«Non è finita, dobbiamo ancora morire»: Carlo Borsani e la vita al servizio dell’Idea

Nato a Legnano nel 1917, Carlo Borsani ricoprì uno degli incarichi di maggior rilievo nella Repubblica Sociale Italiana, nata subito dopo la dissoluzione dello Stato Italiano. Fu proprio negli anni della RSI che la vita di Borsani s’intrecciò strettamente con quella di Mussolini.

La esistenza fu breve e straordinaria: figlio di un operaio rimase in giovane età orfano di padre e visse per molto tempo in povertà. Con enormi sacrifici da parte della madre, riuscì a iscriversi alla facoltà di giurisprudenza ma non a portare a termine i suoi studi dal momento che fu chiamato a prestare servizio nel Regio Esercito, dove, in breve tempo, divenne Sottotenente.

Nella notte tra l’8 e il 9 Marzo 1941 fu ferito in combattimento e, mentre veniva portato lontano dal campo di battaglia, fu colpito da proiettile di mortaio. La relazione medica fu critica: pur riuscendo a scampare la morte perse la vista. Ciò gli valse medaglia d’oro al valore militare Congedato perché dichiarato mutilato di guerra e grande invalido, al ritorno dal fronte, iniziò una grande propaganda patriottica nell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra che lo fece raggiungere in breve i vertici del Regime.

Dopo gli avvenimenti dell’8 Settembre, nonostante l’armistizio firmato da Badoglio, egli decise di consacrare la propria esistenza alla patria tradita proseguendo la guerra sotto i vessilli della RSI; per Borsani il non seguire Mussolini, sarebbe stato un affronto a tutti quegli Italiani che avevano fatto sposato la causa Fascista e che, per amore dell’Italia, avevano lottato fino all’estremo sacrificio.

Divenuto Presidente dell’Associazione, gli fu affidata direttamente da Mussolini la direzione di un nuovo quotidiano, La Repubblica Fascista.

Rimase sei mesi alla conduzione del giornale durante i quali entrò spesso in disaccordo con la linea oltranzista tenuta da Farinacci e Pavolini per i propri appelli a superare gli odi fratricidi. Il suo ultimo editoriale prima di essere deposto dalla guida della testata titolava Per incontrarci, un invito alla conciliazione in nome del bene nazionale rivolto a chi, in quel momento, seppur italiano si trovava dall’altra parte delle barricate. Istanza che – inutile dirlo – rimase inascoltata.

Nonostante ciò e nonostante il proseguire di quella guerra che sembrava dagli esiti oramai immutabili, Borsani dimostrò grande spirito di fedeltà e proseguì nelle proprie attività di sprono dei soldati e del Popolo che nel Fascismo Repubblicano avevano visto la salvezza della Patria: «No, non è vero che tutto è finito: dobbiamo ancora morire».

Il 26 aprile del ’45, con la feccia partigiana che commetteva atrocità nei confronti del nemico sconfitto e della popolazione civile, trovò rifugio all’Istituto Oftalmico di via Commenda dove da anni era in cura a causa della sua cecità e lì venne individuato da alcuni antifascisti. Il giorno seguente venne dunque prelevato insieme ad un suo commilitone, il Maggiore Bertoli, e trasferito in una cella del palazzo di giustizia insieme ad altri detenuti politici.

La mattina del 29 Aprile alcuni partigiani, i cui nomi sono rimasti sempre sconosciuti, si presentarono con documenti del C.L.N. per trasferirlo in un’altra località. Il Maggiore Bertoli richiese di poterlo seguire al fine di poterlo assistere data la sua disabilità, ma i partigiani gli negarono il permesso e mentre questi stava preparando gli effetti personali che Borsani avrebbe dovuto portare con sé, i partigiani esclamarono: «Dove va lui non servono!».

Il 29 aprile, dopo un processo sommario di cui non c’è traccia documentale, Borsani fu portato a Piazzale Susa e lì, assieme ad un prete, Don Calcagno, che come lui aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana, fu assassinato, con un colpo di fucile alla nuca, da un gruppo di ignoti partigiani. Prima dell’esecuzione, Borsani ebbe modo di trarre dal portafogli la prima sciarpetta di lana della figlia Raffaella, baciarla per l’ultima volta e gridare «VIVA L’ITALIA!».

Il suo corpo venne poi messo su un carretto della spazzatura con un cartello recante la scritta «ex medaglia d’oro», per essere poi portato al campo 10 di Musocco, quello dei “criminali di guerra” dove tutt’ora giace assieme agli altri caduti della Repubblica Sociale Italiana.

Quando Borsani morì, a soli 28 anni, sua moglie attendeva un figlio che volle chiamare Carlo, in memoria dell’assasinato genitore. Fu lui che ricostruì la vita del padre grazie ai racconti della madre, alle testimonianze e ai documenti raccolti in anni di pazienti ricerche.

Borsani si schierò con quanti avevano deciso di aderire alla RSI in nome di quello spirito di sincero patriottismo che aveva portato oltre 600 mila persone a non accettare la resa e la sconfitta del Fascismo e della loro Nazione. Maturato dalla cecità e sorretto da una genuina fede cristiana, Borsani vedeva nella Repubblica di Salò l’emblema di un Paese che, stretto d’assedio, andava difeso difeso ad ogni costo.

Intransigente fascista della prima ora, imperniava i suoi numerosi editoriali sui motivi di patria, dovere, onore, e necessità di sopportare le sofferenze della guerra in nome di un bene superiore e più alto e mai vi furono parole d’odio per il nemico.

Alcune delle cose accadute nell’aprile 1945 resteranno per sempre senza spiegazione. Fu guerra civile, è vero, ma un colpo di pistola alla nuca di un mutilato e invalido è cosa che nemmeno con la guerra civile può essere spiegata. Evidentemente sai che per essersi guadagnato una medaglia d’oro al Valore Militare, la guerra la sa fare davvero, senza abbassarsi al livello infimo del banditismo partigiano e, anzi, elevandosi a una ristretta cerchia di soldati che trovano nella coscienza e nel dovere la forza per sfidare la materia, compresa quella del proprio corpo ormai dilaniato dai combattimenti. Perché non solo con il corpo si combatte ma, soprattutto, con lo Spirito.

Eppure l’assassinio di Carlo Borsani, a guerra finita, non ha attenuanti. Meno ancora può essere accettabile che abbiano fatto del suo corpo un “trofeo” da esibire sconciamente per le vie di Milano, con appeso al collo un cartello che oltraggia chi l’ha scritto non certo la vittima.

Forse loro non lo sanno, ma la medaglia d’oro non si revoca. Carlo Borsani è, sarà sempre, medaglia d’oro al Valor Militare. Oggi come allora, per aver difeso la Patria, terra dei padri, di tutti i padri, anche di quelli che hanno generato i suoi assassini vigliacchi. Ecco perché Carlo Borsani, oggi, ha una targa a Piazzale Susa che fa urlare il “Presente” a centinaia di ragazzi ogni 29 aprile. Ecco perché lo custodisce il Campo 10, il Campo dell’Onore. Ed ecco perché siamo orgogliosi, persino un po’ smarriti, quando ci avviciniamo alla sua lapide per pulirla e decorarla, come le altre mille, e a lui, primo delle tre medaglie d’oro sepolte al Campo, ancora oggi, rivolgiamo, sull’attenti il grido «Presente!».

Agiade

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