselmi, che rimase ucciso sul colpo, alla schiena. L’auto, a bordo della quale si trovavano già Bianco e i Fioravanti, dopo un momento di confusione fece retromarcia per dare fuoco di copertura e permettere la ritirata di Alibrandi e il soccorso di Anselmi che fu però vano. Franco giaceva in terra, oramai senza vita, su quel marciapiede di Via Ramazzini. L’azione ebbe un’eco talmente rapida che Peppe Dimitri, storico volto del neofascismo e allora coetaneo di Franco, arrivò pochi minuti dopo a bordo di una moto, assieme ad un suo camerata, nel vano tentativo di prestare soccorso ad Anselmi

La morte di Franco sarà un duro colpo per il gruppo che, in un volantino ad un giornalista dell’Ansa, rivendicherà la rapina e scriverà: «ha concluso nell’unica maniera possibile una vita dedicata all’anticomunismo militante. Si distingueva per la sua lealtà, per il suo coraggio, per la sua generosità. Condanniamo Danilo Centofanti alla pena di morte per aver colpito alle spalle Franco […] Onore al camerata Franco Anselmi. Siamo pronti a seguirti. Tremino i codardi, i corrotti, le spie».
Saranno molte le azioni compiute dai NAR in memoria di Anselmi: dall’attentato esplosivo all’armeria messo a segno tra il 17 e il 18 maggio dello stesso anno, fino all’uccisione del capitano della DIGOS Francesco Straullu, eseguita il 21 Ottobre del 1981 e rivendicata sotto la sigla Nuclei Armati Rivoluzionari – Gruppo di fuoco Franco Anselmi.

Sarebbe superflua ogni ulteriore parola su Franco Anselmi, perché nel ripercorrere la sua vita e le sue gesta si chiarisce la ragione delle sue scelte, e non si può non comprendere e riconoscerne la coerenza e la sincerità. Risulterà chiaramente difficile a molti poter condividere e apprezzare le decisioni che questo Rivoluzionario ha preso nel corso della propria vita, ma è opportuno tener conto del contesto in cui certe azioni sono state operate e del coinvolgimento emotivo che ha portato un ragazzo di soli ventidue anni a combattere e a morire, armi in pugno, per un’Idea e per difendere chi, come lui, aveva deciso di abbracciarla e viverla fino all’estremo sacrificio.
Ciò che, per quanto possa essere stato fin troppo spesso riportato – talvolta con intento dispregiativo -, vale la pena di ricordare, sono le parole che Giusva Fioravanti ha proferito in un’intervista parlando dell’amico caduto al suo fianco: «Mi legai a Franco in maniera molto particolare perché era un ragazzo che a me piaceva moltissimo. In termini romantici era sicuramente uno dei migliori, uno dei ragazzi più generosi. Non c’era niente di spirituale né di intellettuale: era semplicemente un ragazzo dal cuore d’oro […] la classica persona che pur avendo già pagato molto, quando c’era da ripartire ripartiva; che pur avendo già avuto conseguenze gravissime per il suo impegno politico non era rifluito nel privato, non aveva paura. È questo che ti colpisce».
È questo che ci colpisce.

Cioppi Cioppi

 

ANSELMI+FRANCO+89

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